Parenthood: We’re doin’ it great!
Häagen Lowell in “MOOOOMY!” with the beautiful voice of Arthur Lowell
Era uno di quei momenti che non si possono misurare con l’orologio, ma solo con i battiti del cuore. ~ David Grossman

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Parenthood: We’re doin’ it great!
Häagen Lowell in “MOOOOMY!” with the beautiful voice of Arthur Lowell
Era uno di quei momenti che non si possono misurare con l’orologio, ma solo con i battiti del cuore. ~ David Grossman

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September 20, 2027 - 05:12 AM
Häagen & Kinder Sept. 20, 2027
“Adventure is out there.”
One Step Forward
Un’anima estranea che svolazza libera dentro la mia e io non mi rinchiudo in me stesso, non la sputo fuori come un nocciolo conficcato in gola. Al contrario, la inspiro ancor di più e lei si aggrappa al mio corpo, dall’interno.
David Grossman
I Will Always Find You
Se ne stava seduta tranquilla sul divano, ad annoiarsi mentre occupava il proprio tempo a guardare in bing-watching una serie di film Horror: tutti scadenti, uno più dell’altro. Almeno questo secondo il suo punto di vista. Fortuna che a farle compagnia c’era un barattolo da mezzo chilo di gelato alla vaniglia, una scatola di cereali e del topping al cioccolato fondente.
Ormai non si interessava nemmeno più del film, lo guardava giusto perché non riusciva a decidere a quale minuto fermarlo: perché interrompere un film a 38 minuti e 38 secondi è diverso dal fermarlo a 38 minuti e 39 secondi. È una questione di ordine, di consequenzialità... O di semplici fissazioni che solo lei ha. E piuttosto che stare lì ad arrovellarsi su quando metterlo in pausa, ha scelto di guardarselo tutto, fino ai titoli di coda, così da non restare con il pensiero del: “Ma forse avrei dovuto bloccarlo ai 42 minuti e 42 secondi, invece che ai 38 minuti e 38!”.
E mentre si lasciava consolare da quel miscuglio improbabile fatto di gelato alla vaniglia, cereali e topping al cioccolato, la noia di quel momento viene bruscamente interrotta: W.E.N.D.Y, l’I.A di Arthur, prende bruscamente controllo di ogni dispositivo elettronico presente in casa. Non lo fa con la solita accortezza e logica, tipica di ogni programma di Intelligenza artificiale. Stavolta è diverso.
Il Frigo che si apre e chiude, concitato. Televisioni, Computer ed ogni device digitale che mostrano una serie di Parametri Medici di poligoni e ologrammi glitchati e di colore rosso, accompagnati da un suono di allerta automatica, avviata in caso di gravi danni riportati all'apparato di gestione di CARBON e dell'I.A. stessa, basata sulla Shell.
«W.E.N.D.Y? W.E.N.D.Y?!?» la chiama ma l’I.A è troppo danneggiata per rispondere. Molla il gelato sul tavolo e corre verso il piccolo display elettronico installato in casa, in cui è presente il software di W.E.N.D.Y. visibilmente danneggiato. In qualche modo, apporta delle leggere modifiche al sistema ed al codice dell’I.A nei punti in cui è gravemente compromessa, cercando in qualche modo di rendere più stabile la connessione e diminuendone i glitch. Ed è lì che tutto crolla:
Protocollo Holding Out attivato alle Ore 01.47 del 27 Luglio 2027, nei pressi della Baraccopoli.
Ultime informazioni Note:
- Stato della Corazza: Gravemente Compromesso -
- Stato dell'I.A. di Gestione: Gravemente Compromesso -
- Stato del Pilota: Incoscienza Grave -
Ferite del Pilota (Ultimo rilievo alle 01.32):
7 Fratture Multiple da impatto rovinoso.
Grave Emoraggia Interna.
Contusioni Gravi.
Trauma da schiacciamento alla Cassa Toracica mediana sinistra.
Stato di Coscienza: Vigilanza e Consapevolezza compromesse.
Ultima posizione nota: North Bellavista
Espira quello che sembra essere il suo ultimo respiro di vita. Il mondo sembra fermarsi così come il suo cuore. All’improvviso tutto perde di significato: i film, la noia, il gelato. Nulla ha più importanza.
Esce di casa, recuperando le chiavi di un furgone, prima di lanciarsi verso il pianerottolo e poi l’ascensore. Non si preoccupa nemmeno di controllare di aver chiuso la porta di casa, le luci o la televisione come fa sempre.
Esce vestita con un paio di shorts sportivi, una maglietta a maniche corte nera, più grossa di lei di un paio di taglie, e senza scarpe. Non ha tempo per indossarle. Non ha tempo di fare niente se non di uscire a cercarlo per tutta la notte, per tutta Philadelphia se necessario.
Perché lei lo troverà. Lo Troverà Sempre.
'Til Death Do Us Part.
«Sposiamoci. Domani. Io e te. Senza dire nulla. Mio padre non si aspetterà un gesto simile e poi rimandiamo l'altra... Versione in grande stile con tutti i tuoi amici a dopo la metà di giugno.» propone Murphy, stirando un angolo delle labbra in un lieve sorriso «Non voglio sprecare più un istante. Non voglio che sia troppo tardi. Non stavolta. Non con te.»
Palpami il culo, recupera il telefono dalla tasca destra posteriore e chiama W.E.N.D.Y....» sfuma, si umetta il labbro inferiore e ultima: «Non domani. Adesso.» iaconico, sobrio, epigrafico.
È uno di quei momenti così: improvvisi. Con lui è sempre tutto improvviso. Un minuto prima sei sotto la pioggia, a cercare di pensare a come proteggere l’unica persona cara della tua vita e l’attimo dopo decidi di sposarla. Non c’è mai stato troppo tempo per le lunghe riflessioni, per pensare al modo migliore in cui agire: non c’è mai stato un programma. Proprio come adesso.
È alle 3 del mattino che decidono, che è quello il momento giusto per sposarsi. Niente cerimonie in grande stile, niente parenti o amici da invitare: solo loro, il povero Prete obbligatoriamente svegliato per celebrare questa assurda funzione e una chiesa.
È bagnata dalla testa ai piedi. Si è scordata di portare l’ombrello e di ricordarlo anche ad Arthur, ma non importa. Esattamente come non le importa di essere vestita con quei soliti abiti sportivi e anonimi e con quei capelli dalle tinte multicolor che solamente così, bagnati e gocciolanti, sembrano restare in ordine.
Sta in piedi davanti a quell’altare spoglio, illuminato solamente da qualche candela tremolante, fronteggiando l’uomo che tra pochi istanti diventerà suo marito. Gli stringe con forza le mani, tanto da arrivare a far sbiancare le nocche. È agitata: l’agitazione tipica di chi sta per compiere un passo importante, decisivo, carico di così tante speranze ma anche paure.
«Ehy...» lui se ne accorge sempre quando la sua testa viaggia alla velocità della luce, per chissà quanti e quali pensieri, ad un ritmo quasi insostenibile. «Non pensare. Aggrotti la fronte quando pensi. Non farlo adesso o non ci sposiamo più.»
La conosce bene, più di chiunque altro e forse anche più di se stessa. Le rivolge un sorriso morbido, rassicurante ma macchiato della stessa “ansia” tipica di chi sta compiendo un passo determinante nella vita.
