Una Devadasis (ancella della Dea), cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltĂ millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. Eâ facile comprendere come, anche solo per istinto ereditario, sâaffini in una Devadasis lâarte del gesto, del passo, dellâatteggiamento, lâarte della voce e della maschera, lâattitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori la poesia indiana.
Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa non ha bisogno di imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le son famigliari fin dallâinfanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente a ritmo di danza, le sue prime parole a un ritmo di canto e poesia, i begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. Prigioniera nel Tempio fino a quindici anni, essa limita lâorizzonte dellâuniverso tra lo stagno dei coccodrilli sacri e lâalte mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima sâaccrescono esclusivamente di religiositĂ . Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del Tempio.
Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere raccolto da un protettore di stirpe nobile, un nabab che sarĂ legato a lei, ufficilmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Costui deve dotare la bajadera di un patrimonio cospicuo, riconoscerla, beneficarla nellâereditĂ , subito dopo la moglie e prima dei figli, obbligarsi ad una offerta annua verso il Tempio. Questo legame non esclude, anzi inizia da parte della bajadera un tenor di vita che a noi parrebbe della piĂš spudorata infedeltĂ . Perchè da quel giorno essa è addetta al culto di Ramba-Devi, la Venere del Paradiso dâIndra, attende a cerimonie non descrivibili, ed è offerta dal sacerdote a tutti quei devoti â dâalta casta â che pagano un obolo adeguato, il quale obolo non va alla Devadasis, ma al tesoro del TempioâŚ
Oimè! A questo punto un occidentale non si ritrova piÚ e pensa che nel suo paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa di tal fatta corrispondono a una nomenclatura assai meno arcana e assai meno rispettabile.
Ma è tutto questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinnanzi a tali consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. Il bramino non arrosisce, nĂŠ sorride, come non sorrideva, nĂŠ arrossiva il pagano che giungeva in Pafo e in Amatunta e offriva lâobolo al tempio famoso. Eâ risaputa lâidentitĂ di origine dei greci e degli indiani, la parentela che unisce la teogonia bramina alla teogonia ellenica. Ora Ramba-Devi, con il suo Eros dal volto fosco, armato non di strali, ma di serpenti cobra, è la Venere del paradiso di Indra, la sorella certa della Venere greca che sopravvive nella terra di Brama mentre lâaltra si è dileguata per sempre dinnanzi allâavvento della nemica: la Vergine Madre. Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione dello spirito, negazione della carne, non possiamo comprendere il culto erotico; tutta la nostra intima essenza foggiata secondo una morale due volte millenaria, sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire dalla notte dei tempi la sorella dellâantica avversaria.
Per questo non possiamo comprendere una devadasis, nĂŠ definirla. Bisognerebbe aggiungere allâattrice somma, alla mima insuperabile, allâerudita, alla cultrice di poesia, la figura della sacerdotessa invasata, della menade folle. Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia.
Guido Gozzano, Verso la cuna del mondoÂ