Si fa spazio tra i vari gruppetti di persone con qualche difficoltà, conciata com’è: il braccio destro incastra alla perfezione contro il busto una serie di vasi in ceramica di diverse forme e dimensioni, impilati l’uno negli altri, al cui culmine è possibile intravedere una piantina arcobaleno con tanto di bolla isolante attorno alla corolla; l’altro braccio invece è intento a sorreggere una serie di borse in tela ricolme di stoffe. La mano, a completare il quadro, stringe i lembi di quello che sembra un cestino in vimini. Sgomita appena rivolgendo sguardi affilati a chiunque non si curi del suo incedere per la strada e le vien contro.
Torna dritto, dopo aver imprecato e si ritrova ad urtare il braccio contro una serie di vasi in ceramica. « E allora! » già pronto a mandare al gramo anche quest’altra persona non guarda per niente in faccia Haven, perché piuttosto si sofferma a guardare la piantina arcobaleno che spunta fuorie e da cui viene rapito. « Oh, hola! » sta chiaramente riferendosi alla pianta perché ancora non ha alzato lo sguardo per vederne il presunto proprietario.
Ferma il passo e si blocca lì, in mezzo alla strada, con il braccio che stringe i vasi contro il busto in un gesto protettivo. « Hai quasi ammazzato la mia piantina » il tono è accusatorio e anche una certa vena drammatica. Le iridi azzurre saettano sul viso di Cisco e non si muovono più, in quella che dovrebbe risultare un’occhiata di rimprovero. Con un colpo d’anca cerca di riportare leggermente più in alto la pila di vasi che un po’ alla volta sembrano scivolarle lungo il fianco. « E se avessi infranto la sua bolla protettiva? » domanda « e se fosse diventata amica tua? » chiede ancora, con tono infantile, mentre la testa si inclina poco a poco in avanti cercando di risultare intimidatoria.
E solo dopo un po’, sincerandosi di non aver rotto la bolla protettiva della piantina acrobaleno può degnare di alzare lo sguardo verso Haven. Le sopracciglia aggrottate, ed un’espressione ben poco amichevole sul volto. « Ti fai di fumi di pozioni? Io non ammazzo le piante! M a i. » per far scandire bene, anzi benissimo il fatto che è una cosa che mai nella sua vita potrà fare. « Oh, calmati. Te l’avrei presa un’altra. Non muore Morgana per questo. » Fino ad ora piuttosto duro, anche il suo tono di voce e l’accento sembra contrastare parecchio: è di uno scozzese così stretto che risulta quasi insopportabile da sentire, ma i toni morbidi della lingua latina, sua per diritto di nascita e casata (?) lo fanno sembrare solo che più buono nei confronti della pianta. Non di Haven. « Aspetta, prendo lei. » non gliene frega molto se la ragazza dice di no, se si sottrae o cosa, ma il suo intento è andare proprio a “salvare” la piantina, prendendo lei e la pila di vasi che si trovano poco sotto, dove ha urtato col gomito qualche attimo prima.
« Non sarebbe stato lo stesso! » esclama con voce esasperata e qualche ottava di voce in più. « Ci siamo scelte. Non volevo comprarla, l’ho vista, lei mi ha vista. » spiega chiudendo gli occhi e scuotendo la testa con fare teatrale. Lo sguardo segue la povera piantina con apprensione mentre si sistema la borsa in tela sul braccio libero dai i vasi, ma il cenno alle vie secondarie la distoglie da quell’occupazione. Si mordicchia il labbro inferiore e proverebbe ad incastrare Cisco in un contatto visivo intimidatorio. « Se volevi una scusa per appartarvi … » lui e la piantina, sempre, e lascia cadere la frase andando dritta in quella direzione suggerita. « E ci stavo, attenta » sottolinea buttandogli un’occhiata di sottecchi per accertarsi che la stia seguendo. « Sei tu che ci sei piombato sopra e l’hai quasi ammazzata. » ripropone con un sorrisetto impertinente.