Deglutisce a vuoto e rilassa la presa sulle mani del compagno, a cui resta aggrappata. Non lo lascia, simboleggiando così, tramite quel semplice gesto, l’impegno delle proprie intenzioni.
«Possiamo cominciare? Gli anelli?» incalza il Prete in un tono di voce alquanto sbrigativo, determinato a mettere fine a quel matrimonio improvvisato il più presto possibile, vista l’ora tarda. Annuisce silenziosamente, concedendosi un profondo respiro dalle narici, incamerando aria ma anche una buona dose di coraggio mentre da una tasca della felpa estrae gli anelli... O almeno: quelli che saranno i loro anelli, gli oggetti che suggelleranno la loro promessa.
Non hanno avuto tempo per le fedi. Non alle 3 del mattino. Non quando decidi, di punto in bianco, di sposarti. Li hanno recuperati da uno di quei distributori che vendono sorprese ai bambini, con una spesa di soli due dollari e cinquanta. Un dettaglio che porta il Parroco a sospirare e mentre alza gli occhi al cielo, si ritrova a fare il segno della croce, a chiedere indirettamente ed eloquentemente, il perdono alla Divinità di cui, quest’oggi, sono ospiti in Casa sua. Nella Chiesa.
«Prima di iniziare, vuole dire qualcosa?» la incalza il Parroco, concedendole del tempo per dire qualcosa, prima dei voti nuziali. Sbatte le palpebre un paio di volte, colta visibilmente alla sprovvista, spiazzata, ma approfitta comunque di quel momento: torna a guardare Arthur, le labbra si schiudono un paio di volte, senza riuscire a pronunciare nulla nel concreto. Esita, temporeggia, cercando probabilmente il modo giusto per cominciare:
«Io non avevo pensato di dire qualcosa, ma ci provo...»
Ammette con voce flebile, strozzata da un po’ di sana agitazione, che tuttavia non le impedisce di continuare.
«Direi che un “Grazie di essere qui” è un buon punto da cui cominciare, perciò... Grazie.»
Comincia dalle basi, impacciata, cercando di trovare ordine in quel fiume di pensieri che corrono veloci nella sua testa. Murphy non è mai stata brava con le parole, men che meno con le persone o l’esternazione dei propri sentimenti. E si vede.
«E non è un ringraziamento rivolto solamente alla tua presenza, qui, in questo istante: è un ringraziamento a trecentosessanta gradi, a tutto tondo. Grazie di essere qui, con me, nella mia Vita.»
Lentamente ma con maggior scioltezza, quei pensieri si trasformano in un discorso tutt’altro che scontato. Profondo. Sincero. Vivo.
«Grazie per esserci stato, quando nessun altro voleva farlo. Per avermi vista, quando nessun altro voleva vedermi. Per essermi stato vicino, quando tutti hanno scelto di allontanarsi o quando ti ho dato mille motivi per farlo, ma sei rimasto. Grazie per non aver esitato, nemmeno una volta; per essere stato ostinato, anche al mio posto. Per non esserti arreso ancora prima di cominciare, ma soprattutto: ti ringrazio per avermi mostrato, che in questo mondo, vale la pena lottare e rischiare per qualcosa di bello. Perché le cose belle esistono.»
Si concede una breve pausa, in cui arriva a stringere le mani del compagno con una certa forza, per sentire, percepire quel contatto e dare maggiore enfasi a quelle parole. Piange. Sembra accorgersene solamente ora ma è evidente come quelle non siano affatto lacrime tristi o amare: al contrario sono lacrime di contentezza, di sollievo. Come se finalmente, dopo tanti sforzi, si fosse liberata di un gigantesco peso, che non la faceva Vivere. Tira su con il naso, deglutisce un paio di volte, si dà un contegno e con un sorriso sulle labbra, riprende:
«And you, you can be mean. And I, I'll drink all the time. 'Cause we're Lovers, and that is a fact. Yes we're Lovers, and that is that. Though nothing will keep us together. We could steal Time, just for one day. We can be Heroes, for ever and ever. What'd you say?»
Cita, testualmente e volutamente, Heroes di David Bowie, per rendere singolari quelle promesse che vengono pronunciate in maniera sincera, profonda, sentita, cariche di Amore. Sorride. È un sorriso macchiato di una leggera nota furba, come se fosse perfettamente consapevole che il compagno, il futuro Marito, abbia colto quel testo, nonostante sia stato estrapolato, diviso da quella base musicale che l’ha resa famosissima. Per fortuna o con la voce da gabbiano che possiede, l’avrebbe sicuramente rovinata. Non aggiunge altro, visto che riporta lo sguardo verso il Parroco con cui va a ripetere consequenzialmente quelli che sono i veri e propri voti nuziali:
Io, Murphy Steen, prendo Te, Arthur Lowell, come mio legittimo Sposo e prometto di esserti Fedele sempre. Nella Gioia e nel Dolore, in Ricchezza e in Povertà, in Salute e in Malattia. Prometto di Amarti, Onorarti e Rispettarti tutti i giorni della mia vita, finché Morte non ci separi.
Pronuncia con attenzione ed estrema lentezza, dando peso ed importanza ad ogni singola parola, leggermente strozzata dalla commozione. Gli occhi, visibilmente lucidi, non smettono di focalizzarsi in quelli del compagno per tutto il tempo, prima di abbassarlo verso l’intreccio di quelle mani: in particolare sulla mano sinistra di Arthur. Recupera quel buffo anello, quello a forma di confezione di patatine fritte e lentamente lo fa scorrere lungo tutta la lunghezza del suo anulare, arrivando fino alla base dell’ultima falange. Sbuffa un sorriso, disteso, uno dei pochi e rari che riesce a mostrare con naturalezza, mescolato ad una nota di sincero divertimento per la scelta di quella singolare Fede, che non hanno scelto ma che è stato il regalo del Destino. Dell’Improvvisazione.
Si umetta le labbra e torna a guardarlo con la stessa attenzione e lo stesso sguardo di chi contempla un’opera meravigliosa, di cui è davvero impossibile stancarsi. È proprio istintivamente che dopo quel momento così intenso, si sbilancia in avanti, si muove, come se fosse spinta da una forza incontrollabile: gli lascia andare le mani e le allunga verso il suo viso, lo tiene fermo ed in parte lo trascina verso di sé, per catturare le sue labbra in un bacio, che viene interrotto da dei colpi sonori di tosse da parte del Prete: «Non ho ancora finito...» dice, ammonendo così l’impulso della donna, dettato dalle emozioni più pure: l’Amore, la Passione, il Desiderio ma soprattutto l’Impazienza dell’Attesa.
Si stacca subito da Arthur, seppure gli rimanga vicina, tenendo ancora il viso tra i palmi delle sue mani, in un gesto delicato.
«Nemmeno io. Ho appena cominciato.»
Lo incalza con una nota scontata nella voce, macchiata di quella sua solita sincerità disarmante, che non lascia spazio ad altro se non ad un silenzio spiazzato. Non arriva a farne un dramma, comunque, tant’è che dopo aver recuperato le distanze, lentamente, torna di nuovo a fronteggiare il compagno, a cingergli nuovamente le mani, restando in attesa di sentire i suoi voti e di suggellare, una volta per tutte, quella Promessa.
