Rheu: associazione a delinquere e scoperte.
déjà-vu ‹deˇ∫à vü› locuz. fr. (propr. «già visto»), usata in ital. come s. m. e agg. – 1. s. m. In psicologia, tipo di paramnesia (detta anche falso riconoscimento) consistente nella sensazione illusoria di aver già visto una certa immagine o addirittura di aver già vissuto (déjà vécu) una determinata situazione, anche se la circostanza può essere razionalmente e facilmente smentita; è dovuta per lo più a immagini elaborate in passato sotto l’influsso, per es., di letture ed evocate in forma di ricordo, o più in generale come ricordo di fantasie inconsce. 2. Che richiama alla mente cose già viste, già vissute e sperimentate, spec. con riferimento a manifestazioni artistiche, a mode e tendenze prive di originalità, identiche ad altre precedentemente viste.
Al di là dell'etimologia del termine, quanto vissuto la scorsa notte è stato un vero e proprio déjà-vu. Pensavo pure di aver smesso di scrivere di te, Oscar, ma il tuo avermi tolto le bende agli occhi e preparata a cosa c'è là fuori, torna sempre a galla -e soprattutto utile- prima o poi. Perché ora il trucco della bevuta di troppo non regge più, come non regge il giustificare in altra maniera le sensazioni che solo il vostro morso (almeno di alcuni) sa suscitare.
Sono uscita con Rheu, è passato a prendermi con un'auto che poi ho scoperto non essere sua. Complice involontaria di furto, non una sola volta ma ben due. Come mai due? Beh perché arrivati al lungomare per una passeggiata, dopo aver scambiato qualche parola, ha scontrato volontariamente contro un passante. Come mai? Semplice. Gli ha fregato le chiavi della sua Kawasaki e mi ha proposto di spostarci altrove dal momento che voleva mostrarmi un bel posto.
Di questo "prendere in prestito" ero cosciente e non volevo inizialmente assecondarlo... ma alla fine ha vinto lui e la sua faccia da culo, nonostante non fosse propriamente prudente da parte mia accettare, non conoscendolo poi così bene. L'istinto però non mi diceva di tenermi alla larga da lui.
Lo zingaro e la modella. Esilarante quanto paradossale al solo pensarci.
Il viaggio è durato una mezz'oretta, l'idea di lasciare la città per una meta sconosciuta non mi stava spaventando, forse perché è come dice lui: avevo e ho bisogno di fare qualcosa senza pensare. Di divertirmi.
L'aria più fresca, profumo di rugiada. Abbiamo raggiunto le campagne romane. La misteriosa meta mi attendeva in fondo a una stradina, all'interno di un boschetto. L'abitudine che ho per i paesaggi urbani, mi ha fatto maggiormente apprezzare, con un certo stupore, quanto mi si è poi parato davanti agli occhi: una piccola radura al cui centro spiccava un carro gitano, di quelli antichi e visti solo in qualche film, rischiarato dai lumi delle lanterne sparse qua e là, e un cavallo dal manto lucido e ben curato, legato ad un albero vicino.
Neanche questa nuova consapevolezza mi ha messa in allerta. No, troppo curiosa per essere preoccupata di altro. Mi ha portata lì, mi ha dato il benvenuto a casa sua, perché diversamente dalle altre persone piene di pregiudizi verso gli zingari, io gli sono sembrata buona (che potesse avere un secondo significato quell'aggettivo, non lo potevo prevedere).
Ho dovuto fare i conti con certi pregiudizi anche io, a partire dall'infanzia con le prime -non sempre piacevoli- battute sui miei capelli rossi, come gli ho spiegato. Nella sua cultura, invece, i capelli rossi sono simbolo di potere in quanto figli del Sole e anche molto fortunati (fortuna che con me è decisamente cieca, però!).
Se oltre ai capelli rossi, si hanno pure gli occhi verdi (come la sottoscritta), in epoca medievale si rischiava di essere additati come lupi mannari o vampiri (oltre che streghe) e aver menzionato questi termini, ha portato la conversazione su un diverso livello.
Dopo avermi chiesto se credessi in queste creature da leggende folkloristiche, l'ho trovato concorde con la mia opinione (non potevo dire di conoscere già vampiri e mannari, quindi renderli al 100% reali).
«Io la vedo come te. C'è fondo di verità in ogni storia. Anche in bugia, per quanto raccontata bene, deve comunque sempre partire da verità per essere credibile.»
È venuto fuori che non legge tarocchi solo per diletto, ma è un vero e proprio Oracolo come lo era sua zia. Sempre sua zia parlava anche con gli spiriti. Ciò mi ha reso facile, per la prima volta, ad ammettere di essere una medium senza preoccuparmi di essere guardata come una pazza. È stato, come dire, strano dire la verità a qualcuno visto solo due volte. Liberatorio e piacevole, non un peso per una volta.
Mi ha offerto una bottiglia di sidro fatto con erbe secondo ricetta gitana. Ne avrò bevuti si e no un paio di sorsi (e qui torniamo al discorso del gioco del bere che per l'appunto non regge più con me). Ci siamo ritrovati più vicini, dal giocare con una ciocca dei miei capelli alla sua ammissione di non piacergli solo quelli di me.
Quel dannato sorriso che rientra un po' troppo nei miei gusti personali. Il brivido di voler vedere nuovamente succedere qualcosa, ma non essere capaci di fare la prima mossa per una svariata quantità di motivi che ti suggerivano di non spingerti oltre. Di non fare nulla. Non volere nulla. Impedimenti che lui non ha. Lui vive facendo quello che vuole, quando vuole, lo ha ribadito parecchie volte nell'arco della serata.
Le labbra sul mio collo. Prima un bacio, poi un altro. La mia mano tra i suoi capelli per invitarlo a proseguire. Andava bene così. Potevamo spingerci oltre. Ma non abbiamo fatto sesso e io non ero brilla da non capire quanto invece è successo, avendo provato fin troppe volte quell'esatto connubio di dolore e piacere per quanto mi abbia colto di sorpresa e ho preferito far finta di nulla, dopo. Di nascondermi dietro la palla del sidro troppo forte e del mancamento. Il déjà-vu. Ho pensato a te anche se non volevo farlo.
E ora non so come gestire questa nuova scoperta con lui.
Ironico come sia sempre circondata da qualcuno di voi...
Anni fa era solito fare grandi feste, in spiaggia, la notte con fuoco e musica. Preferisce il ballare al suonare. «Allora magari un giorno ballerai con me, si?»
Definisce la sua professione "essere libero". La base è il divertimento. La vita è troppo breve per stare dietro a bollette, tasse, lavoro, matrimonio, figli, licenziamenti ecc.
Una volta aveva una compagna, e la mancanza della famiglia la sentiva meno. Ma ora lei non c’è più da tanto e ha imparato a vivere da solo. Non ha problemi, ma gli zingari sono fatti per stare in famiglia.
Il cavallo si chiama Yhea. Significa “agile”