Piega la testa di lato e l’espressione da chi “non l’hai davvero detto” si palesa sul volto dello scozzese che esaspera fuori un sospiro piuttosto annoiato. « Ma se ancora non ha empatizzato! Ay, Merlino.. » scuote la testa e parlotta di come quella loro cosa di essersi scelte ancora non c’è stata. « Ssh. » al suo ribellarsi che in realtà è un semplice aiuto, ma forse sta solo “coccolando” la piantina arcobaleno a non sentire più nulla, a dargli sicurezza in quel gesto oltremodo protettivo per una pianta che già si trova protetta. Si abbassa col busto proprio vicino alla bolla protettiva della piantina arcobaleno dove dice, con un tono di voce più basso, « Querida in salvo. » non è proprio un antico vaso da portare in salvo, ma sempre di una serie di vasi si parla.
« E tu che ne sai » e invece sa, ma questo lei non può saperlo. « è stata tutta una cosa d’istinto » biascica portando su il mento con fare altezzoso e un broncio che si fa strada sulle labbra. « è la MIA piantina arcobaleno » puntualizza sentendosi quasi di troppo davanti a tutte quelle effusioni. « Volete che vi lasci soli? » domanda e rotea gli occhi spazientita. Un’occhiata alla piantina arcobaleno. « Dici che arriverà sana e salva a casa? » domanda incerta inclinando la testa contemplandola. La vera domanda è se sopravviverà a casa, ma questo è meglio non dirlo.
Il modo che ha di fare con la pianta è molto più “umano” e dolce, gentile rispetto a quello che ha con Haven o con qualsiasi altro essere umano. « La devi toccare. » sentenzia, infatti, piuttosto duro. « Poi così capirai cos’è stato questo istinto che dici, oh. » fa roteare gli occhi scuri verso l’alto e la testa che si muove lentamente ma pur sempre scuotendosi. « Sì, sì, lo so.. » che è la sua pianta arcobaleno, per quanto in questo momento non sembra nemmeno curarsi del fatto che non è lui il proprietario. « Saresti molto gentile a darci un po’ di privacy, sì. » commenta lui con l’alzare delle sopracciglia, facendo dondolare la piantina con un fare più evidente proprio per marcarle la necessità di un po’ di spazio. « Tranquilla, la querida arriverà a casa sana e salva. Un po’ d’acqua, e il tuo amore por lei. E i tuoi prossimi due anni circa andranno alla grande, claro. » glielo dice con molta più calma e meno rabbia, ironia, e cattiveria di prima. Si è stranamente addolcito, infatti.
« Ci siamo scelte. » ripropone con più lentezza sperando che questa volta gli entri meglio il concetto in zucca. « Erbologia l’ho mollata dopo i G.U.F.O., in realtà » arriccia labbra e naso in un’espressione disgustata « facevo schifo a Godric in quella materia » conclude con tanto di roteata d’occhi al sol ricordo. « Le ho preso quel bel vasetto in ceramica e le farò spazio sul tavolino davanti al divano. » lo rende partecipe dei suoi progetti senza esser capace di rimaner zitta neanche un secondo. « Questo non me l’avevano detto al Cespuglio Farfallino » confessa lasciandolo avvicinare. « Una poi si affeziona, non ci sarà mai una piantina come questa. » indurisce l’espressione e lo sguardo.
Probabilmente se non avesse la pianta in mano sverrebbe seduta stante. Ha lasciato Erbologia. « l’hai lasciata? » chiede con il groppo alla gola che fa buttare giù un boccone amaro. « E allora se hai bisogno di qualcosa, » e la guarda con molta intensità « per lei, devi dirmelo. » alludendo chiaramente alla piantina che pensa ora non essere in buone mani. Accidenti a questa, come si permette di adottare piantine con così poche nozioni. « Al cespuglio Farfallino sono bravi, ay, ma non come me. » pavoneggiandosi anche in quell’atteggiamento un po’ da pavone che culmina in un serio « Claro, non puoi sostituire l’affetto, ma potrai sempre darne ancora, solo se vuoi. » si mordicchia l’interno della guancia, abbozza un mezzo sorriso e poi riprende la sua normale passeggiata con Querida.