Oh we can beat Them, for ever and ever. Then we could be Heroes, just for one day.

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I like you more than I planned.
Unknown (via syntacked)
I will never be Free.
Non ha idea del perché abbia accettato di incontrarlo o prima ancora del perché abbia deciso di rispondere a quella telefonata.
- Sì? - Finalmente ti sei decisa a rispondere. Cazzo. - Perché non ho guardato il display, altrimenti mi sarei risparmiata la fatica. E la faccio risparmiare anche a te. Sayonara... - Murphy.
Ogni volta che la chiama per nome, uno strano senso di insensata sottomissione la porta ad esitare dal fare qualsiasi cosa. Emette un sospiro pesante, riportandosi la cornetta del telefono vicino all’orecchio.
- Che c’è? - Pranziamo fuori. Ti aspetto in un ristorante non troppo lontano dalla città. - Aspetterai invano, allora. Non ci vengo. - Tu ci vieni. - Ho detto di no. Addio. - Bene, allora vorrà dire che verrò a conoscere personalmente il mio futuro genero: Arthur, giusto?
Non è di certo una domanda buttata a caso, la sua. Gli è utile solo per ottenere una sola cosa: la sua attenzione. E ci riesce. Ci riesce sempre.
- Non sono affari tuoi. - Non sono affari miei? Davvero? Sei mia figlia e che tu ci creda o no, ho a cuore i tuoi interessi. - Certo... - Smettila di fare la bambina e vieni a pranzare. Lo sai che io non ripeto mai le cose due volte.
Inutile dire che non è stato uno dei pranzi più loquaci di sempre: ha passato la maggior parte del tempo in silenzio, limitandosi a snocciolare risposte monosillabiche o comunque molto brevi. Un atteggiamento che non sembra aver indispettito in alcun modo Mr. Steen, che ha sempre mantenuto un’ottima compostezza. Murphy, invece, non ha mancato di mostrare la sua solita irriverenza e chiusura: schiena appoggiata sullo schienale della sedia, gambe tenute leggermente divaricate e braccia conserte, fanno di lei una persona che “stona” visibilmente con l’ambiente classico e chic in cui suo padre l’ha portata. In cui l’ha portata volutamente.
«Dunque... » è lui a spezzare il silenzio per primo «Ti sposi, allora. Il quindici giugno, vero?»
«Se lo sai già, perché lo chiedi?»
Non crede in alcun modo al tono innocente con cui il genitore le ha posto la domanda e men che meno dell’interesse mostrato. Mr. Steen subito mette le mani avanti, le mostra i palmi, letteralmente, in un cenno di assoluta resa.
«Non sono qui per litigare, Murphy. Ho ricevuto la notizia e volevo avere la conferma. Tutto qui.»
«Sì, beh, siccome io non l’ho detto né a te e men che meno alla mamma, vorrei sapere come diavolo hai fatto a saperlo. Ma sai cosa? Non mi interessa. Me ne vado.»
Si rialza, strisciando volutamente la sedia sul pavimento, attirando le attenzioni di altre poche persone che, come loro, si concedono quella pausa pranzo in mezzo ad un ambiente sfarzoso. Da pochi.
«Siediti.» perentorio nel tono di voce, non ha bisogno di urlare o di fare la voce grossa: gli basta uno sguardo, eloquente, seguito da un leggero cenno della mano destra, che va ad indicare la sedia. Di nuovo, esita, ma lentamente torna a prendere posto, in silenzio, così da evitare ulteriori scenate. Un muto cenno di approvazione, seguito da un sorriso, è ciò che le rivolge, prima di riprendere a parlare:
«Vorrei che tu capissi, Murphy, che se ti ho fatta venire qui è solo per il tuo interesse.»
«Veramente io ancora non lo so il perché mi hai fatta venire qui. E men che meno credo che sia per il mio matrimonio, a cui non sei invitato, ovviamente. Né tu, né la mamma.»
«Ah, sì? E dimmi: chi ti accompagnerà all’altare, mmh?» china il capo leggermente verso destra «Da che mi ricordo, non ti sei mai fatta degli amici e neanche recentemente. In effetti mi chiedo anche come tu abbia fatto a trovare uno come questo... Lowell.» snocciola senza particolare enfasi, facendo volteggiare appena una mano con aria di sufficienza.
«L’ho pagato. Lo sto pagando e lo pagherò, ovviamente. Con i tuoi soldi.» arriva a minimizzare, scrollando visibilmente le spalle e guardandosi in giro.
«Avanti, Murphy. Puoi prendere per il culo gli altri ma io non sono così stupido: non è di certo un uomo a cui servono dei soldi. I miei soldi, soprattutto.» scuote la testa «No. Evidentemen~...»
«Cosa vuoi?»
Arrivata a questo punto, è già stanca di ascoltarlo, di sentire i suoi ragionamenti e quindi taglia corto, decisa a terminare immediatamente una conversazione che per lei è durata fin troppo. Lo sguardo di Mr. Steen per un attimo si fa più truce, la linea delle mascelle diventa affilata, come se avesse mal sopportato quell’interruzione da parte della figlia ma di nuovo, riprende:
«Lo sai cosa voglio.»
«E tu conosci già la risposta.»
«Sai, Murphy, se tu non avessi avuto quel piccolo screzio con la Force, probabilmente non ti avrei mai trovata...» ammette con una strana nota di ammirazione nella voce, di stima addirittura «Tra tutti i posti che potevi scegliere, hai scelto il luogo più impensabile: una delle case intestate a me e a tua madre.»
«Non mi devi dire che sono intelligente, papà. Lo so già.»
«Uhm. E Arthur lo sa? Sa quello che fai?»
«Sì.»
«Sì?»
È con una scrollata di spalle che va a rispondere a quella domanda retorica, avvalorando di nuovo quella conferma, che è stata pronunciata con assoluta convinzione. Senza mostrare la minima esitazione o dubbio. Diretta e sincera. Qualcosa che porta Mr. Steen a lasciarsi andare ad una risata bassa, discreta. Non divertita ma profondamente sarcastica:
«Cosa c’è da ridere?»
«Niente. È solo che mi risulta davvero difficile credere che questa persona, che può avere sostanzialmente tutto dalla vita -tra cui un sacco di donne- abbia proprio scelto te...» e la indica con entrambe le mani, palesando tutto il proprio stupore per la faccenda, lasciando poi ricadere mollemente le braccia lungo i braccioli di quella sedia comoda ed imbottita mentre il cipiglio in viso si fa serio. Tremendamente freddo. «La persona più Egoista che io abbia mai conosciuto. Che non ha altri obiettivi se non quello di far vergognare la propria famiglia con le sue azioni da criminale. Dovevano sbatterti nella Sandmachine.»
Tace. Lascia che quelle parole le scorranno addosso come tante altre volte. Lo sguardo viene puntato verso un punto non ben definito del tavolo, il respiro si fa appena più serrato, nervoso, mentre le mani stringono la stoffa morbida del tessuto di quei pantaloni della tuta un po’ larghi sulle cosce, stringendolo in due piccoli pugni.
«Pensi di essere migliore di lei, non è così? Di sua moglie.» in qualche modo sembra essere venuto a conoscenza anche di questo dettaglio, qualcosa capace di metterla immediatamente in allarme, tanto da portarla a focalizzare lo sguardo su di lui.
