Vedi cara,certe crisi sono soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire
-F.Guccini-
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Vedi cara,certe crisi sono soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire
-F.Guccini-

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Lucio Corsi - Freccia Bianca (2020)
#WELCOME TO VIENNA🇦🇹 February 3rd, 2026 - SIMM CITY
CANTAUTORE LUCIO CORSI
@samirafee
Solo quiero dormir en tus brazos de amor.
descansar a tu lado me recarga el corazón.
-Rickstrike-
Francesco Guccini: il poeta delle domande e il maestro delle parole
Ci sono artisti che accompagnano una generazione. E poi ci sono quelli che, più semplicemente e più profondamente, diventano una parte della nostra educazione sentimentale. Per me, Francesco Guccini appartiene a questa seconda categoria.
È morto il 6 agosto 2026, a ottantasei anni, a Pavana, il luogo dell’Appennino che per tutta la vita è rimasto una delle sue geografie dell’anima. La notizia ha il peso delle cose che non sembrano possibili, perché Guccini era già memoria, storia, letteratura, e proprio per questo sembrava sottratto al tempo. Ricordarlo attraverso le sue canzoni significa intraprendere un viaggio dentro una lingua riconoscibile, ruvida e sentimentale, capace di passare dalla malinconia all’ironia, dalla tenerezza alla rabbia, dalla memoria privata alla storia collettiva. Una lingua che non ha mai avuto paura di essere complessa, persino quando avrebbe potuto scegliere la scorciatoia della semplicità. Forse è proprio questo il motivo per cui Guccini, per me, dovrebbe stare sui libri di scuola. Non soltanto nei programmi di educazione musicale, ma accanto ai poeti, agli scrittori, ai grandi autori della letteratura italiana. Treccani lo definisce cantautore e scrittore, sottolineandone la vocazione di cantastorie e la dimensione poetica dei testi. Infatti, la sua biografia racconta un artista che ha attraversato musica, insegnamento, narrativa e cultura con una coerenza rara che merita di essere ricordata.
Per ricordare Francesco Guccini, scelgo di non partire dalle date, dai riconoscimenti o dalla biografia, ma dalle sue canzoni. Da quelle che, negli anni, hanno saputo accompagnarmi e che ancora oggi ritrovo capaci di dire qualcosa di me, e forse di tutti noi. È un piccolo percorso personale dentro la sua scrittura: sette canzoni, diverse per tono e per storia, ma unite da quella penna inconfondibile, sincera, schietta, romantica e ironica, che ha saputo trasformare la vita quotidiana in poesia.
Il mio viaggio inizia in un Autogrill: un incontro appena sfiorato, una figura che rimane impressa, qualcosa che avrebbe potuto accadere e invece non è accaduto. Questa canzone, per me, rappresenta una delle forme più sottili della nostalgia: non rimpiangere ciò che abbiamo perduto, ma ciò che non abbiamo mai avuto. Francesco Guccini ambienta questo sentimento in un luogo ordinario, quasi prosaico, eppure riesce a trasformarlo in uno spazio sospeso, dove realtà e immaginazione si confondono. La sua biografia ufficiale definisce il brano proprio come un racconto in bilico fra irreale e verosimile, fra mistero e sogno. È una delle sue magie più grandi: prendere una stazione di servizio, una strada, una sera qualunque e farne letteratura.
Vorrei é una canzone che non ha bisogno dell’enfasi per essere romantica. Anzi, il romanticismo di Guccini è quasi sempre un romanticismo maturo, consapevole e reale che conosce la fragilità, il tempo e le contraddizioni. Non promette eternità ma prova, piuttosto, a dire quanto sia difficile desiderare qualcuno senza trasformare l’amore in una favola. In questa canzone c’è quella straordinaria capacità gucciniana di parlare dell’intimità senza renderla banale. L’amore non è mai soltanto sentimento: è memoria, paura, desiderio, consapevolezza della propria insufficienza. È uno dei vertici di D’amore di morte e di altre sciocchezze, album del 1996 nel quale l’amore occupa una parte centrale. E già qui si capisce una cosa fondamentale: Guccini non scriveva canzoni per dirci cosa provare, ma per aiutarci a dare un nome a ciò che provavamo senza riuscire a dirlo.
