Nel quarto giorno di novembre
al quarto rintocco dell'orologio
ero sveglio da quattro ore.
Scandiva il passare del tempo: secondi - minuti - ore - sembravano essere interminabili e invece - o impensabile sorpresa, penserai - terminavano puntualmente.
Ero rientrato più tardi del solito quella notte, non che lo avessi voluto con chissà quale febbrile voglia segreta, non ero mosso dal desiderio - tipicamente adolescenziale - di voler passare il mio tempo libero fuori di casa, era semplicemente capitato.
È vero: la vita ti capita.
Non la capisci il più delle volte, la vita intendo. Mi lascio cullare da questo dolce mistero come un ubriaco dalle onde vaporose della schiuma di una lager in una notte estiva.
- La gloria è una delle più alte forme d'incomprensione -
Pensai che tutta l'arte che conta per davvero - che sia di natura figurativa, cinematografica, letteraria, sperimentale - era stata erroneamente glorificata perché incomprensa. Senza questa intuizione (un po' banale oserei aggiungere) Joyce non avrebbe mai scritto l'Ulisse, i Velvet Underground non avrebbero mai inciso "The Velvet Underground e Nico" e via discorrendo. Saper esibire in pubblica piazza le proprie fragilità inoltre non è roba da poco, non darlo per scontato. Io ad esempio non ci riesco a mostrare le mie fragilità; fosse anche uno solo lo spettatore coinvolto. Non riesco e il perché è, come tutti i perché che si rispettino, molto vago. Le mie rigidità caratteriali sono gli ostacoli il più delle volte: "gli spigoli dell'anima". C'è gente che invece li mostra con orgoglio e quasi s'impettisce nel farlo e sputa fuori una vulcanica lista di difetti, limiti, paure, insicurezze, fragilità - per l'appunto. Li invidio perché io tutte queste risposte non le ho. Ogni tanto credo di aver risolto un quesito poi pam!
La risposta che mi ero dato non solo ci canna ma mi rimanda ad un altro quesito che insomma se hai visto "Inception" o letto "Le rovine circolari" mi avrai capito.
Caterina mi ripeteva che le fragilità sono come le nuvole: mutazioni transitorie che cambiano costantemente forma.
Non è questo il dono dell'artista?
Riuscire a riportare quelle nuvola sulla terra.
C'è chi ci riesce in 100 pagine,
chi in una sequenza dissonante di note sibilline,
chi in un imperfetto tratto ombreggiato,
chi in una manciata d'inquadrature.