«Ti credi speciale, forse? Beh, non lo sei. Non finché ti comporti così, almeno. Te l’ho sempre detto che il più grande problema di questo mondo, sei Tu.» scuote il capo «Questa cosa del voler portare avanti questa relazione, è una follia, Murph. È solamente un tuo capriccio, perché non appena qualcuno ti mostra un po’ di interesse, tu ti ci aggrappi con forza e lo trascini giù. Perché sei Egoista. Sei Sola. Non è Amore il suo: è Pena.»
È con l’arrivo di quelle ultime parole, che il suo corpo compie uno scatto dirompente ed istintivo, una sorta di meccanismo di difesa: il braccio sinistro si solleva, portandosi sopra la tavola dove con l’avambraccio spinge e spazza via tutte le stoviglie in ceramica, argento e cristallo lì presenti. Fa cadere tutto in uno scatto d’ira, un impeto senza controllo in cui probabilmente grida per lo sforzo e la frustrazione accumulata. Cala il silenzio. Uno di quelli lunghi e pesanti, che la portano ad avere addosso gli occhi tutti i presenti. Ma lei non guarda loro, guarda suo padre, che sostiene il suo sguardo e la guarda dal basso, restando ancora seduto ed in silenzio.
«Vaffanculo.»
È un sibilo che esce dalle sue labbra in risposta al genitore mentre con passo alquanto sbrigativo si muove verso l’uscita, lasciandosi alle spalle tutto e tutti.
Una volta raggiunta la macchina, presa in prestito dal garage del compagno, estrae da una tasca il cellulare: lo sbatte per terra, con forza, lo colpisce con il piede, schiacciandolo sul selciato in pietra di quel ristorante, distruggendolo in mille pezzi. Solo dopo torna in macchina, accende il motore e riparte:
«Wendy, guida tu.» richiama l’IA, porgendole quel semplice comando, prima di andare a stringere il volante dell’auto, con forza: la testa si china, le spalle si incurvano, come schiacciate da un peso invisibile ed infine scoppia a piangere. A dirotto. Con intensità tale da farle mancare il fiato in più di un’occasione.
Signora Lowell, vuole che chiami il Signor Lowell?
La voce metallica di Wendy, proveniente dagli altoparlanti dell’autovettura, la distrae da quel momento di debolezza, riportandola alla realtà. Tira su con il naso, asciugandosi le guance bagnate con i palmi di entrambe le mani mentre scuote la testa in un cenno negativo. Come se quell’Intelligenza Artificiale potesse davvero vederla.
«No, non serve.»
È sicura? Noto una profonda tensione nel suo tono di voce, soffocato da alcuni singhiozzi. Sta piangendo. Il Signor Lowell vorrebbe esserne informato.
«Sto bene, Wendy.» dice, recuperando un po’ più di contegno «Starò bene. Non c’è bisogno di disturbarlo. Vorrei che tu non gli dicessi nulla riguardo a questa giornata.» comunica nuovamente mentre con lo scatto di una maniglia, lascia che lo schienale del sedile cada all’indietro così da metterla distesa.
Si gira su un fianco e liberatasi delle scarpe, sfilate a casaccio, si rannicchia su se stessa, come un riccio, senza nascondere quell’espressione profondamente cupa, che le oscura il viso e lo sguardo.
Non sarò mai libera.
Grey World
Lasciato indietro l'argomento senape, sempre con quella punta di soddisfazione che permane sulle labbra... passa all'argomento dopo.
«Ma infatti io mi risparmio la fatica di stare con una sola persona. Non serve a nulla, tante promesse, tanti ben discorsi che appena se ne presenta l'occasione vengono presi e buttati nel cesso.»
Brutale. Cruda ma è la sua esperienza di vita che la fa parlare cosi. E non se ne pente.
«Ma dopotutto la vita è la tua, decidi tu come spendere il tuo tempo.»
Abbozza un sorriso con una certa comprensione e morbidezza. Sbatte le palpebre quando arriva il momento di buttare la carta e in quello stesso momento lei finisce anche la birra. Buttando tutto a sua volta.
«A me, sinceramente... mi annoierebbe essere cosi "intelligente". Anche perché alla fine, se si sa tutto... che gusto c'è di vivere la vita giornata dopo giornata?»
Espressione di chi non trova un senso.
«Tutto diventa piatto. Monotono... triste e grigio. Nah... lascio a te la superintelligenza.»
Solleva appena una spalla davanti a quella prima considerazione brutale altrui, che non sembra in alcun modo istigarla o farle crollare le proprie sicurezze in merito.
«Vivevo anche io così. Non significa infatti che non mi sia data al sesso fine a se stesso. Addirittura per un periodo sono stata insieme alle donne, perché trovavo le prestazioni maschili inappaganti: ho pensato che andando con una donna, qualcuno che conoscesse molto bene il corpo femminile in prima persona, potesse togliermi un po' dalla monotonia del non raggiungimento di un orgasmo.»
Dice, scrollando le spalle con assoluta noncuranza, come se tutto il suo ragionamento fosse normalissimo; nemmeno stesse parlando della lista della spesa.
«Per un po' ha funzionato, in effetti ma alla fine sentivo la mancanza di qualcosa di più... Riempitivo.»
Esita sul finale, scegliendo una specifica parola finale, allusiva ed eloquente. Di fatto arriva ad annuire quando l'altra fa quel discorso circa la propria super intelligenza, ripulendosi un po' con le mani il sedere, dopo averlo appoggiato a terra.
«Ed è la vita che vivevo io, infatti. Perché è quello che succede: quando non trovi più stimoli, la scintilla che accende nuovamente l'interesse o la curiosità, vivi come Eco. Non visto.»
Risponde con cognizione di causa, come se in prima persona sapesse bene che cosa sta dicendo, continuando:
«Così cominci a sperimentare, a fare cose che normalmente le persone non farebbero solo per il gusto di dimostrare che non solo ci riesci, ma che in poco tempo lo sai fare anche meglio rispetto a qualcuno, che ha magari dedicato anni di tempo per imparare. Ti dai anche all'omosessualità, per dare una svolta alla tua esistenza ma la verità è che niente è più stravolgente dell'Inaspettato. L'Imprevisto.»
Continua, concedendosi un profondo respiro dal naso, che arriva a gonfiarle il petto minuto mentre un angolo della bocca si stira appena verso l'alto, in un abbozzo di sorriso.
«Ed è quello che è successo a me. Non che sia riuscita a togliermi di dosso il grigiore della mia vita. Ci devo convivere, visto che è parte integrante del mio essere intelligente ma... Almeno una piccola parte, è in Multicolor.»
Commenta, indicandosi con un indice proprio i capelli, alludendo ad un significato molto più ampio: la scelta di quelle tinte sgargianti simboleggia un vero e proprio tributo verso la persona che ha reso la cosa possibile.
It’s all my Fault.
Comunque, complimenti. L'idea di correggere le persone e permettersi di mancar di rispetto è sempre una meraviglia da vedere negli altri.
Sei fidanzata? Se lo sei... il tuo ragazzo ha tutta la mia solidarietà...
Saresti un interessante caso scuola, davvero. [...] E per la cronaca...non ti ascolto per la ragione che ti ho già esposto: semplicemente non hai niente da dire. E il fatto che tu non te ne accorga dovrebbe farti quantomeno riflettere. Ma ehi...problemi tuoi. Io non ci perdo di sicuro il sonno.