Con Farewell arriviamo forse al punto in cui la penna di Guccini diventa più dolorosa. L’amore è finito, ma il sentimento non scompare insieme alla storia. Rimangono le domande, i ricordi e le tracce. Rimane soprattutto quella zona misteriosa nella quale una persona che non fa più parte della nostra vita ma continua, in qualche modo, a farne parte. Farewell, contenuta in Parnassius Guccinii del 1993, è stata indicata dallo stesso percorso biografico ufficiale come una delle sue più belle ballate dell’amore perduto. Ed è qui che Guccini diventa davvero poeta: quando non racconta soltanto una storia d’amore, ma racconta ciò che il tempo fa alle storie d’amore.
Poi c’è Canzone delle domande consuete e qui emerge una delle caratteristiche più importanti del suo pensiero: il dubbio. Il cantautore non è grande soltanto perché afferma, é grande perché mette continuamente in discussione ciò che afferma. La sua scrittura è piena di possibilità, esitazioni e contraddizioni. La biografia ufficiale individua proprio nel dubbio una delle chiavi della sua poetica. È una lezione profondamente anticonformista che mi ha insegnato il valore di una domanda. In un tempo che pretende opinioni nette, ci ricorda che cambiare idea non è debolezza, che la complessità non è un difetto e che pensare significa anche dubitare. Non è un caso che Canzone delle domande consuete abbia ricevuto la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno nel 1990.
E poi c’è Vedi cara, invece, che appartiene a quella particolare zona della poetica gucciniana in cui l’amore diventa dialogo. Non c’è il sentimentalismo della canzone d’amore tradizionale, ma la fatica di spiegarsi, di comprendere l’altro, di accettare che due persone possano volersi bene e tuttavia non riuscire a coincidere. Una delle grandi intuizioni riguarda la possibilità che amare qualcuno non significa necessariamente trattenerlo, né avere ragione, ma riconoscere l’alterità dell’altro. Per questo le sue canzoni sentimentali non sono mai semplicemente romantiche ma filosofiche, perché parlano d’amore per parlare, in realtà, della libertà, del tempo, della solitudine, dell’impossibilità di conoscere completamente un’altra persona.
Eskimo canta di un amore finito sullo sfondo degli anni Settanta, un’epoca politica e culturale che Guccini conosceva dall’interno. Qui la dimensione privata e quella collettiva si incontrano: non c’è la celebrazione nostalgica di una stagione ideologica, ma il tentativo di capire quanto della nostra giovinezza rimanga dentro di noi quando le idee cambiano, le persone se ne vanno e le stagioni finiscono. Eskimo, contenuta in Amerigo del 1978, è una storia d’amore intrecciata al clima culturale e politico di un’epoca. Qui appare un altro Guccini, quello che sa raccontare la Storia senza trasformare le persone in simboli, perché la grande Storia passa sempre attraverso una stanza, una strada, un amore e un ricordo. È forse questa la sua più grande lezione narrativa: non esistono davvero una storia pubblica e una storia privata. Esiste la vita, nella quale tutto si mescola.
E infine Cirano, la canzone che rappresenta il Guccini anticonformista: Cirano è il personaggio che sceglie la propria diversità invece di chiedere il permesso al mondo, un personaggio in cui Guccini identifica se stesso. Il cantautore non ha mai cercato di essere accomodante, non ha addolcito le proprie idee per renderle più vendibili, non ha semplificato la propria lingua per paura di non essere capito, non ha rinunciato alla cultura, alle citazioni, alla memoria e alla malinconia. Lui ha avuto il coraggio di essere Francesco Guccini. E oggi questa potrebbe essere la sua più grande fortuna. Non il conformismo delle buone maniere, ma la libertà di avere una voce propria. Non l’anticonformismo esibito come posa, ma quello molto più difficile che consiste nel rimanere fedeli alla propria sensibilità anche quando non è di moda.
