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Italia (s)vendesi: quando la privatizzazione è ideologica
Milano, 23 Novembre – Aaa Paese tartassato e deindustrializzato vendesi a prezzi di saldo, telefonare ore pasti. Potrebbe cominciare così l’ipotetico annuncio di Enrico Letta, che ha baldanzosamente promesso la cessione di quote nelle principali aziende partecipate dallo Stato per fare cassa.
Un film già visto dopo il 1992 e la crisi di tangentopoli e che ora potrebbe ripetersi cedendo quel poco che rimane della ricchezza di una nazione ormai al collasso.
A richiedere questa operazione con la solita solerzia è l’Unione europea a trazione merkeliana, con la cancelliera che però si guarda bene dal fare altrettanto nel proprio Paese. Idem dicasi per Francois Hollande in Francia.
Ma a cosa serve questa assurda liquidazione di giganti come Eni, St, Snam, Ferrovie dello Stato, Enav, Fintecna? A chi fa gioco? Alle casse dello Stato? Certamente no. Perché, facendo il parallelo con il settore privato, è come se un gruppo industriale cedesse quote delle proprie partecipate più importanti e remunerative per far fronte a necessità immediate di cash flow piuttosto che a necessità di ristrutturazione.
Una vera idiozia che purtroppo nasce dall’ideologia costitutiva di questa Unione europea.
Un carrozzone quello europeo che ormai procede nell’unica direzione del neoliberismo ideologico, applicato come un dogma religioso anche quando le condizioni lo proibirebbero. Così, dove ci sarebbe la necessità di una gestione manageriale di lungo raggio, si hanno invece scelte quasi teologiche, con la convinzione mistica che il privatizzare faccia necessariamente rima con il migliorare.
Purtroppo invece la storia ci insegna diversamente e, specialmente in momenti di contrazione del mercato, è proprio il mantenimento degli asset nelle mani dello Stato che ha garantito la resistenza di un sistema così come in periodi espansivi è la prevalenza del mercato ad offrire maggiori possibilità di sviluppo.
Il Governo Letta, come il Governo Monti prima di lui, invece di remare contro la corrente della crisi, sta così remando esattamente nella sua direzione. E pensare che gli esempi negativi ce li abbiamo davanti agli occhi: Grecia, Spagna e Portogallo in primis.
Resta dunque da spiegarsi il perché di questa insistenza. Forse la soluzione è da trovarsi in un vecchio adagio dice che non c’è peggior stolto di colui che non vuol capire…
Cristiano Puglisi













