E' un po' di tempo che ci penso, ma lo nego. E' tanto che il pensiero si affaccia col timore di essere schiacciato, perchè in fondo sa di non voler essere affrontato. Un tempo, così si introducono i discorsi che hanno le radici lontano - molto lontano - ero solita scrivere, scrivere tanto. Perchè pensavo, pensavo tanto. Provavo tanto. Soffrivo tanto. Gioivo tanto. Insomma, tutto ciò che c'è di meraviglioso e orribile. Anche adesso gioisco, ogni tanto rifletto, sempre mi tormento con questo e quello, di pensare non ho mai smesso. Mai mai mai. E di pensare troppo non mi vanto più, no, perchè qualche anno in più mi ha fatto cambiare idea su quello che gli inglesi definiscono over-thinking, il surplus del pensiero, l'eccesso, fino al tracollo, dell'uso della mente. La differenza di quel tempo con questo tempo è che si è spezzato il filo fra il pensare e lo scrivere, o meglio il comunicare. L'esprimere. L'emanazione pura. Un piccolo silenzioso partorire che scegli tu quando fare. O meglio, di nuovo, non si è spezzato, non si è rotto niente, da sè niente succede. Tranne l'amore, s'intende. Li ho divisi io, sì. Comincio a dirmi le cose come stanno. O forse, gli eventi, i fiumi di cose, le piogge violente di emozioni. Le emozioni sono ogni cosa. Un'emozione è anche un forte dolore, una perdita, una consapovolezza amara. La sensazione nauseante di una delusione, la bocca dello stomaco che si arrotola e si stringe, come se si uccidesse in un nodo strettissimo e tu puoi solo star lì a sentirlo esplodere e aspettare che esplodi anche tu. E mi dispiace. Molto, di aver interrotto. Penso di aver fatto molto male, in realtà. E già affrontare questa cosa, mi dà un sollievo che io due minuti fa non avevo più. Ah, che stia già riprendendo il vizio? Che stia ricordando, ora in questo tempo, quella bella sensazione che dà attaccare i due capi dello stesso filo dalla testa a un punto esterno, qualunque sia? Spero che sia così ma non mi voglio illudere, ci rimarrei malissimo se mi dovessi bloccare ancora. Dico la verità. A quel tempo, di nuovo si usano questi termini per descrivere momenti assai vecchi di cui si ricorda però troppo bene, non pensavo potesse minimamente esistere un pensiero per me che non potesse venire esternato. Ci sono così tante forme meravigliose di espressione, perchè mai un poveraccio dovrebbe tenersi tutto dentro? C'è chi è bravo a disegnare e disegna, c'è chi è bravo a suonare, e suona. C'è chi è bravo a picchiare duro, ad andare oltre i limiti, a correre, ad urlare, a sudare ed è un campione nello sport, non per le tv, non per un fan club, ma per se stesso. Com'è terribilmente adrenalico e appagante essere il proprio eroe. Poi c'è chi dipinge, chi quando è incazzato crea, chi quando è felice, balla. Chi quando pensa, corre. Ma chi pensa e non si esprime, chi non vive se non dentro se stesso, non esiste veramente. Non puoi non aver bisogno di buttarti fuori. A un certo punto ti devi sentir stretto. A un certo punto sei un ospite non desiderato, ti odi, ti maledici, non ti vuoi più. Vuoi mandarti a fare un giro. O, se proprio sei così titanico, vuoi mandare a spasso quel chiodo fisso, quella persona, quell'evento, quel tormento che magari ti fa anche dormire, ti fa mangiare, bere una birra, mangiare una pizza, ma che dentro vive e senza fretta ti fa ammalare. Cominci a fare sogni sconclusionati, bizzarri, terribili, scabrosi, spesso osceni e ti svegli all'improvviso. Ti spegni lentamente durante il giorno. Ti svegli direttamente spento. Ridi perchè devi e piangi perchè è tutto ciò che resta da fare. Ciò che tieni dentro ha la pazienza e la tenacia del più infallibile dei nemici, che non importa come, ti avrà. E avere dentro il nemico di se stesso è una di quelle catastrofi che hanno già il finale scritto al capitolo uno. Quindi a quel tempo mi chiedevo: ma come fa certa gente, chi lo fa, chi riesce (riesce perchè lo ha