Al mare, sui sassetti, un po’ nuvoloso, una signora di circa sessant’anni urla con un forte accento russo che suo marito è un grandissimo malessere (testuale) all’amica, che è letteralmente a cinque metri di distanza. È arrivata l’estate.
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Al mare, sui sassetti, un po’ nuvoloso, una signora di circa sessant’anni urla con un forte accento russo che suo marito è un grandissimo malessere (testuale) all’amica, che è letteralmente a cinque metri di distanza. È arrivata l’estate.

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Durante uno degli ultimi cammini fatti con i miei amici per Pasqua, fermati per una pausa in un paesino in provincia di Modena, abbiamo avuto modo di visitare un piccolo museo dedicato all'aceto balsamico, una chicchetta in termini di gusto e olfatto. Ad accoglierci c'era una ragazza giovanissima e sorridentissima, che ci ha accompagnati per le varie sale. Per produrre un aceto balsamico che possa considerarsi vagamente "adulto" ci vogliono circa 25 anni. L'aceto viene custodito in batterie di botti di vario materiale che in tempi non moderni erano considerate così pregiate da essere addirittura regalo di nozze di inestimabile valore, trasmesso di generazione in generazione.
Vedendo la ragazza così appassionata al racconto (che è stato molto più interessante e ricco di così), finita la visita mi sono permessa di chiederle in che modo si fosse avvicinata a questo specifico interesse, così quantomeno peculiare.
"Ho seguito un mio maestro per un corso di volontariato e non me ne sono più andata. Cosa mi piace di tutto questo? In questi tempi contemporanei, noi non sappiamo più aspettare. Qui per fare un aceto ci vogliono 25 anni. 25 anni di massima cura e perché no, anche fortuna, perché condizioni atmosferiche particolari o anche solo piccoli errori possono condizionare il risultato finale fino a renderlo nullo. Ma nonostante questo qui si aspetta, sempre con la massima devozione e pazienza. Ed è bello poter pensare a qualcosa che rallenta e che nel frattempo è anche unico. Così come nessun aceto sarà mai uguale a un altro. Ah, se solo potessi avere anche io una mia batteria da usare come corredo!"
Ha riso, ci ha timbrato le nostre credenziali e ci ha augurato buon viaggio, e io ho deciso in quel momento di voler imparare di nuovo ad aspettare.
La gente compra casa, sforna nanetti, convoglia a nozze. Io bestemmio una mattina su tre (non figure religiose, figure religiose mai), letteralmente impazzisco dietro psicodrammi adolescenziali, prendo scelte improbabili e quasi sempre le peggiori, quando sono in crisi riempio il mio zaino scassato di 30L e faccio lunghissimi cammini e/o viaggi improbabili e 3/4 volte mi chiedo cos’ho che non va. Però poi vedo il sole (letteralmente), mi sciolgo dentro, torno bambina, mi emoziono tanto. Mi faccio tenerezza, sono una persona goffa e buffissima in gran parte delle circostanze. Ma sono buona. Me lo dico tutti i giorni della mia vita, in questo marasma di incertezze e marciume: “Sono una persona buona”. E per quanto possa sembrare banale questo mi aiuta, mi culla, mi stringe forte e tanto spesso mi dice: “Cri, hai un cuore enorme. Va bene così”.
Talvolta sono dilaniata dalla solitudine. Che bella parola, talvolta.

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Vorrei avere la coerenza dei miei 17 anni, quando una me giovanissima e fermissima sulle sue convinzioni non passava su niente e su nessuno, seppur soffrendo tantissimo, in un periodo di massima fragilità emotiva. Ora di anni ne ho quasi 12 in più, soffro la metà, sono emotiva in egual misura, ma talvolta mi perdo in un marasma di nulla unito al niente, permettendo a cose superflue di piegarmi, di ragionare poco e male, di non avere più certezze se non quella di dovermene creare almeno una nuova, che sia tutta mia e mi rispecchi come allora.
