Non so nemmeno quanto tempo sia passato dall’ultima volta in cui ho impresso i miei pensieri qui. Forse una decina di anni sono volati via. Mi ritrovo a ventisette anni perso.
Sono perso nella mia ansia, nelle mie idee, nelle mie grandi speranze per il futuro. Mi ritrovo sconfitto dalle mie stesse aspettative che carico su di me.
Sarei potuto essere un dottorando, sarei potuto essere un professionista in qualche ambito accademico. Avevo così tanta scelta nella mia testa, così tante scelte e bocchi diversi, che alla fine nessuna via pareva essere quella giusta.
Nel mio cuore ho sempre saputo dove ero diretto.
Ancora oggi so dove sono diretto, e ci sono tanti scalini ancora, tante azioni da compiere, tanto da esaminare, tanto dolore da conoscere e comprendere. Ancora oggi so dove andrò… ma sorge il problema del: dove sono ora?-sono perso nel mio proprio percorso?- forse si.
Brandon, inizia il tuo libro- non so mai come iniziarlo. Cosa scrivo? Cosa dico? A chi interessa la mia storia? -boh, a qualcuno interesserà… prima o poi- ha senso farlo? Come lo faccio.
A dirla tutta, caro lettore, ho già iniziato a scrivere quando ancora non mi rendevo conto del perché lo facessi.
Perciò farò ciò che mi risulta più naturale. Io ti parlerò. Ti porterò nei tumuli e tumulti della mia vita. Ti regalo il mio dolore. Mi farò accompagnare dalle mie note. Mi lascerò trasportare nella mia vita stessa. Ho paura vado lettore. Ho paura che nel viaggio che mi porterà alla stesura dell’ultima pagina di questo libro, avrò molto da esaminare, poiché molto di ciò che ho vissuto verrà a galla, ed io piangerò.
Dammi un abbraccio attraverso queste pagine quando pensi che ho pianto quelle parole che stai leggendo.
Inizierò il tutto con uno dei ricordi più brutti che ho. Ne ho molti, e te li riporterò piano piano. Ma ecco, preferisco partire da questo specifico ricordo di mio padre. È un ricordo amaro, pesante, rarefatto dal tempo e dalla violenza che lo avvolge.
Era il 2003 ed avevo circa 4/5 anni; Repubblica Dominicana, San Cristobal, barrio madre vieja Sur. Tra le strade di quella città abitavamo io, mio padre -almeno fino a quando non si è risposato quello stesso anno-, mia nonna -nonna paterna-, compagno di mia nonna e bisnonna. Quel pomeriggio in cui accadde l’accaduto traumatico, io ero perso nel mio mondo, poco prima che la violenza ignorante di mio padre mi colpisse. La definisco ignorante perché l’ho perdonato. Dopo 23 anni ho capito che era cresciuto in un luogo chiuso, non pronto per un bimbo come me.
Perciò partiamo con la premessa che ciò che verrà descritto non è una constatazione d’odio nei confronti di mio padre, ma bensì di comprensione ed accettazione. Seppur non ha alcuna giustificazione un atto inumano come quello di picchiare con la cinghia della cinta il proprio piccolo.
Bene. Ora che ho la tua attenzione: pensa ad un piccolo, che mentre si trova ad odorare, a provare ed abbracciare i vestiti della madre, partita per un’altro paese da quasi tre anni, si vede poi sbattuto a terra non appena suo padre lo vede. Il piccolo diventa pietra perché sente che sta per accadere qualcosa di impensabile. Il piccolo sente il pericolo sopra di lui, e per sentire quel pericolo gli basta ascoltare il respiro di suo padre, la velocità dei suoi movimenti, per poi percuoterlo qualche secondo dopo averlo buttato a terra. È stato veloce. Terra, nemmeno una parola, cintura slacciata, cinghia stampata sulla schiena.
La mia schiena era dolorante, avevo paura, piangevo, gridavo. -ECCOLE- pensai quando vidi mia nonna e la mia bisnonna intervenire. Due donne, circa 50 al tempo mia nonna e circa 70 anni la mia bisnonna. Due donne “deboli” che si sono interposte tra mio padre e la tortura che mi stava infliggendo.
Peccato per me che mio padre aveva circa la metà della loro età, uomo forte, basso, contenuto e bell’uomo. Non dava l’impressione di essere un fisico fortissimo, ma le percussioni che dava, erano molto potenti. La mia pelle ancora le ricorda.
Ora tremo; si caro lettore, abbracciami perché sto tremando. Abbracciami caro lettore perché sto piangendo. Mi sento di nuovo dentro quella realtà. Ho di nuovo quella sensazione di non potermi muovere.
Se mi abbracci, forse lo sentirò. Almeno spero.
Ho respirato e mi sento meglio. Proseguo caro lettore.
Se mi hai abbracciato, o detto qualcosa di consolatorio, grazie. Lo apprezzo molto.
Torniamo dentro il ricordo.
Papà ha continuato nonostante fosse stato visto. Sapeva che ci sarebbero state conseguenze. Conseguenze di cui ancora oggi sono all’oscuro, perché nessuno mi ha mai parlato di quel giorno. Nessuno mi ha mai parlato o chiesto scusa. Nessuno si è mai preso la briga di chiedere, pur sapendo. Nessuno, nemmeno mia madre -a volte penso si dimentichi davvero delle cose; forse non le piace ricordare, forse non le piace vedere la sua vita… ma ci serve, ho necessità che un giorno prima o poi anche lei lo faccia. Per evolvere, per ambire ad una versione migliore della relazione madre e figlio che praticamente non abbiamo, quasi.
Poco dopo che le mie nonne avevano preso atto di quanto stava accadendo, vedendo che la situazione era più grave di quanto pensavano, si son trovate obbligate a chiedere rinforzi chiamando di fretta e furia più vicini possibili per fermare papà.
Non ricordo molto bene quanto accadde dopo che arrivarono i vicini. So solo che da lì in poi il padre che ho conosciuto è stato diverso.
Mi faceva paura; era calmo e non riuscivo a capire se gli piacessi o meno.
Non ricordo quanti abbracci mi desse, so che era dolce. Lo amavo molto e mi manca molto.
Lui è morto 4 anni dopo quel episodio. A volte mi osservo nei miei pensieri, ed ammetto che ho trovato il pensiero masochista del desiderio di riavvolgere tutta la mia vita fino a quel momento lì. Chissà, magari nella sua ignoranza pensava che dovevo diventare forte.
Era spaventato per me, questo lo so. Come lo era anche mia madre.
Ma di cosa precisamente? Di me? Di come sarei stato nel mondo? Cosa se invece di distruggermi, mi avessero solo insegnato ad amarmi e ad essere la versione più forte di me che ci potesse essere?
Caro lettore, ora vado a dormire.
Dopo una notte insonne passata ad inseguire una mera illusione d’interesse d’un uomo, me ne vado a letto.
Sono insoddisfatto, si lo ammetto.
Sono le 07:27am ed ancora debbo dormire… che vergogna caro lettore.