Proprio pochi giorni fa mi è stato chiesto per quale motivo mi piaccia tanto il ciclismo. Sul momento io ho risposto che lo adoro perché è la sublimazione dello sport di squadra, quello che ti porta ad esaurire ogni possibile goccia di energia del tuo corpo solamente per spirito di squadra, visto che poi, se il tuo capitano arriverà alla vittoria, solo tu, lui e pochi altri addetti ai lavori vi ricorderete del tuo impegno e sacrificio. Inoltre lo adoro perché è uno sport infame, praticato da gente folle immotivatamente attratta dalla sofferenza e dal dolore fisico. Infine, ritengo che chi ama lo sport deve amarlo in ogni sua specialità, alcune più e altre meno, magari, ma senza mancare di rispetto a nessuna delle possibili varietà esistenti.
E oggi, domenica 2 aprile 2017, questa mia visione non è assolutamente cambiata, anzi è stata rafforzata. Perché quello che ha fatto Philippe Gilbert non è solo un’impresa straordinaria, folle nella sua totale anarchia tattica, ma è anche un’ode impressionante alla solitudine e alla sofferenza, una scelta suicida da persona masochista e coraggiosa. Il ciclismo sa descrivere l’Inferno meglio di come qualunque endecasillabo dantesco possa mai fare, perché ci permette di vedere, attraverso uno strumento che in fin dei conti tutti noi abbiamo la possibilità di usare ogni giorno, fino in fondo quelli che possono essere i limiti delle possibilità umane in fatto di dolore, sopportazione e masochismo.
Ecco perché amo il ciclismo. Perché i ciclisti sono esseri umani piagati dal contrappasso infernale, sono angeli ancorati a terra dal fango e dai crampi e dalla pioggia e dal caldo e dal sole. Sono persone amanti della sconfitta, anche perché partono in centonovanta e alla fine solamente uno si porta a casa tutto. Il ciclismo è, come l’imperatore Antonino Pio, il deliciae generis humani, lo spettacolo infinito e meraviglioso della nostra fallibilità, della nostra inferiorità rispetto alla natura, e della nostra comprensione di ciò.