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[bozze accumulate]
innumerevoli volte mi sono congedata da te.
ti ho dovuto rastrellare dalla mia vita per la prima volta a diciannove anni ed è stato come tagliare via pezzi vivi del mio corpo. un'intera estate a piangerti, a cadere sulle mie stesse ginocchia di fronte alla tua presenza che sopravviveva ovunque.
poi di nuovo, a vent'anni, quando ho percorso ora sola quello stesso lungomare che ci aveva visti un tempo insieme. sono passata nei pressi di casa tua e il nastro dei nostri giorni sardi si è riavvolto davanti ai miei occhi: la voce di Tim Buckley, i libri per il test di medicina, i bastoncini di liquirizia, il mal di terra, i tortelli troppo salati di tua nonna, la campana di vetro e il windsurf, i panini con la cotoletta nel bar della tua infanzia. con la scusa di mostrare a un amico quel luogo rinomato, sono in realtà tornata per ritrovare te in una forma che andasse oltre i ricordi della mente. e ho sbagliato perché il nostro passato condiviso mi è tornato indietro come un boomerang in pieno volto. ho raccolto così le mie borse, sono salita sul treno, e non ci ho mai più messo piede.
a ventitré anni la mia pelle non sapeva più nulla di te, quando un pomeriggio di giugno mi sono ritrovata in un tuo abbraccio. il tuo mondo è giunto alle mie orecchie come il canto delle sirene: la Germania, ossi di seppia e le foto in bianco e nero di Ugo Mulas, scucirsi, "il primo amore, l'amore grande", il saluto di Paolo dalla macchina e l'illusione per una frazione di secondo che tutti noi fossimo intatti come un tempo. ho lottato per giorni contro quel desiderio di futuro che portava il tuo volto, ma ancora di più contro la constatazione che a ogni mio incrocio con la morte tu fossi stato presente. quel messaggio di vita mi ha perseguitata come una nenia e non riuscivo a trovargli collocazione se non nell'ultimo racconto di Joyce.
ventiquattro anni e l'ennesimo addio dentro di me. ho recuperato quei primi auguri traboccanti di soprannomi – mio dolce T., fanciullo, sole d’oro, franz, yair, romeo, vento di marzo, (quasi impareggiabile) casanova – e di poesia – «noi due noi vivi solo per essere fedeli / alla vita». te ne ho scritti degli altri: più adulti e, dunque, meno veri. quanto ci filtra la crescita, quanto ci chiede di essere quello che non siamo.
eccomi a venticinque anni con i tuoi auguri pieni di un'estraneità che inaspettatamente mi ferisce (mento – quello che riguarda te mi ha sempre toccata in un modo in cui nient'altro mi ha mai toccata). che strano pensare che eravamo due ragazzini che si sono amati molto, che giocavano e ridevano come bambini, che inventavano reciproci nomignoli, che si rubavano i vestiti dormendoci assieme per sentire l’altro vicino, che leggevano James Joyce e Ted Hughes come se la poesia un giorno si fosse racchiusa tutta lì, che guardavano le betulle dal finestrino durante il tragitto in autobus, che mangiavano le seadas mentre giocavano a burraco, che parlavano del futuro come di una cosa immensa e lontanissima ma poi un giorno quel futuro è davvero arrivato e noi non ne abbiamo più fatto parte.
eppure ora: dolce amaro constatare la perdita di un senso di familiarità.
cosa me ne faccio di tutti questi ricordi, di tutte queste sfumature di te che ho raccolto nel tempo? hanno perso la loro corrispondenza nel mondo – tu. mi torna in mente "Lettera al vento" – «tutto ho raccolto di te: briciole, frammenti, polvere, tracce, supposizioni, accenti restati in voci altrui, qualche grano di sabbia, una conchiglia, il tuo passato immaginato da me, il nostro supposto futuro, ciò che avrei voluto da te, ciò che mi avevi promesso, i miei sogni infantili, l’innamoramento che bambina sentii per mio padre, certe sciocche rime della mia giovinezza, un papavero sul ciglio di una strada polverosa. anche quello ho messo in tasca, sai?»