scelto o non ha mai provato?) a non aver bisogno di parlare, di buttarsi fuori, di darsi un calcio in culo ogni tanto e sentirsi subito più leggero? Non lo so ancora. Però io stessa ho creato ciò che non credevo esistente. Ho chiuso me fuori dal mondo. E ho smesso di fare l'unica, vera, cosa che sì, accendeva la luce, spegneva i fuochi, calmava le febbri. Ho smesso di scrivere. E ad oggi, a questo tempo, potrei dire che non so il perchè e tutto ciò finora sarebbe stato inutile. Invece lo so eccome. Credo che gli eventi mi abbiano schiacciato. O meglio, perchè non mi piace credere che qualsiasi cosa di inanimato e intangibile possa davvero farci qualcosa, io - che esisto, che mi sento, che mi vedo - mi sono fatta schiacciare dagli eventi - che esistono, ma in un altro modo. Non sono più riuscita a dire niente. Ho vissuto mesi di silenzio ed esplosione. Di poche parole, anzi nessuna. Mi giustificavo sempre che non ho niente da dire. Quando c'era, ma forse non volevo affrontarlo se non dentro di me. Non sono mai scappata, e avrei voluto, ma non buttavo fuori niente. Così accade l'inizio del disastro: l'accumulo. Tu non puoi reggere di più di quello che il tuo cuore hai abituato a reggere. E' una sorta di bodybuilding emotivo: non potresti mai caricare un dolore pazzesco su un cuore vergine, senza impazzire per sempre e senza più rimedio. Non puoi caricare 15 se fino ad oggi sei abituato a 10, e magari 10 è pure una buona media, anzi schifosa, perchè hai retto di tutto, hai ingoiato di tutto, hai pianto non sai più neanche quante volte, e sei sopravvissuto a tutti quei momenti, periodi più o meno lunghi, a volte vite intere per qualcuno, che li realizzi e pensi ''Questo, no. Non lo supererò mai''. E invece sì. E hai raggiunto almeno dieci immortalità dopo tutte le volte che ''Se sopravvivo a questa, sarò immortale''. Ma ci sono periodi in cui non te lo ricordi, per non dire mai, che hai raggiunto ormai l'immortalità. E piangi. E fissi i punti nel muro. E illudi tutto, e prendi per il culo tutti. E piangi quando vedi nei film ciò ch vorresti tu. E ti prende un po' di mal di stomaco quando vedi per strada qualcuno che finge bene qualcosa che tu non hai. Finge, dai, così ti senti meno sfigato lì per lì. Questa chiusura è diventata in pochi mesi una malattia. Mi sentivo scoppiare tante volte e contemporaneamente non sapevo come buttare fuori tutto. Ho una famiglia di merda alle spalle che non riesco nemmeno a nominare che però mi sta rendendo cose semplici un inferno in terra e un ragazzo meraviglioso che cerca di schivare le pallottole insieme a me, ma qualcuna c'ha colpito. Qualcosa sanguina, qualcosa non più, ma mi fa ancora incazzare tantissimo vedere le famiglie. Mi sento così sfigata che credo di invidiare anche quelle che fingono la perfezione. Così quando comincio a sentire mal di stomaco e comincio a sentirmi gli occhi umidi mi sforzo di pensare che un giorno l'avrò una famiglia, la mia, e andrà bene. Chi ha sofferto non può far soffrire, mi ripeto. Sarò una madre eccezionale,è una delle poche certezze che ho oltre al mio nome. Chi è stato dilaniato non può dilaniare gli altri. Il dolore fasullo è quello ostentato con orgoglio di cui si fanno vedere le cicatrici, il dolore vero è quello che si nasconde e non si ha più il coraggio di affrontare. E' quello che si vuole dimenticare il prima possibile. E' quello che si vuole sovvertire con le proprie azioni, se è procurato dagli altri. Mi ripeto un sacco di cose e quando mi immagino per terra a giocare con mio figlio, a ballare per casa, agli abbracci, alle cose che gli insegnerò, alle sorprese che gli farò, a dargli tutto l'immaginabile e oltre mi passa un po' quella nausea di quando guardi al cielo e pensi ''Perchè loro proprio a me''. E mille altre domande. Mi sembra d'essermi già pianta addosso troppo e io odio chi si lamenta e basta. Ma un po' del peso è già passato.