Mi piace pensare che, un giorno, Francesco Guccini possa entrare nelle aule scolastiche non soltanto come cantautore, ma come autore capace di educare al dubbio, al pensiero critico, alla libertà di non conformarsi e, soprattutto, a un’autentica educazione sentimentale: nelle sue parole si impara che avere una voce propria significa anche saper mettere in discussione le proprie certezze, guardare il mondo senza facili verità e attraversare l’amore, la perdita, la nostalgia e le contraddizioni con intelligenza e ironia.
Guccini meriterebbe una pagina sui libri di scuola perché la sua opera permette di attraversare alcuni dei grandi temi della letteratura: il tempo, la memoria, l’amore, la morte, la politica, la nostalgia, il viaggio, la provincia, la disillusione, il rapporto fra individuo e società. La sua lingua è colta senza essere snob, popolare senza essere semplicistica, ironica senza essere superficiale. È piena di riferimenti, deviazioni, personaggi, paesaggi e digressioni.
Francesco Guccini insegna che una canzone può essere molto più di una canzone: può essere un racconto, una poesia, un frammento di autobiografia, un pezzo di storia e una domanda aperta. Una canzone può diventare, senza che ce ne accorgiamo, persino uno dei libri della nostra vita. Una lingua che spesso procede come una conversazione notturna: parte da una cosa e finisce altrove, ma quell’altrove era già nascosto nella prima frase.
Forse è per questo che la morte di Guccini ci riguarda, forse é per questo che mi ha strappato una lacrima. Gli artisti davvero grandi non appartengono soltanto al proprio tempo, alla propria generazione: abitano le nostre stanze, i nostri viaggi, i nostri amori finiti e le nostre domande. E allora io lo saluto proprio attraverso quelle parole che abbiamo continuato ad ascoltare negli anni: sette canzoni, sette stanze della stessa casa. Una casa fatta di amore e disincanto, di ironia e malinconia, di rabbia e tenerezza. Una casa nella quale, per molto tempo ancora, continuerò a entrare ogni volta che avrò bisogno di qualcuno capace di dirmi che il mondo è complicato, che io sono complicata, e che forse è proprio questa la parte più bella.
Francesco Guccini non ci lascia soltanto le sue canzoni, ci lascia una lingua con cui continuare a farci domande e a parlare di noi.

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Cantautore? Lo sono, sì.
Ma è un termine vago, che non definisce nulla.
Se proprio fa comodo un’etichetta, preferirei si dicesse trovatore.
Fabrizio De André
"Mi farò strada tra cento miliardi di stelle
La mia anima le attraverserà
E su una di esse vivrà eterna
Vi sono dicono cento miliardi di galassie
Tocco l'infinito con le mani
Aggiungo stella a stella
Sbucherò da qualche parte
Sono sicuro
Vivremo per l'eternità
Ma già qui
Vivo vite parallele
Ciascuna con un centro, con un'avventura
E qualcuno che mi scalda il cuore
Ciascuna mi assicura
Addormentato o stanco
Braccia che mi stringono
Credo nella reincarnazione
In quel lungo percorso che fa vivere vite in quantità
Ma temo sempre l'oblio
La dimenticanza
Giriamo sospesi nel vuoto intorno all'invisibile
Ci sarà pure un motore immobile
E già qui
Vivo vite parallele
Ciascuna con un centro, una speranza
E qualcuno che mi scalda il cuore ".
—Franco Battiato, Vite Parallele.
Rino Gaetano - I miei sogni d'anarchia
2 Giugno 1981 💔