Ieri ho fatto un esperimento. Mi sono presa un pomeriggio libero e mi sono portata al lago, con la stessa cura con cui ci avrei portato te. La mia psicologa dice che sembra che attraverso questo ostinato e continuo parlare con te io stia cercando di ricongiungermi a una parte di me, e allora va bene, porto me a fare le cose che avrei voluto fare con te (potrebbe essere benissimo l’incipit di una psicosi). Mentre guido ascolto della musica, mi lascio trasportare in una dimensione un po' eterea e sognante, in uno spazio che posso chiamare orgogliosamente e senza esitazioni mio. Ma quando parte un brano dal nome Nothing is real ritorno a te e penso che "nulla è reale" è proprio un'affermazione da te - la tua filosofia, il tuo modo d'essere, e infine anche il tuo modo di comportarti. Io sono l'inverso della medaglia: se niente è reale allora tutto è reale, il nichilismo diventa massimalismo esistenziale, uno strabordare di vita che a tratti temo possa farmi a brandelli e disperdermi in mare (e anche questo potrebbe essere l'incipit di una psicosi).
Il lago ieri era meraviglioso, un concentrato di bellezza che non sarei riuscita ad immaginare neppure nei miei sogni più luminosi. Mi siedo sul prato, non ho un telo con me, l'umidità mi inonda ma glielo lascio fare con una certa gratitudine, immagino di essere uno stelo d'erba come ce ne sono a centinaia di migliaia attorno a me. Nel mentre mi godo il sole che tramonta, il canto della natura che si propaga dall'acqua, dal cielo, dai boschi attorno. Penso di aver fatto proprio bene a portarmi al lago - dovrei farlo più spesso, portarmi in giro con la serietà e la cura con cui mi occupo di impegni ben più noiosi, ben meno importanti. Penso che se tu fossi stato lì con me sarebbe stata davvero un'esperienza incredibile, ma tutto sommato anche la mia sola presenza non mi spiace.
È strano - cosa sono solitudine e compagnia? Come cambiano la percezione di ciò che viviamo? Cos'è questa necessità di condividere le cose, di non sentirsi soli, di viverle insieme ad altri - ma qui sbaglio, la mia necessità non è mai stata la compagnia, e neppure la condivisione - non mi sono mai bastate -, quello che ho sempre cercato, sempre voluto (mi stupisco un po' nell'usare con tanta decisione il verbo volere) è la connessione - una profonda, intensa, viscerale, autentica connessione che mi riporti contemporaneamente a me stessa e al mondo. Aprire e aprirsi, capire e capirsi, desiderare, desiderarsi.
Mi chiedo se la connessione che cerco non sia quella che gli steli d'erba hanno tra di loro grazie alle loro radici intrecciate e al loro comunicare linfatico - qualcosa di intuitivo, nascosto e vitale - riconoscimento della presenza, comunicazione del benessere e del pericolo. Per quanto riguarda me, dando per buona l'intuizione della psicologa, provo a ricongiungermi con la facoltà di vedermi, osservarmi con curiosità, darmi spazio per crescere, sperimentare, sbagliare, esistere. Affondo le mie radici in profondità e cerco di portare in me tutto il buono che trovo. Dove prima mi sembrava di toccare le tue radici ora c'è il vuoto - ma io sono l'inverso della medaglia, e cos'altro potrei fare se non cercare di tirar fuori il pieno, da questo vuoto?