« Bhè, sì, ma non sarebbe la stessa cosa. Appena arrivo su le scatto una foto e la conservo » e annuisce rimarcando quell’intenzione « così di Querida ce ne sarà sempre una sola. » Svolta l’angolo e lo osserva , assicurandosi che la segua. Gli porgerebbe la mano, ma, da brava svampita, dopo un’occhiata veloce alla propria piantina arcobaleno abbandona l’idea. « Haven » risponde con un sorriso fiero raddrizzandosi tutta per ritrovare la compostezza. « Haven Collins, e tu abuelo mezzogigante? » chiede inclinando la testa di lato, incuriosita.
« Schifo ad Erbologia, schifo con lo spagnolo. Mmmhh. » lo dice con l’aria un po’ scherzosa certo, ma è più preoccupato della sua mancanza di nozioni in Erbologia per la povera, ormai battezzata, querida. « Fallo quando empatizzi con lei, sarà un bel momento. » dice con il tono di voce più basso, a suggerire un ricordo che merita di essere ricordato rispetto a tanti altri. Per un momento vorrebbe anche stringerle la mano ma, ahi lui non può farlo perché la dolce piantina arcobaleno è li, e occupa il suo spazio. « Muy piacere. » non potendo darle la mano allora fa un piccolo cenno con il collo piegando la testa in un inchino. « Cisco McClendon. » le dice « Cisco va bene. » perché tutto il suo nome gli mette ansia, palese.
« Mi piace mantenere le aspettative basse » e fa spallucce mentre va a posizionare la ciocca ribelle dietro l’orecchio in un gesto volontariamente e teatralmente vanitoso. Si lascia avvicinare senza problemi, rallentando a sua volta il passo e rimanendogli vicino. « E quindi abbiamo adottato una piantina arcobaleno di nome Querida » s’impensierisce e con teatralità aggrotta la fronte e lo osserva mentre il D.N.A. Café è ormai raggiunto. « E annaffierai le mie piante mentre cerco di non farmi ammazzare o maledire » tende le braccia in avanti, una con il cestino che dondola ad ogni movimento brusco, reclamando vasi e piantina « Sono in debito a vita » rimane lì in attesa, con le braccia tese.
« Claro. Ahm, si-si ci penso io a lei e le altre che hai a casa se ne hai altre. » non si tira indietro: avendo anche questo impegno è molto più difficile che lasci il mondo magico o che faccia il giro del mondo in mezzo alle foreste. « Ne so parecchio, non te lo nascondo. » sarebbe ingiusto dopo tutto questo pippone fatto sulla pianta e su come deve fare per tenerla. « Ehi-ehi, non lo faccio per te, ma per lei. » parlando proprio della pianta. « Sarai in debito con me a vita, bello, mi piace. » arricciando il naso. Si umetta le labbra e poi le allunga i vasi così come Querida la dolce piantina. « Trattala bene, okay? »
« Quindi ho trovato anche un erbo-sitter con ottime referenze. » ribatte sarcastica soffocando una risatina. « meglio non poteva andarmi » Ascolta quella spiegazione attentamente e annuisce concentrando lo sguardo sulla corolla protetta dalla bolla e perdendosi per un attimo nell’immaginarsi quel momento. « L’hai detto tu che lo fai per lei, è lei ad essere in debito allora » cerca di ribaltare la situazione come può, ma con fare giocoso e divertito. Afferra vasi e piantina imitandolo nella presa: un piccolo saltello per assestare l’equilibrio del tutto e… olà, Querida è di nuovo tra le sue braccia. « Si, si, abuelo, la tratto bene. » lo rassicura spazientita roteando gli occhi senza togliersi quel sorrisetto dalla faccia.