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Lasagne e razzi: capodanno di transizione in Afghanistan
Pubblicato su L'Unione Sarda il 2 gennaio 2013
Dentro il bunker i tizzoni delle sigarette bruciano e la domanda è sospesa nell'aria fredda, come il fumo: cosa sarà dell'Afghanistan? La sirena nella base avanzata “La Marmora” di Shindand è suonata alle 7 di sera. «Rocket alarm» ha insistito la voce metallica. Nella mensa allestita per lo spartano cenone di fine anno le lasagne sono rimaste a ghiacciare. I soldati del III Reggimento Alpini hanno ululato contro il soffitto di plastica. Poi, ordinatamente, si sono imbucati nella fortificazione più vicina. Dall'inizio della missione, in settembre, questo è il quinto attacco alla base aeroportuale di Shindand, che ancora ospita in un angolo le carcasse di un passato sovietico. Ora italiani e americani istruiscono gli afghani sul volo. Si chiama, nel lessico geopolitico contemporaneo, “transizione”. Nel 2014 la coalizione Isaf ritirerà le proprie truppe, lasciando il fardello del nuovo stato ai suoi cittadini.
Il nostro viaggio è cominciato nell'ultima settimana di dicembre a Camp Arena, Herat, sede del comando della zona di competenza italiana. A pochi chilometri, nella base di Camp Zafar, il comandante Jahed racconta la sua storia di mujaeddin al fianco del generale Massud. Accanto alla foto del “Leone del Panjshir” quella del presidente Karzai. Fuori i soldati afghani si addestrano al mortaio sotto la supervisione italiana. Jahed, comandante in campo dell'esercito afghano nel settore ovest, spera che gli italiani rimangano ben oltre il 2014. Dopo inglesi, russi e talebani questa potrebbe essere la vera “occasione d'oro” per il progresso del paese. «Siamo indietro di 60 anni», dice.
«Qui muoiono circa 400 bambini all'anno. Quasi tutti per polmonite, meningite, malnutrizione», afferma il dottor Rasuli, direttore dell'ospedale pediatrico di Herat, costruito interamente con fondi italiani nel 2006. Il piccolo Roya è uno scheletro corroso dalla polmonite. La madre, nascosta da un burqa, mormora e scaccia via le mosche con la mano. La corrente elettrica salta in continuazione, mancano i materiali. Le richieste fatte al ministero della Salute non hanno avuto risposta. Il 24 dicembre, nell'avamposto di Farah, a sud, il presidente del Senato Schifani ringrazia i soldati per il contributo agli interessi nazionali, augura loro buon Natale, promette attenzione negli esecutivi del futuro. Esita a lungo sulla stampa delle prime pagine dei giornali, affissi sulla bacheca di legno, davanti alla mensa. Nella messa di mezzanotte monsignor D'Ercole cita Isaia e Dostoevskij per parlare dell'unico luogo definitivo per la pace, il cuore. La cappella non contiene tutti i 700 soldati della base. Molti pregano al chiaro di luna, dritti e freddi come menhir.
Nella FOB di Bala Baluk circa 200 soldati supportano le forze di polizia locali nel controllo di un delicato tratto della Highway one, l'anello stradale che collega i maggiori centri del paese. Il 25 mattina il sottosegretario alla difesa Magri tiene il discorso di rito davanti agli alpini schierati. La politica della transizione si riassume in un motto americano, la conquista di “hearts and minds”. Chiediamo al sottosegretario se i 50 milioni di euro dal 2005 investiti nelle opere di ricostruzione non siano pochi per la fascinazione di cuori e menti afgani. Deve essere istruito per qualche minuto prima di dare una vaga risposta. Pochi giorni dopo, l'arrivo di una macchina mette in agitazione la base. Due contractors afgani sono saltati su un ordigno improvvisato. Verificavano la percorribilità della Highway one per una compagnia di trasporti. Dall'automobile esce un corpo privo della gamba sinistra. Quella destra è un grumo di tessuti intorno a ciò che avanza della tibia. «Niente da fare» dice il capitano medico Zurzolo dopo aver verificato i parametri vitali. Il secondo viene stabilizzato e trasportato via elicottero nell'ospedale di Farah. L'infermeria italiana è diventata un punto di riferimento per tutto il distretto. 400 visite in pochi mesi. «Prima - dice Zurzolo - si affidavano a uno stregone che compariva una volta a settimana».
La mattina del 31 dicembre siamo nell'enclave “insorgente” della Zeerko Valley per l'inaugurazione di un pozzo d'acqua potabile, finanziato dall'esercito italiano. Il capo della shura locale spiega i benefici del nuovo ordine a una fila di anziani seduti nella polvere. Gli abitanti di Sanowghan ascoltano in silenzio. Uno sciame di bimbi ossuti si avventa su una manciata di biscotti. Nessuna donna in giro. Pensieri che riaffiorano nel bunker, poco tempo dopo. Il cessato allarme viene dato dopo un'ora e mezza. Il razzo è atterrato nella zona nord della base. Non ci sono feriti. Gli elicotteri si alzano in volo. La mattina seguente il convoglio italiano si dirige verso Herat. Parliamo con Bismillah Deljo, interprete afgano di 30 anni. Lavora da quattro anni con il nostro esercito. È fra i 30 firmatari di una petizione consegnata al comando italiano. Chiede asilo politico dopo il 2014: «Ora tutti sanno della mia collaborazione con Isaf. La mia famiglia sarà in pericolo dopo il 2014. I talebani prenderanno il controllo della situazione quando la coalizione si sarà ritirata. Sarà ancora una volta il caos». Poche ore dopo nella piazza centrale di Camp Arena il generale John R. Allen, comandante in capo delle forze ISAF, ringrazia i soldati della base: «Quando guardo il campo di battaglia dell'Afghanistan vedo punti luminosi, che ci parlano del futuro. C'è armonia. Non perfetta armonia, ma armonia». I dubbi nell'oscurità del bunker hanno ora il volto dell'interprete e del generale. Luca Foschi