Richiude la porta di casa sbattendola con forza mentre a testa bassa attraversa quel breve tratto di corridoio, che la conduce nell’ampio salone, dove è presente la cucina open-space. Vira la propria traversata verso quest’ultima, raggirando il bancone così da piazzarsi davanti al frigorifero a due ante su cui è attaccato tramite una piccola calamita, un foglio di carta.
Lista Amici di Murph, si può leggere in grassetto sulla parte più alta del foglio. Il resto è tutto bianco. Vuoto.
Nemmeno lei sa dire il perché abbia deciso di creare quella stupida lista: forse voleva solamente dimostrare a se stessa di poter riuscire a superare questo limite. Fare amicizia non è mai stato il suo forte ed ora che ne ha la conferma, fa ancora più male. Quel foglio bianco, parla da solo.
Ti concentri così tanto nel cercare di risolvere i problemi del mondo, Murphy, che non ti accorgi di essere Tu il tuo più grande problema.
Come la lama affilata di una ghigliottina, le parole di suo padre tornano a farsi vivide nella sua mente.
Sei sola. E se uscirai da quella porta, te ne renderai conto. Magari non oggi, non domani, nemmeno tra un mese o un anno... Ma un giorno, lo farai. E sai chi incolperai di questo? Te stessa.
No, forse non era per se stessa, che si è messa in testa di voler fare amicizia: lo ha fatto solamente per dimostrare a suo padre che si sbagliava. Che poteva fare tutto: fargli la guerra, per ciò che le aveva fatto fare in passato, affiancata magari da qualcuno che poteva essere definito un Amico.
Gli occhi lucidi osservano quel foglio bianco senza guardarlo direttamente, almeno fino a quando non vengono attirati da una scritta segnata nell’angolo in basso a destra: “Arthur :)”. Con il pollice scorre su quell’unico nome, scritto in piccolo da quella mano maschile, affiancato anche da uno smile. Le labbra si stropicciano in un sorriso appena accennato, incapace di spazzare via quell’espressione cupa e triste, che va ad avvolgerla come una coperta. Le spalle si incurvano visibilmente verso il basso, schiacciato da un peso invisibile mentre nella più completa solitudine di quella casa, va a strappare il foglio, gettandone poi i resti nel cestino lì vicino.
Li guarda per un lungo istante, lasciando che la fronte si aggrotti visibilmente mentre viene colta da uno slancio orgoglioso, che la fa vacillare a lungo.
No, non è ancora arrivato quel giorno.
Ripete a se stessa, per convincersi di avere chissà quante altre possibilità, sebbene l’aver strappato quel foglio di carta, faccia intendere il contrario. Le mani si stringono in due piccoli pugni, con forza tale da arrivare a sbiancare le nocche e lasciare che le unghie solchino la pelle di entrambi i palmi. Le mascelle si serrano con forza, affilando i tratti del suo viso, che ruota in una mezza torsione che successivamente coinvolge le spalle, il busto, i fianchi e poi le gambe: torna a muoversi, forse addirittura corre e scappa verso la camera da letto. Si spoglia di ogni possibile indumento, prima di andare a nascondersi sotto le coperte, tirandole fin sopra la testa. Come se in qualche modo potessero renderla invisibile. Ma non lo fanno.
La porta di casa sbatte ancora una volta. Il silenzio dell’appartamento viene interrotto dal rumore di quei passi ben scanditi, mai accelerati o frettolosi, che si interrompono sul limitare della porta della stanza. Un altro lungo attimo di silenzio, prima che sia il suono ovattato dei vestiti che ricadono per terra in un leggero tonfo, a spezzare la quiete, anticipando poi l’ondeggiare del materasso. Il corpo sballonzola appena, prima di essere privato delle coperte, che vengono tirate verso l’alto e poi fatte ricadere delicatamente.
La sensazione di quel corpo caldo, stretto dietro la sua schiena, è l’unica cosa che le importa davvero. Quei baci leggeri sul suo collo sono l’unico contatto che più desidera al mondo. Il fiato caldo che ne accarezza la pelle, l’unica debolezza su cui è disposta a cedere, a spezzarsi.
Che succede? Niente Oreo nel letto con rispettive briciole, stasera?
Quella domanda, leggera, le strappa un leggero sorriso, che nasconde tra le pieghe del materasso, piuttosto breve. La testa ciondola appena in un cenno negativo.
Niente.
Arriva a dire. Non c’è menzogna nel suo tono, quanto una muta consapevolezza: sa che non ci sarà insistenza da parte sua, se non in quell’abbraccio, la cui presa si fa più stretta, senza costrizione alcuna ma solo piena di comprensione.
Uno di quei rari momenti che le fa ancora sperare di non essere un caso senza speranza.
I want to Choose
«Reagisci! Non tenerti tutto dentro!»
Glielo aveva detto lei, infondo, ma nessuno immaginava che quel ragazzo un po' sovrappeso, si portasse dietro un potere così.
Non si sente proprio in vena di incolparlo, non lo biasima per aver pensato, per un solo istante, di reagire contro il gruppo di bulli, che chissà da quanto tempo lo tormentavano a scuola. Lei per prima sa che cosa significa.
Uno pensa che essere figlia di due Ambasciatori, sia una sorta di "Fortuna", di "Benedizione", quasi.
"Dev'essere fantastico poter visitare posti nuovi, ogni anno! Chissà quanta gente ti capiterà di conoscere! Quante amicizie che hai fatto!"
Non c'è stronzata più grande di questa. Si pensa che continuare a viaggiare di città in città, di Stato in Stato, ti apra tutte le porte per fare nuove conoscenze... Ma non è così. Non c'è niente di peggio di continuare a girare per il mondo, per capire quanto ci si senta soli.
Ogni città è un'abitudine diversa. È un'ora diversa. È una mentalità diversa ed è una scuola diversa. C'è una cosa che però non cambia mai: i bulli. Quelli sono tutti uguali in qualsiasi Paese del mondo.
Lei ne ha conosciuti parecchi: la prima cosa per cui veniva bullizzata, era il lavoro dei genitori, che secondo loro le davano troppa notorietà. Aveva troppi soldi. Paradossalmente veniva bullizzata, perché si vestiva sempre con abiti trasandati, non troppo appariscenti. Non seguiva la moda e quindi era giusto che le prendesse. Poi per il pranzo al sacco, che era troppo buono, da "ricconi". Poi per la sua intelligenza, perché non era giusto che in ogni compito riuscisse a prendere una A+ senza aprire libro. Poi perché si rifiutava di suggerire o di fare i compiti degli altri, o perché aveva accidentalmente incrociato il loro sguardo, che è stato motivo di fastidio...
No, non sente proprio il bisogno di biasimarlo quel ragazzo. E non si sente neanche di biasimare la volontà di far crollare giù l'intero palazzo dell'Istituto: perché lo sa. Sa bene che per un istante, fugace, quel ragazzo ha pensato di far crollare su se stessa quella scuola, sotterrando i suoi problemi sotto un cumulo di macerie.
"Non è giusto..."
Quella presa di consapevolezza da parte dell'adolescente, le ronza nella testa come un insetto. No, non è giusto, ragazzo. Non è giusto subire. Non è giusto non reagire. Non è giusto non cercare giustizia davanti a dei torti subiti. O alla manipolazione.