ho creduto in una memoria comune, in un legame d'anime che andasse al di là delle parole e del corpo. eppure sento che hai ucciso il ricordo di me dentro di te. al tempo stesso non so spiegare come anche tu sia morto in me.
termina dunque così questa Storia? nell'ordinarietà di due destini che si credevano speciali per poi in verità non esserlo?
il luccichio di questa Storia è per le mie lacrime che scendono. non proviene più da dentro.
[aggiunta a posteriori]
ironia della sorte: due giorni dopo Natale, mentre camminavo ti stavo pensando e ti sei materializzato di fronte a me. ti avevo creato io o eri davvero lì? eri davvero lì. fosse stato un minuto più o un minuto meno, avessi preso un'altra direzione, mi fossi trattenuta altrove, non ci saremmo mai incrociati, invece eccoci in carne e ossa all'inizio e alla fine di quella via. tu confuso e stordito; io serena e a mio agio. le mie domande; le tue risposte rallentate e piene di pause come se il percorso mente-lingua fosse stato interrotto. aveva ragione Pavese a dire che la cosa più segretamente temuta accade sempre: anche tu ti stavi chiedendo se fosse realtà o sogno. poi sul tardi la tua voce e tante parole – alcune da me comprese, altre meno. "e ti ringrazio anche per i sorrisi, per il bel modo di fare di oggi. mi ha fatto molto piacere. io ero un po' in imbarazzo, per sintetizzare". su quel taccuino in cui ormai non scrivo più ho segnato semplici frasi: "un segno – l'ennesimo – la tua vita è qui. non scappare più". di nuovo Joyce e l'epifania.
mamma mi mostra l’articolo online e così scopro che il tuo sogno è diventato realtà. la prima volta che me ne parlasti tu avevi diciassette anni, io il cuore traboccante d’amore e di terrore. guardo la foto in prima pagina e vi riconosco uno a uno, anche se la barba incolta invecchia un po’ tuo padre. leggo con distrazione, quasi a volermi disfare velocemente di questa intrusione nella mia usuale domenica di partenza. poi faccio finta di nulla e ritorno alla mia valigia, ma nella mia mente il fiume della memoria ricomincia a scorrere. controllo il meteo della settimana, scelgo i vestiti, cerco di ricordare cosa ho già là nell’armadio, ma i pensieri sono frammentati. ci sono delle pause in mezzo riempite dall’eco della tua voce liquida: “un mese di viaggio / le taniche d’acqua / no internet / solo l’oceano e il vento attorno per giorni e giorni / mio padre soffre di fibrillazione atriale”. ora sono di fronte alla mia libreria e cerco la raccolta di poesie di wislawa szymborska, sepolta tra i miei libri ordinati senza ordine. sfilo il tomo e cerco, cerco, cerco quel componimento che contiene questi versi “e il libro degli eventi / è sempre aperto a metà” perché come un orologio che rintocca è arrivata di nuovo la sua ora. leggo, questa volta attentamente e ripetutamente, ed ecco la stilettata in un punto familiare del cuore. era una delle novantadue poesie che avevo trascritto per il tuo diciassettesimo compleanno. chiudo il libro, lo lascio con ragionata sbadataggine sul tavolo in cucina, come a convincermi che non ho più cura di certe cose, ma in realtà ne ho ancora.
stasera mentre mamma condiva l’insalata nel suo piatto ho ripensato a quell’aneddoto sugli australiani che mi raccontasti anni fa. avevamo riso teneramente della loro ingenuità nel cospargare di olio e aceto le foglie di lattuga sulla pizza. la tua famiglia australiana che non ho mai conosciuto a causa della mia paura di conversare in inglese. ho ancora quella maglia che ti regalarono, ma di cui ti disfasti perché troppo piccola per te.
