Qui c'è talmente tanto di stratificato da destratificare che non so mai da dove cominciare. Manca il tempo, certo, ma manca soprattutto la macchina che lo riavvolge: ecco l'inganno di quelle frasi fatte che mi capita di leggere spesso in giro, prendi quella decisione difficile che ti spaventa, come se le decisioni fossero varchi sempre aperti e non porte murate da una vita intera di cemento educato. Iscrivermi al liceo artistico invece che al classico; fare quel corso di falegnameria; vagabondare per il mondo invece di consegnarmi all'università vista come unico e solo mezzo di riscatto e salvezza sociale; seguire la musica, forse la mia unica vera inclinazione, quella che per qualche ragione oscura ho sempre, metodicamente, rimesso nel fondo di un cassetto nascosto. Sono tutte cose che esigono, prima di ogni altra cosa, una macchina del tempo, che ahimé non ho. Quello che ho avuto, invece, è stata un'infanzia e poi un'adolescenza e poi una giovinezza tutte spese a fare la cosa giusta, a non dar fastidio, a non essere di peso a nessuno - una piccola architettura paziente di autosufficienza e di ragione, mattone su mattone, fino a diventare quello che sono ora: un'adulta rotta. Un'adulta che funziona eh, ma è completamente, irrimediabilmente rotta - una persona che concepisce il principio di piacere solo in una maniera distorta, quasi fosse sempre un errore, un guilty pleasure da concedersi di nascosto e non qualcosa che possa guidare la vita e le decisioni. C'è talmente tanto da destratificare, dicevo, e il presente non è di certo meno spietato del passato: ogni desiderio che provo a formulare chiede subito delle risorse che non ho, economiche o di competenze o di tempo, poco importa. Prendi quella decisione difficile che ti spaventa e il mio cervello urla subito alla catastrofe, perché, di fatto, le decisioni che mi spaventano sono effettivamente delle decisioni catastrofiche nel senso etimologico del termine*, dei capovolgimenti e delle rivoluzioni la cui idea mi scuote fino al midollo. Vorrei per un attimo leggere il futuro quel tanto che basta a capire se questi sforzi per estirpare la tristezza hanno un senso, oppure se converrebbe arrendersi a una vita che, in fondo, malvagia non è - semplicemente, a tratti, sembra vuota e senza una direzione, mossa più per meccanica che per altro. E il desiderio, in questa meccanica, resta solo un episodio estemporaneo, una luce che si accende per un attimo in fondo al corridoio e poi, prima ancora che ci si avvicini, si spegne di nuovo, lasciandoti col dubbio se fosse davvero accesa o se l'avessi solo immaginata.
















