Engine of Paradise - Adam Green
Engine of Paradise - Adam Green (30th Century Records, 2019) – TCR032V
Copertina a tasca singola con inserto
Lo so, vi aspettavate tutti un disco al giorno, ma per me questa cosa, come tutte le cose che sto facendo in questo periodo, ha sempre meno la forma di un lavoro e sempre più la forma di un piccolo momento di benessere e come tutti i momenti di benessere è soggetto alla variabilità del mio sentire.
In questi due giorni, ad esempio, il mio sentire mi ha spinto a buttare metà del mio armadio e riorganizzarlo, con il risultato che negli ultimi due giorni cerebralmente sono stata focalizzata su altro.
Cioè, tanto non andate da nessuna parte, giusto? *battuta infelice*
Comunque oggi parliamo di un disco “scoperta”. Nel senso che, per me, che non sono per nulla vicina al genere in questione, è arrivato tra le mie mani quasi per caso, all’improvviso, facendomi scoprire dei mondi diversi che non avevo considerato.
Ci furono un tempo i Moldy Peaches. C’era Kimya Dawson e c’era Adam Green.
Alcuni di voi li ricorderanno per aver supportato gli Strokes, altri sicuramente per “Anyone else but you”, ending track di “Juno”.
Ammettetelo, non sapevate neanche chi fossero.
Lo confesso, neanch’io.
Quando mi è capitato “Engine of Paradise” tra le mani ero in tour con una band a Londra: nella mia mezza giornata di off ho fatto un giretto da Rough Trade e tra le selezioni dell’anno c’era proprio lui, questo discone bianco con su una rappresentazione quasi infantile della figura di San Giorgio con in basso a sinistra la scritta Engine of Paradise, il motore del paradiso.
Mi ha rapito: dovevo ascoltare questo disco che iconograficamente mi aveva colpito così tanto.
E così eccoci qua a parlare dell’ultimo lavoro di Adam Green.
La figura di Green è abbastanza controversa artisticamente parlando: oltre ad essere un musicista è anche un regista indipendente, uno scrittore, insomma, un artista a tutto tondo che rappresenta la sua realtà in piccoli quadretti quotidiani e romantici: “canzoncine” indie rock, detto però nel senso buono del termine che raccontano d’amore, amicizia, situazioni surreali della vita che succedono più o meno a tutti.
E’ un cantautore da cameretta che ha studiato. Le influenze sono palesi: da Cohen a Costello passando per i monolitici Love e i più recenti Violent Femmes, la storia musicale di Green si percepisce tutta sin dai primi secondi di ascolto.
Dal momento che ho studiato anch’io, vi segnalo, spulciando la prolifica discografica di Adam Green, anche il particolarissimo disco con Binki Shapiro. Cantante dei Little Joy (gli amanti del genere avranno già capito chi è).
Tornando ad Engine of Paradise, undicesimo lavoro della carriera solista di Green, il disco si apre proprio con la personalissima visione dell’artista del motore del paradiso che richiama l’essere umano a guardarsi dentro.
Un pezzo di rara bellezza, tra echi sixties in stile crooner che hanno portato più volte il mio coinquilino (storia vera) a chiedermi se fossi davvero sicura che l’artista che stavamo ascoltando avesse giusto qualche anno più di lui.
Entrare nel motore del paradiso di Green in effetti è come fare un piccolo salto nel tempo, pur parlando dell’attuale mondo che ci circonda. Il mondo di Green è retrò nello stile ma non nei pensieri e nelle evoluzioni degli stessi. BTW violini pazzeschi, leitmotiv dell’intero disco a fare da contorno alla posizione quasi sciamanica di Green che si rivolge all’ascoltatore elargendo piccoli e cinici momenti di lucidità, come in “Gather round me”.
How could I blame you, all of you people?
How could I blame you, anybody?
No one loves you and I don't claim to
No one loves you, anybody
Di chi è la colpa?
Nostra? Della tecnologia. Forse di entrambe, per Green è questo il centro di tutto. Siamo tutti distanti e iperconnessi. Argomento forse un po’ banale, ma sembra rappresentarlo al meglio e con una semplicità totalmente disarmante e un concetto quasi unico per tutte le 9 tracce del disco: l’amore non esiste, se esiste è solo una pallida copia di quello che poteva essere in un’epoca storica altra (vedi “Wines and Champagnes”) in questa patetica farsa chiamata vita (vedi “Escape from this Brain”) quindi tanto vale non fidarsi di nessuno (vedi “Cheating on a Stranger” )
Come dargli torto.
Alla fine il tutto però si risolve con una “ballata giustificativa” di Green che da il compito al suo coro di accompagnarlo nell’apologia di sé stesso per essere così fottutamente fucked up nei pensieri, parole, opere e omissioni:
My feeble memories, just a bucket full of rain
You found an eternity lodged in your pain
Do you really want something or everything else instead?
Why bring a cannibal into our bed?
Poking a hole into what's feeble but my arms are too short
I'm known to act average as a last resort
Sliding off your trust, your voice screams into my head
Do you think that I was raised by a reasonable man?
In definitiva, accattatavillo, perché è un pezzo davvero unico di cantautorato anti-folk, perché Adam Green va approfondito e analizzato in toto (cosa che sto facendo tantissimo anche in questi giorni) e perché racconta la realtà sotto un punto di vista che, seppur caustico, trasmette molto, soprattutto in questo apocalittico momento dell’esistenza.
Consigli per l’ascolto: da soli, rigorosamente.