chissà se alla fine hai poi riordinato la collezione di monete di tuo nonno

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di ieri
zia Alba oggi compie 86 anni. quando è arrivata la torta, si è coperta il volto con le mani per la commozione. a zia Alba vengono gli occhi lucidi con estrema facilità – come quella volta quando la salutai prima di partire per l’Inghilterra, mi diede €20 e mi disse “mi viene da piangere”. nessuno in famiglia ha mai esternato le proprie emozioni come fa lei: con naturalezza e senza vergogna. forse è l’adulta più in sintonia con il suo io bambino che abbia mai incontrato.
ho passeggiato poi per ore sotto il sole, sfogliato libri nuovi e vecchi, cercato vinili. sono tornata a casa con un 33 giri di Mina che canta Lucio – regalo di nonna. ancora ricordo quando da piccolo la ascoltavi sempre con la tua, di nonna. vorrei le giornate fossero sempre così: lente ma clementi.
[stamattina dopo anni la boccetta di profumo sul davanzale del bagno ha catturato la mia attenzione. ho ripensato alla sua provenienza. una notte di tanti anni fa ti raccontai della fragranza che a Oxford ero solita spruzzarmi ogni giorno prima di uscire dalla stanza. era un rituale – uno di quei piccoli gesti che avevano reso il mio soggiorno lì quotidianità. avevo cercato di descrivertene l’aroma per rendere il ricordo più tangibile possibile. la sera seguente mi venisti inaspettatamente incontro con una confezione. “ho passato 2 ore nella profumeria ad annusare più profumi possibili cercando di risalire a quello che usavi. volevo ridarti il tuo ricordo di Oxford”, mi dicesti. ho sempre saputo il nome corretto del profumo, ma non ebbi il coraggio di confessarti il tuo errore perché in fondo non era importante. avevi fatto per me qualcosa che nessun altro aveva mai neanche vagamente pensato: restituirmi un ricordo intatto. eppure io ora, quel profumo, non riesco più a indossarlo]
Gianluca è morto poco più di un mese fa. ricordo quei giorni con estrema lucidità perché nelle settimane precedenti mi ero così tanto preparata al congedo che viverlo è stato paradossalmente meccanico e naturale al tempo stesso. mi sono allenata alla sua morte, al dolore altrui, e anche al mio.
al funerale c'era anche T. – non lo sapevo, ma dentro di me lo avevo ipotizzato, forse in qualche modo addirittura sperato. siamo stati insieme dopo la cerimonia. ho impiegato più di una settimana per scrollarmi di dosso quel senso di attesa verso qualcosa. le parole ancora mi sfuggono, prendo in prestito le tue: “in questi anni ho sempre avuto il desiderio – grande – di rivederti e il terrore – enorme – di rivederti”.
questa sarà un'estate di solitudine. dopo quasi 5 anni tornerò in Sardegna – mi fa sorridere che la mia ultima vacanza lì sia stata proprio con T. una volta là vorrei comprare delle cartoline da spedire così da recuperare questa mia vecchia tradizione. e poi vorrei leggere molto, stare tante ore in mare, camminare scalza sugli scogli, toccare la natura.
piango poco ultimamente – è perché sono bloccata, trattenuta, sorda a me stessa. le cose che ho dentro sono troppo intrise di vergogna per farle uscire fuori. il mio corpo è ancora sotto accusa, e nonostante tutti questi anni mi rinconfermo il giudice più impietoso.
è tutto così aggrovigliato
Nomen Rosae
La rosa è un romanzo. Leggere le storie che la riguardano significa attraversare il tempo, i continenti, le usanze e le tradizioni. È eterna e esiste da sempre. È un fiore che ogni civiltà in ogni tempo ha preso ad emblema di bellezza, perfezione, eleganza. La rosa è un romanzo. Un avvicendarsi di eventi, di persone, di ricerche spasmodiche della perfezione, di fallimenti e di rinascite. La…
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