Cos'è questa fame che non riesco a placare? Questa furia di avere altro quando posseggo già ciò che mi soddisfa, quando la ragione della mia contentezza è davanti a me e devo solo allungare la mano per afferrarla e farla mia? Questo vuoto che non posso riempire nemmeno con le più nobili attività, e come un vortice pretende di risucchiare ogni cosa che ho intorno, e ogni cosa che non ho se non nella mia presuntuosa immaginazione?
La mia vita non è che un sali scendi per delle colline, lungo una strada non asfaltata e sui cui grossi sassi le piante dei piedi si ammaccano. Un attimo sono su una cima, ammiro un orizzonte che mi inonda l'anima dei suoi meravigliosi colori, della sue gradevoli forme, in quell'attimo assaporo la gioia di vivere. In quello dopo sono di nuovo in discesa, volontariamente e inspiegabilmente riprendo, addirittura con passo accelerato, il cammino verso un baratro di disperazione. Potrei scegliere di soffermarmi più a lungo a contemplare il belvedere che mi si offre. Potrei poi tentare la scalata verso una cima più elevata, alla ricerca di un paesaggio ancora più superbo con cui nutrire i miei occhi avidi di bellezza. Invece per ragioni che solo il mio profondo forse conosce, come se avessi paura di godere troppo,durante la contemplazione dell'armonia e dell'equilibrio del vasto cielo, riprendo a correre giù, a CORRERE giù; così molto più rapidamente di come fossi riuscita a salire, in un battibaleno sono nella melma più viscida, annaspo nelle sabbie mobili e ogni passo è un passo che mi addentra maggiormente in quel disgustoso fango. E con che fatica, e dopo quanto tempo, riesco a raggiungere la cara terraferma, l'erba fresca e la rugiada del mattino, e a rialzare gli occhi verso il fuoco caldo e luminoso della nostra stella. E così risalgo con dolore, finché di nuovo gioisco per qualche istante e ancora riscendo con dannata e misteriosa fretta, mi crogiolo e m'illudo d'essere felice nella ributtante fanghiglia della valle (per qualche scherzo della sorte, mi compiaccio in questo ingannare me stessa). Finalmente, per una ragione ogni volta diversa ma di simile natura alla precedente, riapro gli occhi (che avevo ostinatamente tenuti chiusi per non riconoscere la mia degradazione) e la mente e il cuore all'errore e al male auto-inflittomi; ritento, coi piedi e le membra sempre più stanchi per il continuo sali-scendi, la gloriosa scalata, che nuovamente e brevemente mi riempirà d'orgoglio... E così una volta, e ancora, e ancora...