«La volta del cielo è una tavolozza, una mutevole trama di tinte che sigilla lo scorrere perenne delle stagioni, mentre tra i sentieri della selva si consuma l’abbaglio di una ipnotica rêverie. Il viandante vi s’inoltra e smarrisce la via, prigioniero devoto di una sosta che somiglia al cammino entro un teatro della mente. È il medesimo e fecondo disorientamento che guidava la mano di Klimt nel tracciare i mosaici d’argento, dove i faggi perdevano la carne del legno per farsi geometria dell'oro; la stessa ascesi che spingeva lo sguardo a perdersi dentro la luce che si frantuma e filtra tra l'erba del sottobosco. Così, il viatore asseconda il cammino tra le fronde, prestando l'orecchio a voci indecifrabili ed ermetiche: richiami lontani che salgono dal ventre della terra e in cui, per un paradosso della memoria, risuona ancora il rumore della risacca» (Sosio Giordano)











