" Abitava col marito vicino al fiume, in una casetta di legno minuscola, dipinta di celeste, con i frontoni delle porte e delle finestre lavorati a intaglio. Davanti c'era un orticello con cavoli verdi, gialli e viola, ed il tutto faceva pensare alla dimora delle fate.
L'interno era scrupolosamente pulito. Le finestre, ed anche le porte divisorie, erano riparate da cortine di pizzo a rete, lunghe dal soffitto al pavimento, ma il soffitto non era più alto di due metri. Ad una parete erano appese, fianco a fianco, due icone di cartone e (nello stesso formato) la fotografia di un ragazzo in divisa militare col petto costellato di medaglie. Il tavolo era coperto da una tela incerata, con sopra una zuppiera fumante, un grosso pane di segala dalla crosta scura e rugosa, quattro coperti e quattro uova sode. La nipote era una contadina robusta sulla quarantina, dalle mani rozze e dallo sguardo gentile: portava i capelli bruni coperti da un fazzoletto bianco legato sotto la gola. Accanto a lei sedeva il marito, un uomo anziano, dai corti capelli grigi appiccicati al cranio dal sudore della giornata; aveva il viso scarno ed abbronzato, ma la fronte era pallida. Di fronte, sedevano due bambini biondi, apparentemente gemelli, che sembravano impazienti di dare inizio al pranzo, ma aspettavano che i genitori ingoiassero la prima cucchiaiata; si sono affrettati a disporre altri quattro coperti per noi, di modo che siamo rimasti un po' pigiati.
Io non avevo appetito, ma per non apparire scortese ho assaggiato un poco di zuppa; la padrona mi ha rimproverato con severità materna, come si farebbe con un bambino viziato: voleva sapere da me perché «mangiavo male». Faussone, in un rapido a parte, mi ha spiegato che in russo dire mangiare male è tanto come dire mangiare poco, allo stesso modo come da noi si dice mangiare bene invece che mangiare tanto. Io mi sono difeso come potevo, a gesti, smorfie e parole monche, e la signora, più discreta dei nostri due compagni di viaggio, non ha insistito. "