“ Le donne giapponesi portano sia il retaggio della società feudale sia quello dell'antico matriarcato. Su di loro pesano i condizionamenti di una discriminazione secolare ma agiscono anche, attraverso la scuola, la moda, la musica, il cinema e i mass media, gli stimoli della democrazia. Una democrazia non conquistata con la lotta però, ma imposta, a tutti, prima da un occupante straniero, poi dal desiderio dei governanti locali di conquistarsi il rispetto della comunità internazionale. E quindi non profondamente sentita dalla popolazione.
Nell'immediato dopoguerra, il generale Mac Arthur ha dato al Giappone una Costituzione democratica e finalmente alle giapponesi il diritto di voto e l’uguaglianza con gli uomini davanti alla legge: condizioni indispensabili per incominciare a parlare di emancipazione. Nel 1980 il Giappone ha sottoscritto la Convenzione dell'Onu sull'Eliminazione di ogni Discriminazione contro le Donne, per ratificare la quale il Parlamento ha dovuto votare nell'85 una legge sulle Pari Opportunità d’Impiego. Eppure la donna, benché sia protetta dalle leggi quanto in Occidente, benché sia diventata la più forte consumatrice di tutto il mondo industrializzato, di fatto è ancora in una posizione di costernante inferiorità rispetto all'uomo. Il mondo del lavoro, specialmente nel settore privato, resta arroccato – come vedremo – su posizioni estremamente discriminatorie. E anche all'interno delle mura domestiche il rapporto fra i coniugi è tutt’altro che paritario. La madre di famiglia continua, quindi, a essere il pilastro su cui si basa una struttura sociale che tuttora la discrimina. “
Antonietta Pastore, Nel Giappone delle donne, Giulio Einaudi, 2004. [Libro elettronico]
















