APIRO TRA SACRO E PROFANO - di Marco Iaconetti
Questo è il mio primo articolo per l’Italia sul sito di www.mywandering.com, vi confesso che mi sento un po’ emozionato perché è da tanto che volevo creare un blog per parlare delle mie esperienze, dei mie viaggi e quant’altro, non sono mai riuscito a trovare le giuste motivazioni e mi è mancato sempre il coraggio.
Signori, questa volta c’è l’ho fatta. La mia, scusate, la nostra avventura comincia.
Mi sono chiesto perché non partire da qualcosa di piccolo? Spesso viaggiamo all’estero e ci dimentichiamo la bellezza della nostra Italia, che per molti versi non ha eguali al mondo, ma noi purtroppo siamo esterofili di natura e cerchiamo chissà cosa altrove, per poi una volta fuori rimpiangere il paese.
Per questo che vorrei iniziare omaggiando una cittadina con un nome che mi ha suscitato subito simpatia: Apiro.
Non ci sarei mai andato e non avrei mai potuto ammirare la sua bellezza se non mi avessero detto che sulla sua cima c’è un ristorante tra i più bizzarri conosciuti, perdendomi, così un idillio paesaggistico di grande fascino. Ci troviamo sperduti, a cavallo tra la provincia maceratese e quella di Ancona, a contatto con una natura incontaminata, selvaggia per certi versi, dove ci si sente quasi estranei.
Questa parte di Marche mi è subito piaciuta ed è per questo che spesso, non pensando al caro benzina, torno spesso in zona. Finiti i diversi tornati e superata l’enorme diga ci si imbatte nel lago di Castreccioni, che si biforca quando incontra un’isola con una folta vegetazione. L’ho battezzata la “mia bella veduta”, perché da li, incurante della gente che mi guarda come se si fosse materializzato qualcosa di diverso da loro, con l’auto vado sulla massima altura per godermi il paesaggio.
Trovo un enorme cancello aperto, e m’intrufolo furtivamente, sperando che i proprietari non si infastidiscano nell’aver trovato uno sconosciuto dentro i loro giardini. Scatto foto e mi metto ad osservare questa bella terra. Guardo ad orizzonte e davanti alla mia vista il fiume pian piano sparisce, dando vita a verdi pianure che s’impennano velocemente divenendo montagne maestose.
Ho la fortuna di scorgere dei contadini che lavorano cantando, che arano senza l’aiuto di trattori, sembra quasi che la tecnologia, qui non sia mai arrivata, ed invece più lontano in una casa vicina due ragazzini parlano dei loro nuovi IPod, distruggendo quella momentanea beatitudine.
Scendo a valle, verso Apiro, e m’accorgo che se pur piccola la cittadina è davvero difficile da girare ed i diversi sensi unici, mi riportano sempre al punto iniziale. Cerco un posto per poter incamminarmi verso il centro storico, ma pigramente, decido di andare verso la Polveriera, il ristorante nominato precedentemente.
Il locale si trova sul cucuzzolo della montagna prospiciente la stradina e di li su una piazzola potrò sicuramente scattare qualche foto ricordo, ma incamminandomi con l’auto m’imbatto in una recente villettopoli, una delle tante che ha sfregiato il nostro paese e che fa perdere quell’aria di ruralità che tanto mi piace. Sembra proprio che non si possa fare a meno di costruire, e che ogni lembo di terra debba essere occupato da metri cubi di cemento. Le ville hanno due piani, molte non hanno balaustre e non sono finite, sintomo che non tutte sono state vendute e sono lasciate li all’abbandono.
Arrivato a destinazione, scorgo il proprietario, Franco, detto il Dannato, un personaggio singolare, e robusto con dei lunghi capelli.
Mi sono sempre piaciute le persone singolari come lui, perché hanno sempre qualcosa di strano da raccontare e conoscono il proprio paese ancor meglio di un archivio storico.
Ho sentito diverse leggende che animano questo locale, che a prima vista sembra una specie di abbazia sconsacrata, ed in cui tutto sembra in rovina, ma che è stato costruito appositamente per creare una scenario d’altri tempi. Ci si immerge in uno spazio mistico, tra sacro e profano. Tutto è così stravagante, è già prima di entrare si fa un tuffo nel passato. All’ingresso un enorme tavolo realizzato da un unico tronco d’albero percorre per tutta la sua lunghezza il lato della stanza, mentre i muri sono realizzati in pietra ed in cui i tanti “pellegrini” hanno lasciato un proprio segno.
Dopo aver ascolto le peripezie dell’ospitale padrone, uscendo mi accorgo che la posizione mi offre uno scorcio ottimale per ammirare il paesaggio che qui sembra ancor più avvolgente. L’aria sembra diversa da quello del mio paese, ed ho la netta sensazione che questa cittadina non sia il prototipo di quello che rischiano di diventare le città a ridosso della riviera. Riparto, perché la strada è lunga scegliendo la strada di campagna che da Cingoli mi porta a Macerata, evitando l’autostrada che dritta ed asettica non mi fa mai passare il tempo.
Getto indietro un rapido sguardo e penso tra me e me alla celebre frase che lessi diverso tempo fa nell’Idiota di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Be, che dire ad Apiro questa citazione cade proprio a pennello, forse non salverà proprio tutto il mondo ma almeno la sua bellezza sicuramente lo migliorerà, d’altronde se l’ha fatto con un tipo come me…












