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« Continuo a credere che le cose più belle siano quelle improvvisate: quelle che chiedono un po’ di coraggio per essere vissute, ma che in cambio ti riempiono di un’energia travolgente.”
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« Continuo a credere che le cose più belle siano quelle improvvisate: quelle che chiedono un po’ di coraggio per essere vissute, ma che in cambio ti riempiono di un’energia travolgente.”

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" Stando alla testimonianza di chi ha avuto la fortuna di vederlo in teatro, il Totò che noi conosciamo, quello del cinema, non vale un decimo rispetto al comico caricato a molla sulle tavole del palcoscenico. Si racconta che, al momento del bis, prima di rientrare in scena, dicesse agli attrezzisti: «Adesso li faccio ridere con la A!». Entrava, improvvisava un paio dei suoi irresistibili lazzi e ritornava dietro le quinte mentre la sala si sganasciava a bocca spalancata: «Ah! Ah! Ah!». Prima del secondo bis prometteva ancora: «Adesso li faccio ridere con la I!». Infatti, la platea: «Ih! Ih! Ih!». Al terzo bis era la volta della U. Entrava in scena di sbieco come un burattino di legno, snodato, e si arrampicava su per il sipario come uno scoiattolo. E gli spettatori: «Uh, Uh, Uh!». Le risate con la A, con la I e con la U hanno sostanza ben diversa le une dalle altre: sono le reazioni emotive a tre differenti espressioni della comicità, o meglio a tre gag di natura diversa. In genere la risata con la A esplode al terzo ritorno di un tormentone o nella «chiusa» di un movimento comico a lunga durata con esplosione finale. La risata con la U è fulminante, quasi sempre provocata da una gag inattesa, da una caduta improvvisa, da una battuta a sorpresa. Quella con la I, invece, è più legata all’umorismo, alla finezza verbale o alla gag «buttata via», regalata ai pochi: arriva sempre con un attimo di ritardo e si espande nella sala per contagio, perché chi non ha capito subito l’arguzia la decifra attraverso lo scompisciarsi degli altri. "
Vincenzo Cerami, Consigli a un giovane scrittore. Narrativa, cinema, teatro, radio, Garzanti, 2002; pp. 173-174.
[1ª edizione: Einaudi, 1996]
Una vita all’istante spettacolo senza prove. Corpo senza modifiche. Testa senza riflessione.
Non conosco la parte che recito. So solo che è la mia, non mutabile.
Il soggetto della pièce va indovinato direttamente in scena.
Ma preparata all’onore di vivere, reggo a fatica il ritmo imposto dall’azione. Improvviso, benché detesti improvvisare. Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza. Il mio modo di fare sa di provinciale. I miei istinti hanno del dilettante. L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia. Sento come crudeli le attenuanti.
Parole e impulsi non revocabili, stelle non calcolate, il carattere come un cappotto abbottonato in corsa – ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.
Poter provare prima, almeno un mercoledì, o replicare ancora una volta, almeno un giovedì! Ma qui già sopraggiunge il venerdì con un copione che non conosco. Mi chiedo se sia giusto (con voce rauca, perché neanche l’ho potuta schiarire tra le quinte).
Illusorio pensare che sia solo un esame superficiale, fatto in un locale provvisorio. No. Sto sulla scena e vedo quant’è solida. Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo. Il girevole è già in funzione da tempo. Anche le nebulose più lontane sono state accese. Oh, non ho dubbi che questa sia la prima. E qualunque cosa io faccia, si muterà per sempre in ciò che ho fatto.
Wisława Szymborska
Danzala questa vita. E' senza coregrafia,
bisogna improvvisare. Ascolta le note
nell'aria. Rialzati se cadi. Non è un provino.
Si va in scena, è un atto unico, senza prove.
Indossa il tuo abito più bello, un pò di trucco,
le scarpette, il tuo sorriso. E danza.
Danza. Danza e continua a danzare.
Elisabetta Barbara De Sanctis
🌹🖤
Con la madre che ho avuto, ringrazio di non essere totalmente fuori di testa.
Con la madre che ho avuto, ora che sono madre io, sento che mi manca la terra sotto i piedi.
Sto improvvisando. Spero di non fare un casino.

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Avere la tenerezza di chi non è mai stato amato e deve improvvisare.
c’è qualcosa di liberatorio nel macinare chilometri sotto ai piedi, nel veder scorrere una nazione dopo l’altra dal finestrino e sentirsi un po’ in tutte, un po’ in nessuna. adoro i viaggi in macchina col sole che batte forte e le bottiglie vuote che si accumulano, i piedi sul cruscotto, le parole che decidono di uscire dopo il tempo passato a nascondersi. vivo questo momento della vita accontentando la parte tranquilla di me che da tanto non tornava a galla a respirare. non durerà a lungo, so che manca qualcosa e che non mi riuscirà star ferma, è nella mia natura. però adesso chiudo gli occhi, penso al viaggio in Germania, al sudore di tre giorni di musica e cibo di strada, alla pioggia sulla tenda e i sorrisi dei tedeschi con il loro buongiorno ogni mattina. all’amore, fatto e avvertito nei gesti, al bisogno di chiedere aiuto e riuscire a non vergognarsene. non sarò mai tranquilla, francamente non desidero vedermi immersa in una vita statica. però la felicità può essere data anche dagli istanti, dall’improvvisare. nonostante la paura ho smesso di seguire la strada, adesso mi importa cosa si nasconde dopo la prossima curva.
Non faccio mai programmi. Preferisco improvvisare... Pentesilea