La bottega del gusto.
Il mio macellaio è differente, è un filosofo della carne. Lui tratta i quarti di bue come se stesse leggendo Kierkegaard e con la stessa enfasi parla dei tagli più adatti ai piatti che i clienti, ma soprattutto le clienti come me, devono preparare. L’insegna parla chiaro “La bottega del gusto – l’altra macelleria”. Mio marito, l’unica volta negli ultimi sei mesi che è passato con me davanti al negozio si è espresso chiaramente “Guarda questo idiota, crede di essere diverso da Pino il norcino ma sempre macellaio è. Se scopro che ci metti piede ti lascio”. Tanto lui esce alle 7 e rientra alle 20, non saprà mai che io vado alla bottega del gusto a giorni alterni. Non compro la carne tutti i giorni, mica voglio prendermi la gotta, ma ci vado, anche solo ad ascoltarlo. Con la sua erre moscia, il suo grembiule marroncino, la Lacoste bordeaux, si lancia in dissertazioni sulla cucina che mi riempiono di voglia. Sì, il fatto è che lui mi eccita senza se e senza ma. L’altro giorno l’ho provocato, gli ho chiesto di darmi le fettine adatte per la pizzaiola, ma, ho aggiunto, i miei familiari hanno gusti particolari e la pizzaiola la vogliono senza pomodoro. Dio, si è aperto un mondo davanti a me, un mondo di piacere e desiderio, mi ha illustrato tutti i modi di fare la pizzaiola possibili e immaginabili (nessuno dei quali senza pomodoro, naturalmente), come se stesse illustrando la critica della ragion pura. Non credo di aver potuto nascondere l’eccitazione che mi permeava il corpo mentre parlava. A volte vado nuda, sotto il vestito, per sentire sulla pelle tutto quello che mi trasmette, a volte sfioro i capezzoli uscendo dalla bottega; irresistibile.
Ma il vero segreto è un altro. È il contrasto. La disarmonia. Tesi e antitesi. Questo è quello che mi fa veramente perdere la testa. E così, ogni volta che passo dal macellaio filosofo, uscita dalla bottega, suono al civico 24, interno 3. Il seminterrato di Persichetti Valter. Lui l'ho conosciuto un pomeriggio al parco del quartiere e si è presentato fin dall’inizio dicendo prima il cognome poi il nome. Già questo mi ha chiarito tutto. Da allora mi presento regolarmente da lui e do sfogo alle mie pulsioni erotiche in dieci minuti, non di più. Mi prende senza giri di parole, senza esporre trattati filosofici, accogliendomi con un “entra che ti scopo” che mi apre le porte del paradiso. “vie’ qua che nun ce la faccio più” è la frase più dolce che mi abbia mai detto. “A signori', sei in ritardo oggi, che dovemo da fa’?” mi dice quando mi attardo a caricarmi dal filosofo dei manzi. “Non sono signorina” obietto regolarmente. “E che nun ce lo so? Ah ah ah ah” aggiunge ineluttabilmente, ogni singola volta, colorendo il tutto con una risata sguaiata a volume improponibile. Mi prende, mi gira, mi rigira, mi usa per il suo rapido piacere. Che è esattamente il mio. Il giorno in cui sono andata nuda, coperta solo da un vestito leggero, dal filosofo, mi sono poi presentata da Persichetti Valter: “Bella, già pronta per l’uso, oggi lo famo alla molisana” mi ha detto, “in canotta e calzini bianchi, tu te metti giù e io te scopo da dietro mentre me fumo ‘na sigaretta. Me l’ha insegnato uno ar militare, nun sai che gusto”.
E sì, aveva ragione il giovane militare, che gusto la molisana, ma solo dopo essermi preparata con una dissertazione sull’ossobuco e Hegel.
Ho capito che è solo il contrasto a stimolarmi così, le rare volte che ho suonato alla sua porta senza la preparazione filosofica del macellaio, non ho provato alcun piacere. Ho solo eseguito senza partecipazione. Da allora non sgarro più: macellaio e poi Persichetti Valter, rigorosamente in quest’ordine. Sognando prima o poi di poter sfilare la Lacoste da quel quarto di bue con la erre moscia.



















