Vivere in Sicilia non è mai stata una scelta semplice né romantica.
È stata una scelta quotidiana, dettata da un mix di sensazioni a volte poco piacevole, tra amore e frustrazione, senso di appartenenza e fatica, paura e voglia di rivalsa.
Non ho mai pensato di andare via, mi sono sempre sentita troppo debole per un passo così grnade. Ammiro chi riesce a farlo, mi dispiace per chi è costretto.
Ad un certo punto però ho capito che volevo provare a costruire qualcosa qui, anche senza le “possibilità” che spesso vengono promesse altrove.
Riconosco comunque di essere stata fortunata, sì.
Dopo anni passati in un lavoro che non mi dava la giusta soddisfazione, in un ambiente tossico che mi ha svuotata, oggi faccio un lavoro che mi piace e che sento mio.
Non è poco. Non lo do per scontato.
C’è poi l’attività di famiglia.
Piccola, a conduzione totalmente familiare, senza grandi numeri né grande fatturato.
Un’attività fatta di sacrifici, sforzi ma che è bastata ai miei genitori per mandare avanti la famiglia.
Ma è sempre stata una parte importante della mia vita, e in qualche modo mi ha insegnato cosa significa investire nel proprio paese, anche quando sembra non restituire subito nulla.
Anche quando il paese continua a spopolarsi e oggi siamo poco più di 800 anime.
Restare, significa per me oggi, credere che un futuro sia possibile anche in un paese così piccolo.
Significa avere idee, progetti, visioni - e accettare che serviranno tempo, pazienza e soldi.
La pazienza spesso mi manca.
I soldi… vabbè, quelli mancano sempre. Arrivo a stento a fine mese e spesso devo chiedere aiuto ai miei genitori. Ma questo è un altro discorso.
Qualche giorno fa ho deciso di dare un piccolo contributo al progetto di Chiara Lo Zito, che ha aperto una raccolta fondi per riaprire un bar a Palazzolo Acreide, un paese in provincia di Siracusa, per trasformarlo in un centro culturale, uno spazio vivo, attraversato da eventi, persone, idee.
La raccolta fondi scade il 20 gennaio ma è arrivata all’obbiettivo il 14!
Quindi sì: il bar riaprirà. (Piccolo spoiler, Chiara mi ha anticipato che le piacerebbe coinvolgermi per qualche laboratorio o evento quidni incrocia le dita insieme a me pliiis🤞🏻).
A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma perché non ha chiesto un prestito?”\“Perché non ha partecipato a un bando, come fanno tutti?”
Me lo sono chiesta anche io, per un attimo.
Poi mi sono ricordata di quella volta che sono entrata in banca, piena di buone intenzioni, e sono uscita arrabbiata e umiliata, con le lacrime agli occhi, dopo essere stata trattata con sufficienza e supponenza.
Mi sono ricordata di quanto possa essere scomodo chiedere aiuto a chi dovrebbe sostenerti, e sentirsi invece giudicata, ridicolizzata.
Mi sono ricordata anche di quando, con la mia famiglia, abbiamo partecipato a un bando.
Ma tra cavilli, burocrazia, attese infinite e anticipi impossibili da sostenere, oggi siamo ancora fermi.
Perché, anche quando “vinci”, devi prima avere i soldi per iniziare. E se non li hai, se non hai capitali o garanzie, resti bloccato.
E allora ho capito ancora una volta perché credo tanto nelle iniziative che nascono dal basso. In quelle che non hanno paura, né vergogna, di dire: “Ho un’idea. Non posso farcela da sola. Mi date una mano?”
Tempo fa l’ho fatto anche io.
E onestamente sto pensando di farlo di nuovo, in modo più strutturato.