Capace. Pensi che io non sappia neanche cosa voglia dire, vero? Ciò Che io non sono. Ciò Che io non potrò mai essere.
Cosa sono per te? Un fantasma sbagliato troppo lontano da ciò che ero.
E mi fa male dirlo,e vorrei che non fosse così, ma neanche io mi sono abituata a te.
Noi, che le poche volte che ci vogliamo bene davvero è ricordando ciò che eravamo un tempo l'una per l'altra.
Quando io ero la tua bambina, piccola, carina, sempre sorridente.
Quando tu eri mia madre e non ti pesava questa vita, il tuo corpo, il senso di protezione che tutt'ora permane nei miei confronti.
Quel senso che è diventato insano, perché opprime la fiducia.
Quando l'hai persa? Come?
Forse nello stesso istante in cui l'ho persa io.
Non parliamo e quando lo facciamo è solo per commiserarci l'una con l'altra.
Ed è triste, è fastidioso.
Le volte che cerco di aiutarti mi disprezzi in modo innaturale.
E non ho ancora capito se lo fai perché non sopporti ciò che stai diventando o non sopporti il fatto che non ne sono capace.
Forse tutte e due sono ragioni plausibili.
Che non sarò mai lei, che non potrò mai darti sicurezza.
E cerchi di proteggermi non per istinto materno, ma perché mi ritieni inferiore e assolutamente incapace.
Lo noto. Tutte le volte che faccio qualcosa per te. Sento le tue mani tremolanti, la voce acuta e biascicata e ogni volta vorrei piangere, vorrei odiarti, perché sento scariche elettriche colme di insoddisfazione colpirmi il petto.
Spero un giorno di riuscire a scorgerti ancora, dietro il peso di questa malattia che ti sta divorando, che ti trasforma in qualcosa che non riesco a riconoscere.
Spero un giorno, di riuscire ad accquietarla come sa fare lei.