Oggi al corso di teatro, che penso intensamente da qui a due mesi di abbandonare, abbiamo fatto un esercizio bellissimo che mi ha depurata dalle tossine interiori della mia settimana sbattuta. Ho ballato come se nessuno avesse potuto vedermi, non ho commentato nulla e mi sono sentita dentro il mio corpo come solo di recente sto imparando a fare.
“Cri, oggi ti ho vista proprio bene”, mi ha detto senza sapere nulla la mia insegnante.
“Perché sono stata bene”.
“E tra noi pubblico si è percepito tantissimo”.
E direi che va bene. Va bene così.
“Dove minchia ho messo i miei orecchini, ho perso anche questi, non ne posso piuuuuù, erano i miei preferitiii sono una minchiaaa!”.
Io per una settimana come la pazza ripetendomi questa cosa e poi, guarda un po’? Non li ho ritrovati oggi serrati nella tasca della mia super confort felpa di pile che mi accompagna da 5 anni quando sono in casa? Segno della vita -anche se non so ben dire di cosa- o del fatto che dovrei smetterla di uscire con i millennial?
Eilo, a rieccoce my friends, in questa landa di vita mezza scatafasciata dove ora la luce resiste fino alle cinque e comincia a fermentare la morte nel cuore!
Oggi ho corso finalmente la 10km. 6min al km, io che a stento ho camminato per più di 300m a una velocità superiore alla decina, eravamo io e i miei amici a tagliare il traguardo come se avessimo appena finito le Olimpiadi ed è stata una sensazione stranissima e bellissima, quando per due ore c’era in circolo l’adrenalina e la consapevolezza di avercela fatta, un mese di ritmi e sacrifici cadenzati dalla forza di volontà che ci hanno portato dove non avremmo pensato mai.
Brava Cristina, sei stata proprio brava.
Nei miei alti e decisamente bassi di vita ci sono giornate totalmente a cazzo bellissime, ma davvero davvero bellissime (ho già detto bellissime?). Tipo quella di ieri, in cui mi chiama un mio amico chiedendomi se sono interessata a un appartamento (non sto qui a elencarne le specifiche) e io siccome non ho nulla da fare e da perdere rispondo subito di sì, per poi accorgermi che l’appartamento è tutto da rifare e non ha neanche la cucina, e quindi mando un messaggio a una mia collega ridendone “Forse il proprietario si aspetta che io faccia un falò 🤣”. E poi boh, senza nessunissima aspettativa lo vedo e me ne innamoro, totalmente nel mondo dei sogni, entusiasta senza nessuna assolutissima ragione, strapiena di tutto (dopo tanto tempo in positivo!) e ho pensato tutto il giorno che niente, sta a vedè che il falò lo faccio per davvero e dormo sotto i calcinacci e riesco in quest’impresa titanica di realizzare un piccolo angolo a mia immagine e somiglianza con lacrime e sudore magari anche pentendomene poi, però bellissima oh, bellissima.

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Questi genitori che ci fanno sempre incazzare, che ci tengono in vita, che sono l’argomento principale delle nostre terapie, dei nostri traumi, delle nostre fisime, del nostro attaccamento, o almeno nell’immaginario comune io penso sia così, che però poi se ne vanno fisicamente e lasciano un vuoto incolmabile, giuro, un terreno che collassa (perché siamo noi che collassiamo sotto la loro esistenza). E quindi in questi due giorni io sono stata una merda, e nell’essere stata una merda è successo anche che circa un’ora fa mi è stato comunicato che è morto il papà di un mio amico (?), mentre la madre di una mia amica (amica che ha partorito da un mese) ha metastasi in tutto il corpo, e dall’altra parte sento dal balcone padri per strada che incitano i bimbi a correre per raggiungere la macchina urlando: “apriti, sesamo!” o li vedo alle manifestazioni che portano in spalla i figli seguendo il corteo ProPal senza nessuna preoccupazione, ma con tanta voglia di trasmettere ciò che è giusto e intoccabile, quale sacralità umana. E io non lo so, non so mai niente, descrivo sempre la mia vita come se fosse il peggiore dei videogiochi anni 2000 ma da intrattenimento, però in questi giorni alla famiglia ci ho pensato tanto. Ma tanto, tanto, tanto. E alla trasmissione di cose, di valori, di tradizioni e sfumature diverse e uniche come sole cose che contano davvero, all’osso. Davvero tanto.
