A History of Touches: Björk live il 29 luglio 2015 alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica a Roma
Di rado ormai scrivo di musica, per lo scarso tempo libero e per la mancanza di stimoli, non tanto infrequenti ma che non raggiungono quasi mai un livello critico da spingere alla scrittura. Nel caso del concerto di Björk del 29 luglio 2015 alla Cavea dell'Auditorium di Roma mi sento spinto a scriverne perché si è trattato di qualcosa che è andato oltre gli standard, sia quelli già alti dell'artista stessa, ma anche gli standard del live, del pop, dell'avanguardia e dell'evento.
Sono andato al concerto un po’ con curiosità e un po’ convinto di rimanere non dico deluso, ma certamente non stupito, dal momento che ormai poche cose mi stupiscono e emozionano davvero. Che qualcosa fosse decisamente cambiato rispetto ai penultimi tre, in parte, deludenti album, tra questi metto anche Medulla, si era capito dal leak di Vulnicura: avevamo tutti di nuovo raddrizzato le antenne, un'ottima e intensa Björk era tornata, complice una situazione emotiva personale difficile (il naufragato rapporto con il marito Matthew Barney), che l'ha probabilmente spinta a dare nuovamente il meglio di sé. Un costo del biglietto davvero alto, che potenzialmente poteva contribuire al fattore delusione a meno di “fuochi artificiali” (che ci sono stati, sia metaforicamente che fisicamente). Comincio subito col dire, come hanno detto altri, che di un biglietto costato più o meno un euro al minuto non ho rimpianto un solo centesimo. Di più: terzo concerto di Björk visto live dal sottoscritto, dopo l'epocale data del tour di Vespertine al Teatro Dell'Opera di Roma del 2001, e l'ottimo live all'Arena di Verona del 2003 dove anche le antiche pietre non hanno resistito al ritmo del sound di Leila Arab; gli altri tour visti tutti in DVD: questo di Roma del 2015, probabilmente, il migliore.
Forse per la formula: perfetta, un difficile punto d'incontro tra minimalismo e grandeur.
Protagoniste la voce e la musica. Björk, diva in rosso e mascherata, esposta e celata allo stesso tempo, a cantare il proprio travaglio emotivo a bordo palco, dagli abissi della crisi alla rinascita, officiante un rito collettivo di analisi introspettiva che ha tenuto il pubblico inchiodato. La scaletta, incompromissoria e difficile, quasi interamente incentrata sul percorso di Vulnicura, eccetto alcuni brani dagli album precedenti, assolutamente strumentali alla narrazione del travaglio emotivo, riarrangiati.
Dicevo, la musica: ensemble di sedici archi, come già nel tour di Vespertine, non più nascosti nel golfo mistico ma protagonisti sul palco alle spalle dell’artista, a farle da accompagnamento, contro-canto e contrappunto. Niente più coro femminile. L'elettronica nelle mani dalle promesse già mantenute di Arca, il cui sound è tra i pochi originalissimi in giro, come già notato dalla produzione di Kanye West, FKA Twigs e dal suo ottimo lavoro solista Xen, e il percussionista Manu Delagu, già in Biophilia, album e tour. Video alle spalle ad alta risoluzione e fuochi, artificiali e veri (proprio palle di fuoco), come a Verona.
Nient'altro. Niente generatori Van Der Graaf, niente pendoli di Focault, niente arpe mistiche o organi ad acqua, niente reactable o ipertecnoligsmi troppo evidenti.
Voce perfetta: potente e chiarissima, sempre più privata di certi personalismi che l'hanno contraddistinta in passato a favore di un'impostazione vocale più matura, pur restando la voce di Björk. Gli arrangiamenti di Arca traghettano il suono di Björk verso qualcosa di ulteriormente nuovo: tempi impari e battute dure, aritmiche, eppur melodiche, di quella melodia che il rumore porta sempre con sé e solo gli iniziati sanno riconoscere e gioirne. E ci troviamo a pensare che gli sperimentalismi dei Matmos, con la musica concreta elaborata in tempo reale, che tanto hanno contraddistinto il loro suono e quello di Björk stessa, sembrano passati. Arca ha la statura dell'uomo caduto sulla terra, quindi altro dalla terra eppure in terra. Un matrimonio in paradiso con la stessa Björk, rinata.
I video alle spalle, enormi e ultra-reali per l’alta definizione, alcuni tratti dai video ufficiali dei brani, oppure video di insetti e rettili che si riproducono (repellenti per quanto all is full of love), o pattern musicali che scandiscono la musica stessa. Iconiche ormai le immagini di Björk in tuta nera con maschera e ferita al centro del petto, o della Björk pietrificata come dalla lava (cover dell’edizione limitata di Vulnicura), che ricuce la ferita ed emerge dal bozzolo per muovere nuovi passi.
Black Lake, lunghissima come su disco, è ipnotica: un neo-bolero dove non si sa se si viene più catturati dalla voce, dalle linee degli archi o dai rintocchi degli ultra-bassi di Arca, o dal fatto di seguire l'incedere rappresentato da forme minimali che scorrono sul video.
Tutto il concerto è un rito, una sagra della primavera al contrario, dove la vittima muore per poi rinascere in un'esplosione (letterale) in cui tutta la natura sembra contribuire della rinascita stessa. Per questo fuochi, che, al contrario di quanto possa sembrare superficialmente, per Björk non devono avere il valore della sagra paesana ma della rappresentazione della natura della sua terra, dove è tutto un ribollire di esplosioni sotto lo strato immobile e glaciale. Per questo hanno un significato anche ritmico, a compendio della musica e non fuori luogo.
Wanderlust, forse il pezzo migliore di Volta col suo bellissimo video, Mounth Mantra, e l'unico encore, Mutual Core, il pezzo con più nerbo da Biophilia, sanciscono appunto le ultime tappe del rito pagano.
Vedo che in altre setlist sono state riprese hit più orecchiabili, che il live è durato di più; non ho nemmeno capito se Arca sia una costante del concerto o se verrà sostituito da The Haxan Cloak, altro co-produttore di Vulnicura e altro neo-elettronico con un suono piuttosto personale. Vedo anche che sono state annullate le altre date del tour. Ma non ho dubbi sul fatto che sia stato perfetto così, con l'impressione che qualunque brano in più sarebbe stato appunto in più, di troppo, a sabotare un meccanismo perfetto.
Brividi e pelle d’oca dall’inizio alla fine, nonostante il caldo. Non ho remore nel dire che alcuni pezzi mi hanno commosso, come Lionsong per il dolore che Björk esprime col suo canto iterato (quel “maybe he will come out of this, loving me, maybe he will come out of this…” che ormai mi è entrato sotto la pelle).
Probabilmente esagero, ma non ho dubbi nel dire che abbiamo assistito a qualcosa di davvero notevole nell'ormai asfittico mondo del pop, qualcosa che pop probabilmente non è mai stato e sicuramente dopo questo non lo è più. Da sempre, e ora più che mai, Björk veleggia nell'avanguardia, al confine tra musica pop, classica contemporanea, media e arte, ricompensa per chi ha la costanza di seguirne e capirne le asprezze.