No, non lo biasima. E non biasima neanche se stessa se per un momento ha pensato di allontanarsi e di lasciare che morissero folgorati tutti quanti, invece di intervenire mettendo a rischio la sua stessa vita.
E allora perché lo hai fatto, Murph? -le domanda una voce dentro di lei.
Perché nella mia vita ho inconsapevolmente ucciso così tante persone, che per una volta volevo scegliere. Volevo essere libera di scegliere.
I know all too well it don’t come easy The chains of the world they seem to movin' tight I try to walk around if I’m stumbling so come Tryin' to get up but the doubt is so strong There’s gotta be a winning in my bones
I’m looking for freedom, looking for freedom And to find it, cost me everything I have Well I’m looking for freedom, I’m looking for freedom And to find it, may take everything I have

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I’m Fucked - Part Two
[...]«Perchè ti interessa quella roba?» accenna chiaramente ai fogli che sono latori di quei "consigli", evidentemente incuriosito dal comportamento che la ragazza sta reiterando.
È con un guizzo delle sopracciglia verso l'alto, che risponde alla prima domanda altrui, rivolta all'uso di quei fogli che l'Ingegnere non manca di guardare ogni due per tre. Sospira appena, distendendo la mano sinistra verso di lui, che ancora stringe il cellulare, con il palmo rivolto appena verso l'alto, puntualizzando proprio la presa di coscienza altrui sul perché si stia dedicando a tale attività «Devo farmi degli amici e siccome non so come si fa, sto studiando.» lo rende comunque chiaro, anche se la risposta è piuttosto scontata.
«Gli amici...» comincia con fare metodico, usando cura e metodismo nel cominciare il suo discorso «...Non sono tali per via di quello che mostri all'esterno ... certo, essere affabili aiuta ma se cerchi degli amici veri, non c'è nulla su quel foglio che possa servirti.» accenna con un gesto del capo alle carte che Murphy consulta di continuo «Non è una materia che si "studia", quelle scritte li sopra sono solo linee guida. [...] Comunque il mio consiglio è: cerca di interagire con le persone non sulla base di quello che c'è scritto lì...» accenna nuovamente ai fogli «Ma magari perché ti interessi a quello che fanno o quello che sono: quello è il metodo per farsi un amico, dimostrare che un minimo "ci tieni". Non so se mi spiego.» il messaggio viene nuovamente accompagnato da un piccolo momento d'attesa, scacciato successivamente da uno sbuffo ironico che però non da seguito ad altre considerazioni.
And this, guys, is the moment when I realize to be fucked...
...Again.
I’m fucked
«Ah. Ma... Dobbiamo invitare gente?»
Apprezza il silenzio e l'affaticato, sonoro, scanalare della vocale, e della domanda. Annuisce: «Beh, almeno mezzo migliaio di persone, probabilmente. E i Testimoni, a prescindere, sono necessari. Poi, beh, con Catering, Musicisti, Padre Tobas... arriviamo tranquilli alle seicento anime. Tutto ancora provvisorio.» ammette, e ruota il capo, e con esso le smeraldine avvinghiate di carbone, quasi a proferire sana ovvietà, lordato da un puntello d'evanescenza prevenzione, una prerogativa che è prospettiva, la coscienza di cosa intenda l'altra per Matrimonio insomma.
Se ne sta lì, seduta per terra sul pavimento della terrazza, che dà direttamente su una Philadelphia illuminata dalle luci della sera. Lo sguardo puntato e rivolto verso le pagine bianche ed immacolate di un blocco note, le labbra serrate attorno al cappuccio di una Bic nera, mangiucchiato dal nervosismo.
Sono fottuta.
È il suo unico pensiero mentre si ritrova a dover pensare di riempire quel foglio in una lista.
«So come immagini il nostro giorno. Non ci sarà grandioso clamore. Solo io, te, un paio di Amici... e un bellissimo letto a baldacchino... Niente Pompa Magna... Se non sei tu a farmela.»
Sorride appena nel ripensare alla battuta maliziosa, incapace tuttavia di togliersi di dosso quell'espressione perennemente crucciata, pensierosa e nervosa. Sposta il tappo della penna dalla bocca, sospira pesantemente mentre si lascia cadere all'indietro, piano, distendendosi per terra, supina.
Lo sguardo rivolto verso l'alto, verso quel cielo ricoperto da un po' di nuvole ma ancora sereno.
"Solo io, te, un paio di Amici."
Quali?
Se lo chiede da sola, consapevole ma con lo sguardo rattristato, puntato verso l'alto, le nuvole: quasi speranzosa di vedersi arrivare una risposta, come una cometa o qualche altro fenomeno celeste. Ma non accade. Sospira, pesantemente, riabbassando gli occhi verso l'anello di fidanzamento indossato all'anulare sinistro.
Forse potrei pagare qualcuno, che faccia finta di essere mio amico. O Testimone...
Riflette, stropicciando le labbra in una smorfia poco convinta davanti a quella possibilità. Guarda ancora per qualche istante l'anello, prima di abbassare la mano mentre con un leggero colpo di reni, ruota sul fianco destro, continuando a restare sdraiata per terra.
Forse dovrei solamente dirglielo che non inviterò nessuno al mio matrimonio, perché non ho nessuno da invitare... Né amici o parenti.
Ha tenuto anche all'oscuro i genitori di questa sua decisione: a dire il vero, li tiene all'oscuro di un bel po' di decisioni da molti anni a questa parte.
Prende un altro respiro dal naso, espirandolo in uno sbuffo sonoro mentre recupera da una delle tasche del golfino il proprio cellulare: sblocca lo schermo e digita velocemente una ricerca:
Poco dopo, apre una seconda finestra:
...UN ABITO DA CERIMONIA?!?
Sgrana le palpebre e dà il via alla ricerca numero 3, la più importante:
Sono FOTTUTA.
It’s done
Non è riuscita a prendere sonno. Continua a pensare alle sue parole, rievocandole nella mente ancora e ancora, come una sorta di disco rotto:
«Un pezzo di carta, frutto di scambismo, non ti rende la Donna più felice del mondo. Io si. Quando sono arrivato a Philly abitavo qui. Ero convinto, nel profondo, che una bella casa, un buon lavoro, il non dormire la Notte, potessero distrarmi dalla fondante rottura cui sono stato costretto. Bramavo disgrazia per placare il dolore. Intento a fare d'un vortice l'esaurirsi pratico della mia esistenza. Galleggiavo. Avevo annullato l'unica dimensione capace di garantirmi un poco di pace. Tu sei arrivata. Mi hai raccontato che potevo ancora muovermi. Tornare a nuotare... Che ogni dimensione è relativa. Che non esiste niente di più degno della sorpresa, per creare qualcosa in grado di sorpassare tutto e tutti. Al punto che quando rimani senza, vivi come eco, in una chiesa svuotata dalla Fede. Ti Amo.»
Inspira profondamente, restando a guardare il soffitto della camera ancora per qualche secondo, prima di voltarsi verso il compagno. Lo fa lentamente, smuovendo appena il letto così da non disturbarlo. Dorme. È un po' da psicopatici ma le piace guardarlo mentre riposa: anche se metà faccia è affondata nel cuscino, non manca di osservare i tratti ben definiti del suo viso, ammorbiditi solo da quel leggero strato di barba, che diventa più folta all'altezza del labbro superiore, creando così dei baffi più pronunciati, senza esagerazioni di sorta. I capelli corti in quel taglio alla Mohawk molto preciso, restano bene ordinati: non manca infatti di chiedersi come faccia, anche mentre dorme, ad essere sempre così...perfetto. Composto.
