A little story of Silence and Sound (Chiara)
Non ricordo come ti incontrai. Non serbo memoria della prima impressione che mi feci allora. So che ad un certo punto cominciai a provare interesse nei tuoi confronti, senza un motivo preciso. Così mi procurai il tuo numero di telefono e non so con quale coraggio ti invitai ad uscire. Non era un appuntamento, su questo sarai d'accordo immagino. Non sembrava neppure che fossimo assieme. Due sconosciuti che si ritrovano nello stesso posto senza la forza per separarsi. Provammo a parlare, ma evidentemente non eravamo fatti per quello. Dopo quella prima volta provammo a coltivare un rapporto d'amicizia che rientrasse negli standard della normalitĂ , ma neppure quello ci riusciva bene. Il silenzio calò quasi subito su di noi, dapprima era l'imbarazzo e poi semplicemente le parole diventarono inopportune, ogni frase sembrava mettere in difficoltĂ l'altro, come un commento sgradevole, una didascalia superflua, uno sforzo non richiesto. E così poco a poco ci abbandonarono, rinunciando al suono per rimanere sottintese nella trachea. Ogni dialogo non strettamente necessario veniva evitato, quando ci incrociavamo a malapena ci salutavamo e quando passavamo del tempo assieme era come se l'aria non potesse vibrare. Dopo qualche tempo rinunciammo anche ad andare in giro. Ci sdraiavamo sul mio o sul tuo letto e rimanevamo lì finchè uno dei due non doveva andarsene, allora ci abbracciavamo lentamente, a lungo. Non so cosa ci fosse di speciale, era come sentire la flebile forza di gravitĂ dei nostri corpi crescere in ogni molecola.Â
Era come fare il morto. Era un'interruzione della vita. Il momento prima di toccare terra dopo un salto, riprendere fiato dopo l'apnea, niente. Nessun prima e nessun dopo. Era galleggiare in mezzo all'oceano. Immobili percepivamo l'abisso sotto di noi, come qualcosa di recondito, incomprensibile, senza scopo. Si era aperto sotto le nostre esistenze in un momento del tempo ed era lì, pronto ad inghiottirci. Era come fare il morto in mezzo all'oceano, fare il morto senza saper nuotare. Per galleggiare bisogna stare immobili. Cosa ci impedisse di fluttuare lontano l'uno dall'altra non lo so dire, non ci tenevamo la mano come le otarie, ne mandavamo richiami come i cetacei, semplicemente esistevamo sdraiati sulla superficie del letto, o dell'abisso. Trovavo un grande sollievo a non dover compiere alcuno sforzo, a non dover scegliere, a non dover pensare, a non dover sembrare, a non dover vivere. Non posso dire che ci divertissimo, non so neppure se ci annoiassimo, se fossimo tristi o felici e difficile da stabilire. Fatto è che nessuno dei due provò mai desiderio di andarsene. Dopotutto quello era il nostro modo, l'unico che avevamo trovato per stare assieme, e lo preferivo a tutti gli altri modi che la gente ama chiamare normali.
Poi un giorno feci una cosa strana, inaspettata, folle. Quando mi baciasti mossi le braccia e le gambe inesperte cercando di imparare a nuotare mentre sprofodavo giù, in fondo all'oceano freddo e scuro, poi mi tirasti a galla e le mie braccia impacciate divennero ali, e con la tua risata l'aria tornò a vibrare.











