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Milano 1 Febbraio - Quanto è concreto oggi il rischio di un nuovo conflitto globale? E’ una domanda che sembrano porsi in molti ultimamente. E non solo perché, evocativamente, quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale (1914), ma soprattutto per via degli innumerevoli focolai di crisi che spuntano in ogni parte del mondo. Alcuni ricorderanno ad esempio come durante la recente crisi siriana (agosto-settembre 2013) diverse autorità istituzionali (nazionali e internazionali) abbiano invitato la diplomazia internazionale a compiere maggiori sforzi per evitare il rischio di una conflagrazione generale. Papa Francesco parlò espressamente di un rischio “mondiale” legato ad un possibile intervento militare in Siria. Lo stesso fecero i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Emma Bonino e Mario Mauro. Secondo alcuni commentatori i motivi per lo scoppio di un nuovo conflitto generalizzato non mancherebbero e sarebbero di diversa natura: da quello economico al confronto geopolitico tra Stati Uniti, Russia e Cina, senza scartare le tensioni nell’area Mediorientale tra Israele, gli Stati arabi e l’Iran. In Italia, ad accennare alla possibilità che dopo la crisi finanziaria del 2008 gli equilibri internazionali potessero andare “fuori controllo” fu il direttore della rivista di geopolitica “Limes”, Lucio Caracciolo, il quale parlò di un “nuovo conflitto mondiale” come di un’ “ipotesi catastrofica ma non per questo impossibile”. “Semplicemente – spiegava Caracciolo – il sistema va del tutto fuori controllo. Si salva chi può. Con tutti i mezzi disponibili. Violenza compresa”. Insomma, secondo questa interpretazione, un (nuovo) conflitto generale potrebbe essere una via d’uscita al caos finanziario, un po’ come accadde con la Seconda guerra mondiale, letta da alcuni storici ed economisti come il frutto avvelenato della crisi del 1929. Più recentemente altre autorevoli voci si sono unite al coro di quanti mettono in guardia contro una crisi che, magari nata a livello locale, potrebbe degenerare come nel 1914 in una guerra generale sulla base dei meccanismi dei blocchi contrapposti di alleanze. Ad esempio Jacques Attali (consigliere dei Presidenti francesi Mitterand, Sarkozy e Hollande) intervistato il 29 dicembre scorso da “Radio Europe 1” ha affermato che nel 2014 “è molto probabile” si possa assistere all’esplosione di conflitti tra superpotenze come sbocco alla crisi finanziaria. “Sul piano internazionale – ha spiegato Attali - è un anno molto pericoloso. Molti conflitti si fanno sentire nel Mare della Cina, in Africa e in molti altri luoghi. Globalmente, la crisi finanziaria non è stata affrontata in alcun modo, anche se registriamo una forte crescita negli Stati Uniti, che è una crescita gonfiata da una politica << à la Bernard Maddoff >>. L’unica differenza sostanziale tra Maddoff e i governi occidentali – ha aggiunto sarcasticamente Attali – è che Maddoff è in prigione. Prescindendo da ciò le loro politiche sono identiche”. Attali sembra temere proprio il meccanismo perverso dei blocchi contrapposti di alleanze che oggi come nel 1914 dividono le principali potenze in due schieramenti: ieri la Triplice Alleanza avversa alla Triplice Intesa e oggi la NATO alla SCO (Shanghai Cooperation Organisation –che unisce Russia, Cina e Iran, quest’ultimo, per ora, solo in qualità di “membro osservatore”). “Un forte conflitto tra Cina e Giappone – ha indicato infatti Attali – potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti tramite una reazione a catena di alleanze come nel 1914”. Anche Ambrose Evans-Pritchard, autorevole firma del quotidiano inglese “The Daily Telegraph”, condivide il parallelo tra 1914 e 2014 localizzando anch’egli il possibile focolaio di guerra nella contesa che oppone Pechino e Tokyo. Anzi, nella sua analisi i due Paesi estremo-asiatici sarebbero di fatto già coinvolti in una guerra valutaria mondiale perché le svalutazioni dello Yen giapponese comportano per riflesso ulteriori riduzioni del valore dello Yuan cinese in un momento in cui la Cina sta cercando di negoziare il suo Debito di 24.000 mld di Dollari. Solo pochi giorni fa, esattamente il 23 gennaio, l’economista americano Nouriel Roubini, twittando da Davos in Svizzera, dove era in corso il World Economic Forum, ha ribadito lo scenario prospettato da Attali ed Evans-Pritchard, affermando che il quadro che si sta delineando è simile a quello del 1914. Roubini faceva riferimento alle dichiarazioni del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe e riprese dall’agenzia di stampa “Reuters” secondo cui Cina e Giappone si trovano in una “situazione analoga” a quella di Gran Bretagna e Germania alla vigilia della Prima guerra mondiale. Evans-Pritchard rivelava inoltre un indicatore che, a suo avviso, farebbe capire come il mondo sia alla vigilia di un nuovo conflitto: quello del riarmo, che nel 2013 ha consentito profitti senza precedenti alle società d’armamenti (come ad esempio la Raytheon produttrice, tra gli altri, dei Tomahawk e del sistema difesa anti-missili Patriot) e ha interessato Stati Uniti, Europa, Russia, Cina, Giappone e Francia. Anche l’Italia recentemente ha acquistato sei nuove batterie anti-missile SAMP/T capaci di “ingaggiare” missili balistici a corto raggio, adeguandosi così al programma di difesa anti missili balistici della NATO. Se i due esperti europei concentrano le loro analisi sull’area Asia-Pacifico come possibile epicentro di una conflagrazione mondiale, ci sono altre aree di crisi che sembrano (purtroppo) prestarsi a tale scopo. In Siria (e Libano) ad esempio la parola “pace” è ancora ben lungi dall’essere proferita in maniera definitiva, così come la questione del nucleare iraniano su cui pende sempre la “spada di Damocle” di un attacco preventivo unilaterale israeliano. Mentre in Corea del Nord il suo “eccentrico” (vogliamo chiamarlo così?) leader, Kim Jong-un, minaccia a fasi alterne di lanciare un attacco (anche nucleare) contro i propri vicini e gli Stati Uniti. Senza dimenticare che nella stessa Europa nei giorni scorsi si è aperta, in Ucraina, una crisi che, se non gestita adeguatamente, rischia di trascinare la Russia in un confronto dagli esiti pericolosi con la UE e la NATO.