Settantasei volte auguri. Settantasei volte grazie.
Parlami, raccontami, insegnami. Dimmi chi sono quegli uomini stanchi di chinar la testa e di tirare avanti. Dimmi perché ci si arrende, si parla e non si conosce, si insulta, si fugge, si rifiuta la responsabilità che comporta il vivere umano. Si rimane attoniti di fronte a cotanto dispiegarsi amaro. Chi osa è deriso, chi non osa è riconosciuto. Tu certamente saprai quanto odio nel cuore e quanta paura nella mente trovo in tutte queste persone; ma non basta. O forse sono io che chiedo troppo, e come spesso accade finisco per fare cure di cinismo. Ascoltando Bach, bevendo vino. Bisognava volare, ed io ho volato; ho sempre avuto ali per coprire nuovi spazi e conoscere culture e tradizioni. Ho visto l’Atlantico immenso di fronte e mi sono sentito piccolo, piccolo, piccolissimo. È stato proprio in quel momento che ho capito perfettamente che la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini. Avevo una birra in mano e stavo per accendermi una sigaretta; e il mare parlava, la malinconia saliva, e io bevevo e fumavo: non è questo vizio quello che mi ucciderà; ma quel qualcosa che mi porto dentro: vivere. Sono tanto stanco. M’atterrisce la facilità del vivere altrui, la compostezza dello stolto, dello stupido, di chi non prende parte né si sbilancia. Soffiasse davvero quel vento di scirocco, Francesco! Ah, Dio! Arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare dietro la faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri delle case, dietro lo specchio segreto di ogni viso dentro di noi. Lo ammetto, non sono le quattro del mattino; ma l’angoscia è viva e tagliente, il bicchiere di vino pieno e la voglia di bestemmiare radicata per bene tanto da poter comprendere quanto il tempo prende e il tempo dà; senza sosta, senza essere mai pago o sazio. Viene mattina, sera, mattina nuovamente e un altro giorno è andato e ogni volta non so se ci sarò per godermelo, però puntualmente la vita me lo permette. Ed è bello. A me non sembra strano che quando si è giovani la sorte possa venire a prenderci per mano, lo trovo forse profondamente ingiusto. Il mondo è qua fuori che ci aspetta e ci sono persone che forse vogliono arrendersi, mentre altre sono state costrette a farlo da una strada lunga e diritta o da una prigione americana. Capisci? Questo è ingiusto. Vorrei davvero sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire, se poi tutto va nella direzione opposta a quella per cui si lotta ogni giorno. Qualcosa inizia, qualcosa finisce: è così facile per molti; Così facile! Come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare una vita troncata, tutta una vita da immaginare. Tuttavia, ho ancora la forza di farmi trovare sempre nella mia camicia. In questo bastardo posto. E scrivo perché, probabilmente, è capitato che sia quello che so fare. Scrivo perché Milano è una puttana in minigonna e rimmel e spesso si ha bisogno di una vecchia signora dai fianchi un po’ molli. Oggi sono 76. Settantasei. E queste parole sono per te. Sono le stesse che ti scrissi esattamente un anno fa e saranno le medesime che ti scriverò tra un anno. Non è nulla di particolare, ma è importante per me scriverti, significa molto. Non so cosa rimarrà, non so neanche se mai ti arriverà. Io ci vedo dondolati da un vagone, magari il regionale Modena-Bologna, a correre sempre in una direzione, nonostante il senso della vita ci appaia molto oscuro. Forse resteranno i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno: caro Maestro: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno. Mi hai salvato la vita, Francesco. Continua a raccontare le tue fiabe, il mondo ne ha bisogno. Tantissimi auguri.
Dieci anni (e qualche settimana) fa ti scrivevo questo, Guccio. Oggi il dolore è troppo per trovarne altre di parole, mi perdonerai.
Ciao, Maestro.