Mentre eravamo in Thailandia io e la mia amica ci siamo iscritte alla 10km nella nostra città-base. Assurdo, fuori di testa, sicuramente non per lei ma per me sì, che fino allo scorso anno a stento riuscivo a correre 200m di fila senza farmi venire un infarto. Abbiamo cominciato a correre appena dopo il nostro rientro e lo abbiamo fatto ininterrottamente per venti giorni. Oggi ho corso per la prima volta 5km di fila e ho pianto. Manca meno di un mese all’evento vero e proprio e probabilmente a quel risultato lì non ci arriverò mai, è un carico fisicamente troppo importante per una persona come me che ha cominciato da poco e non aveva mai raggiunto questi risultati in 28 anni di vita. Però che cazzo, io ce l’ho fatta già. Già mi sono messa in discussione, già ho raggiunto un bell’obiettivo personale, già ho dimostrato a me stessa (e me stessa soltanto) che, come si dice canonicamente, “se vuoi, puoi”. Per immortalare questo momento di grande successo ho fatto una foto che oggi ho guardato intensamente e a lungo. Sembro un animale affaticato e morente, con rughe di espressione che 2 anni fa mi sognavo solo lontanamente, ma cazzo, ma che minchia me ne frega. Ti rendi conto, Cristina adolescente, cosa sei riuscita a fare? Mi rendo conto, Cristina giovane adulta, che tutti i tuoi limiti sei tu. E ringraziando tutte le cose belle del mondo, per questo puoi superarli.
E dai, dai, die.
Dopo diversi secoli e dopo essere tornata da un viaggio di circa tre settimane in Thailandia, decido di andare dal parrucchiere e di tagliare letteralmente tutto il tagliabile. Il titolare del posto, un uomo sulla cinquantina ma che sembra abbastanza vissuto, mi accoglie di buon grado, facciamo una consulenza arrangiata di circa 20 minuti, prende le forbici, toglie il superfluo, io lo ringrazio perché il taglio mi piace molto, e lui mi risponde dicendo: "Grazie a te, è stato un piacere giocare con i tuoi capelli!".
(E poi è venuto a piovere ma vabbé, questo è un dettaglio)
10 ore di pullman + 12 di treno + 5 di battello, ma vuoi mettere? Fisime&piantini (felici e non)
Ferragosto 2025 nella stazione dei treni di Bangkok aspettando una corsa notturna di circa 14 ore mangiando cibo thailandese improvvisato: l’avresti detto mai? 🥢

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Ammetto che questa settimana non ho fatto esattamente un cazzo.
Nell’ultima settimana, in ordine sparso:
A. Una sera chiedo un accendino a una coppia di sloveni in visita per due giorni nella mia città. Cominciano conversazioni infinite, beviamo come non mai, ridiamo (io del mio stesso inglese e loro di me che rido di me), gli consiglio posti dove andare a mangiare il giorno dopo, loro che mi riscrivono, noi che ci rivediamo e stiamo per 24h insieme, io e la mia nuova amica che piangiamo ubriachissime perché sarà probabilmente l’ultima volta che ci vedremo, prima e dopo la loro partenza.
B. Ritrovo la bicicletta (ricordate quella rubata?) sotto casa di un mio amico. Assurdo ma vero.
C. Nasce la figlia di coppia di amici che venero, questi due giovani adulti che si amano come non mai e che mi fanno ancora sperare nell’umanità, lui che si presenta quasi subito dopo il parto con un etto di prosciutto crudo in sala d’attesa: “Sara lo ama, sarà felicissima, non lo mangia da nove mesi!”
D. Piango per un giorno interno, il giorno dopo mi ritrovo immersa in un abbraccio di dieci persone, sempre senza nessun apparente motivo.
“La vita è un buco che si infila in un altro buco, e stranamente lo riempie”. Etc. Etc.