Per un istante, l'espressione del viso si incupisce, preda di chissà quale pensiero. Distoglie lo sguardo da lui, andando alla ricerca di qualcosa: allunga il braccio verso il basso e recupera da terra una delle camicie di Arthur, buttata lì senza cura, non appena ha fatto ritorno a casa, quando ha deciso di concedersi del tempo insieme a lei. Si mette seduta ed infilando prima una manica e poi l'altra, si copre e dopo essersi liberata delle coperte, scende dal letto, piano: dà uno sguardo alle sue spalle, controllando che Arthur dorma e solo dopo si alza.
La gomma presente sulla base delle calze antiscivolo che indossa, risuona appena sul pavimento lucido e pulito della camera. Cerca nella stanza il pad del compagno, lo accende, abbassando la luminosità al minimo così da non dargli fastidio, muovendosi verso l'ampia finestra che dà verso una Philadephia in procinto di svegliarsi.
Attende il caricamento del dispositivo mentre lo sguardo si abbassa sull'anulare sinistro, lì dove cappeggia l'anello di fidanzamento in oro blu, che richiama senza alcun'ombra di dubbio il colore del Tardis della serie tv Doctor Who, con quel diamante brillante da 12 carati, incastonato in quattro piccoli cacciaviti sonici. Un anello unico e personalizzato.
"Together, Forever, trough Time and Space", ripensa alla dedica incisa all'interno, che le strappa un sorriso morbido ed intenerito, giusto un attimo prima che il pad "rubato", ne attiri l'attenzione.
Dopo aver aperto un prompt dei comandi, così da rendere l'utilizzo del dispositivo il più anonimo possibile, si ritrova ad aprire una finestra. Una chat, per l'esattezza. Prende un profondo respiro dal naso ed invia un messaggio: il primo di una lunga serie...
Non le sembrava una risposta così difficile, così come non doveva essere così scontato l'invio di quei documenti: le carte da divorzio.
Non si sentivano da dieci anni lei ed Erik, da quando hanno deciso di comune accordo di sposarsi, senza troppe domande o cerimonie e solo per garantire a lui una Green Card -così da poter lavorare in America- e a lei i suoi 8000$. Semplice.
Ogni volta che legge quella parola, un brivido le sale lungo la schiena. Non le è mai importato di "piacere" a qualcuno. Nemmeno ad Arthur, a cui più volte ha ribadito di essere la persona più egoista, egocentrica, inopportuna, arrogante, testarda, sociopatica, criminale che possa esistere su questo mondo, eppure... a lui, come anche ad Erik, questi dettagli sembrano averla resa più affascinante ai loro occhi. Arthur è stato stregato così tanto da chiederla addirittura in moglie.
A volte si domanda che cos'ha fatto di giusto, per meritarsi di avere al suo fianco qualcuno come lui. Una persona che non la giudichi o che la limiti dietro alle tante etichette che il mondo ti affibbia addosso.
Con un veloce log-in direttamente nella sua cartella personale, vide finalmente la risposta a quella sua email: i documenti erano stati firmati.
Distratta dal movimento di Arthur nel letto, richiude velocemente la chat senza abbandonarsi a chissà quali saluti di sorta, e spegne il pad, che va ad appoggiare sopra una sedia sistemata lì vicino. Si avvicina nuovamente nel letto, si infila sotto le coperte e scivola verso il compagno che sta sonnecchiando allegramente: il viso si avvicina ad una sua spalla, la fa sua sotto la morsa dei denti, che vanno ad aggrapparsi alla pelle, in un morso delicato, che non reca dolore e non lascia segni o lividi evidenti.
Comincia a stuzzicarlo, a volerlo risvegliare, alternando quei morsi a baci delicati, che dalla spalla risalgono lentamente verso il suo collo, la sua guancia ed infine sulle labbra. Felice. Finalmente era fatta.
I can’t
«Pronto?»
«Sempre.» breve pausa «Come stai?»
Pausa ben più lunga «A essere rovesciata contro quel dannato Frigorifero a due ante. Lo so. Tu. Come stai?»
Si percepisce un leggero sbuffetto: un sorriso controllato ma presente «Qui non c'è niente del genere, purtroppo. E sto in piedi...» sospira appena «Non ho molto tempo...» il tono di voce si abbassa di molto, diventando quasi un sussurro strozzato. Come se arrivasse a schiacciare le labbra contro la cornetta del telefono «...Lo sbirro mi ha dato solo cinque minuti di tempo, per una sola chiamata.» La voce torna normale: «Ora sto meglio. E te l'avevo chiesto prima io.»
Brevissimo schiodare di distorsione nella cornetta: «Puoi sempre costruirlo.» Silenzio, disarmante: «Legittimo. Sono il suo primo competitore per il Triangolo delle Meraviglie. Quell'uomo ti costringerà all'altare prima che possa farlo io, lo so. Diverrai la sua Roxelana...Non sto bene. Ma mi sto... distraendo.»
«Ahahaha! Ma figurati! Non hanno manco l'acqua calda a momenti...» si schiarisce appena la voce: «Oops! I did it again! I played with your heart, got lost in the game! Oh, baby baby!» intona a voce bassa ma di per sé già stonata «Distraendo in che modo? In base alla risposta, potrei decidere se farmi lo sbirro o meno... Che ora mi sta guardando malissimo.» sospira di nuovo «Però... Sono sollevata che tu stia facendo quello che ti ho chiesto.»
«Per come ribolli tu, direi che la puoi inventare tranquillamente.» tuona lo schiarirsi della voce. Lo sfondo è di un locale, svariate Swing: «OOOoops You thiink that I'm seeeent from AbooooveeeeeeEEEeeeuuu...» intona ben più composto, sebbene dirotto dal ramare del contatto telefonico «Sto scegliendo l'anello. Ti piacerà. E no. Non basta una bella lettera scritta per paura a portarti via da me. Puoi amarmi in silenzio, se questo ti rassicura. Non mi interessa.»
«L'avrei inventata io, se fossi nata un po' prima...» tace, ascoltando la risposta altrui, cantata in maniera molto più intonata «I'm not that innocent.» pronuncia, senza arrivare a gridare come un gabbiano. «Arthur...» lascia calare una pausa, breve ma piuttosto intensa, che annuncia un tono di voce più cupo. «...Quello che provo per te non è cambiato, ma c'è una cosa che devo dirti ed è il motivo per cui non posso darti la risposta che vuoi. Te lo spiegherò ma non qui. Non così e non adesso.»
