Quello che sto per dire è così lontano da ciò che sono, così poco caratteristico che me ne stupisco anch'io.
La mia dimensione è fatta di cadaveri e corvacci, uccelli del malaugurio e tragedie annunciate. E la vita non mi ha dato mai una sola prova del contrario. Potete biasimarmi quanto volete, ma non vivete nella mia pelle.
Ecco, per gran parte del tempo trascorso su questa terra non ho pensato a questo problema, ma da un po' di anni a questa parte credo di aver sviluppato un complesso per quanto riguarda la mia immagine. Sarà l'isolamento, sarà l'insicurezza che ha preso definitivamente in ostaggio le mie meningi, non so. Sta di fatto che non mi piaccio.
Eppure, qualche volta mi capita di passare distrattamente davanti allo specchio e timidamente mi dico: "Con tutti i miei difetti, potrei anche essere un bel ragazzo, dopo tutto".
Altra cosa è se mi guardo apposta. Allora i suddetti difetti sembrano amplificati e cerco inconsciamente e magari coscientemente cose di cui essere infelice, il pensiero circolare che scava come un trapano a mano nella polpa del mio riflesso.
E forse questo lo faccio anche nella vita. Forse è questa la chiave di lettura. Penso troppo. Penso a tutti i possibili risultati di un'azione e sul pallottoliere, il numero di pietre che sposto sul lato che chiameremo "bad ending", finisce per essere molto maggiore del numero delle altre possibilità.
Di conseguenza, io finisco per rimanere nell'angolo, terrorizzato dalle conseguenze. E magari non c'è n'è ragione, lo so. Ma è difficile rieducarsi, trovare nuove configurazioni per la propria esistenza.



