Se la ride, la voce si scalda un poco, dietro lo scartavetrare radiale della cornetta «L'ho sempre saputo. E l'ho sempre affermato.» Lascia intercorrere svariati secondi, espirando senza pesantezza, e fuori dalla portata del telefono. Risibile solo appena il gesto, a lei. «E io ascolterò. Solo per spiegarti di quanto futile possa essere tale negazione. Perchè...» schiarisce la voce. Si interrompe. «Sai che ti dico...facciamo che te lo chiedo adesso. Ufficialmente. Una volta e per tutte. Una scelta privata di quell'impeto logico che ti pervade. Una scelta non pensata. Inderogabile. Definitiva.» marca il tono, su quest'ultima parola, immutabile, realmente. In una maniera tale da poter scampare il mondo. Fa intendere che è un si o un no che è finale, senza dare alla medesima replica un connotato. Lineare, tratta l'argomento come fosse il più freddo dei veri e falsi su qualche Test della Patente. «Qualunque sia la tua risposta, non ne parleremo più. E andrà bene.» Il tono assume una certa, tenace, costanza. Verace, attraverso lo scanalare antiquato delle centraline e delle antenne. «Murphy Steen. Vuoi sposarmi?»
«Arthur, no. Per favore...» il tono di voce si fa supplichevole, di chi non sembra voler proprio assecondare le idee altrui. Lo lascia parlare, per un momento ma nella pausa che anticipa la fatidica domanda, interviene, a gamba tesa «Sono già sposata.» È un sussurro che viene pronunciato appena e tutto d'un fiato. Come se facesse così male dirlo, da voler chiudere l'argomento in fretta...
I am not the person you think I am...
Not My Problem
[...] «Provo un profondo e personale schifo per chi si appropria del denaro della gente onesta: evasori, truffatori, rapinatori e traffichini come lei, Steen. La considero quasi più insulsa di un terrorista.»
«Non è un problema mio.»
~ Kade & Murphy
[...] «Te LI porto io. Ho detto donuts, plurali e al cioccolato bianco, fondente e al latte. Quindi tre donuts.»
«Tre donuts. Ho capito. Sei pretenziosa per essere te quella rinchiusa in cella. Dovresti apprezzare di più le mie gentilezze.»
«Sì, beh... In teoria potrei anche dirti che vorrei che tutti e tre devono avere uno spessore di tre centimetri, con una pasta soffice al tocco. Non collosa: soffice. E che il numero degli zuccherini deve essere dispari e che la glassa al cioccolato deve essere solida, croccante: di quelle che proprio si spezzano al primo morso, senza spaccarti gli incisivi; ma sarebbe troppo puntiglioso.»
«Sarebbe da scassacazzo autistica.»
«E sociopatica con un parziale disturbo ossessivo-compulsivo legato all'ordine di alcuni oggetti, eccessivo menefreghismo, insubordinazione, ostentazione della propria intelligenza, manifestazione di atteggiamenti ribelli... Ma ho anche dei difetti.»
«Sì, un quadro abbastanza fedele devo dire... C'è qualcosa di cui ti importa, Murphy? O la tua è una vita superflua?»
«Certo che sì. Non la definirei "superflua" ma noiosa, per la maggior parte delle volte.»
«Bene, mi fa piacere. Altrimenti tanto varrebbe per te morire ora.»
I've already thought about it...
~ Nathaniel & Murphy

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Remember
«Remember what I told you, Supernova. Remember what is perpetual and unconditional.»
Non è poi così difficile dimenticare, quando già di tuo tendi a ricordare tutto. Ogni istante, ogni parola, ogni gesto, persino ogni sguardo, lei lo ricorda.
Ricorda così bene e così tanto, che è arrivata persino a catalogare i suoi sorrisi, perché ne ha di diversi: c'è quello che le rivolge, quando torna a casa. Quello che mostra, quando le chiede che cos'ha fatto durante la giornata. Quello che mette su, quando la ascolta mentre si pavoneggia della propria intelligenza. Quello dopo aver fatto l'amore, quando la guarda, con quello sguardo che dice tutto e niente, le sposta i capelli perennemente in disordine e con metà viso sul cuscino, senza riuscire a comprendere i motivi di così tante attenzioni, le sorride. Poi c'è quello che fa, quando lei si arrabbia senza motivo e lui, consapevole dell'ilarità della situazione, arriva a stropicciarle quelle labbra, le nasconde dietro le dita di una mano, come se non volesse che l'altra se ne accorga, per non farla arrabbiare ancora di più. Ma è questo il punto: lei se ne accorge. Se ne accorge sempre ma si ostina a non fare niente, perché tutti quei sorrisi, tutti quegli sguardi sono ciò che contano davvero. Sono ciò che la fanno sentire meno diversa e più normale. Una delle poche cose belle che in qualche modo riesce a fare, senza provare vergogna o disgusto per se stessa.
Ed ora, dentro quella cella, in attesa, quei momenti sono tutti lì: nei suoi ricordi. Si fanno vividi nella sua mente, li fa riaffiorare volutamente, per sentirsi meno sola anche se fanno male.
It’s Just A Game
È esistito un tempo in cui ogni volta che tornava a casa, era sempre felice di vederlo.
«Papà!» «Scimmietta!» «Mi hai portato un altro gioco?»
Non mancava mai di chiederglielo. Ogni volta che Mr. Steen varcava quella porta, con quella sua divisa blu, da perfetto Ambasciatore del Governo Americano, non mancava di portare a Murphy un regalo, dei "giochi". Li chiamava così.
«Un gioco? Mmh, vediamo...» una mano scivolò all'interno del taschino della giacca «Mh, qui non c'è niente.» successivamente la mano destra si nascose dentro una tasca interna, estraendo un foglio ripiegato. L'espressione dell'uomo mostrò un finto stupore, come se avesse compiuto chissà quale magia. «Chissà se è questo!»
«Fa vedere! Fa vedere!»
Murphy non aveva più di dodici anni all'epoca e già mostrava interesse e curiosità per tutto ciò che avesse a che fare con la matematica e i numeri. Più di quanto ci si aspetterebbe dai bambini di quell'età.
E su quel piccolo foglio di carta, ripiegato in quattro, i numeri di certo non mancavano:
«Woooo!» esclamò con il tono e gli occhi lucidi di stupore. «Che cos'è, papà?» «Lo sai che non posso aiutarti. Sei tu che devi dirmelo.»
E puntualmente, glielo diceva sempre. Trovava sempre una risposta a quei "giochi", che suo padre le portava. Tuttavia, ancora non comprendeva il peso di quelle risposte.
Lo scoprì con il tempo. Ricollegando tutto come gli indizi di un gigantesco puzzle rimasto fino ad ora nascosto.
Quelli non erano solo numeri ma coordinate. Erano un luogo preciso, in un determinato paese del mondo. Quella risposta era un missile lanciato nella notte. Un bagliore nel buio. Era la morte di migliaia di civili, che dalla loro hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
E il momento sbagliato è stato trovare la "soluzione" a quel gioco.
È soltanto un gioco...
La sua voce rieccheggia nella sua testa ed è con un sussulto che riapre gli occhi, dopo essersi appisolata sul divano. Sbatte le palpebre un paio di volte e guarda verso l'ampia porta-finestra che dà verso l'esterno. Piove. Con gli occhi ancora assonnati, segue la scia lasciata dalle gocce di pioggia e pensa. Pensa sempre. È questa la sua condanna. La sua colpa.
Well if you told me you were drowning, I would not lend a hand. I've seen your face before my friend, but I don't know if you know who I am. Well I was there and I saw what you did, I saw it with my own two eyes. So you can wipe off that grin, I know where you've been. It's all been a pack of lies.
And I can feel it coming in the air tonight, oh Lord. Well, I've been waiting for this moment for all my life.