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Made in USA - Una fabbrica in Ohio (American Factory) è un film documentario del 2019 diretto da Steven Bognar e Julia Reichert.
Nel 2014 l'azienda cinese Fuyao acquisisce una ex fabbrica della General Motors a Moraine, nell'Ohio, con l'intenzione di farne un importante centro di produzione di vetri per automobili. La notizia inizialmente suscita l'entusiasmo delle centinaia di operai del posto, che ancora soffrono le conseguenze della grande recessione, ma l'incontro coi loro nuovi colleghi e datori di lavoro assume giorno dopo giorno sempre più le dimensioni di uno scontro di civiltà sulle diverse concezioni dei diritti dei lavoratori.
Assumendo molti operai locali rimasti disoccupati, ma anche portando nel nuovo stabilimento un certo numero di cinesi, perché facciano loro da guida e da acceleratori della "fusione" delle due culture. Gli entusiasmi dell'inizio lasceranno il posto a incomprensioni e conflitti ma anche ad un avvicinamento cauto, per entrambi i gruppi, ad una cultura agli antipodi rispetto a quella di provenienza. Da una parte una classe media di tute blu, che fino alla crisi economica ha potuto condurre un'esistenza agiata pur non essendo istruita. Un benessere dato per scontato e del tutto sconosciuto, d'altra parte, ai loro omologhi cinesi, motivati da un'etica del lavoro vicina all'obbedienza militare e che non conosce rivendicazione sindacale.
Ma oltre al duro scontro tra due mentalità lontanissime, oltre agli effetti della "globalizzazione inversa", in questo caso l'arrivo in Occidente del neocapitalismo alla cinese , si profila per tutti il venir meno, di pari passo con l'instabilità economica, di un'identità definita.
Questo documentario dà uguale spazio, in un difficile equilibrio tra diffidenza e comprensione reciproche, a due gruppi ugualmente schiacciati da un modello di sfruttamento del lavoro.
HOME
no one leaves home unless home is the mouth of a shark you only run for the border when you see the whole city running as well
your neighbors running faster than you breath bloody in their throats the boy you went to school with who kissed you dizzy behind the old tin factory is holding a gun bigger than his body you only leave home when home won’t let you stay.
no one leaves home unless home chases you fire under feet hot blood in your belly it’s not something you ever thought of doing until the blade burnt threats into your neck and even then you carried the anthem under your breath only tearing up your passport in an airport toilets sobbing as each mouthful of paper made it clear that you wouldn’t be going back.
you have to understand, that no one puts their children in a boat unless the water is safer than the land no one burns their palms under trains beneath carriages no one spends days and nights in the stomach of a truck feeding on newspaper unless the miles travelled means something more than journey. no one crawls under fences no one wants to be beaten pitied
no one chooses refugee camps or strip searches where your body is left aching or prison, because prison is safer than a city of fire and one prison guard in the night is better than a truckload of men who look like your father no one could take it no one could stomach it no one skin would be tough enough
the go home blacks refugees dirty immigrants asylum seekers sucking our country dry niggers with their hands out they smell strange savage messed up their country and now they want to mess ours up how do the words the dirty looks roll off your backs maybe because the blow is softer than a limb torn off
or the words are more tender than fourteen men between your legs or the insults are easier to swallow than rubble than bone than your child body in pieces. i want to go home, but home is the mouth of a shark home is the barrel of the gun and no one would leave home unless home chased you to the shore unless home told you to quicken your legs leave your clothes behind crawl through the desert wade through the oceans drown save be hunger beg forget pride your survival is more important
no one leaves home until home is a sweaty voice in your ear saying- leave, run away from me now i dont know what i’ve become but i know that anywhere is safer than here
Plague Inc è un gioco per smartphone il cui obiettivo è quello di distruggere l'intera popolazione mondiale con un'epidemia prima che venga trovata una cura. Il gioco permette di scegliere all'inizio di ogni partita il tipo di agente patogeno (batterio, virus, fungo o altro), il nome della malattia ed il paese da cui partire con l'infezione. Dopodiché, spendendo i punti DNA accumulati nel corso della partita (attraverso una diffusione rapida della patologia oppure scoppiando le bolle "mutazione genetica" e le bolle "nuovo Stato infettato) sarà possibile "migliorare" il patogeno, conferendogli tutta una serie di caratteristiche come nuovi mezzi di diffusione (per via aerea, attraverso gli insetti, etc.), la farmacoresistenza (per facilitare la diffusione nei paesi più sviluppati) o il riarrangiamento genetico (per rallentare la ricerca scientifica), e nuovi sintomi sempre più gravi alla patologia, rendendola sempre più letale.
“Non dobbiamo mai smettere di esplorare e alla fine delle nostre esplorazioni arriveremo là dove siamo partiti e conosceremo quel luogo per la prima volta.”
Thomas Stearns Eliot
E’ con questa frase che vorrei concludere il mio percorso, perché a parer mio esprime al meglio il contributo della geografia allo studio e alla comprensione dell’antropocene e del mondo, in un discorso che affronta le tematiche più disparate, avvalendosi di strumenti e termini in continua evoluzione, in un viaggio che tocca e si muove su scale differenti. Tutto ciò attraverso la capacità di comprendere la frammentazione del cambiamento globale in mosaici regionali, riconoscendo così l’importanza dei sistemi territoriali e dei singoli luoghi. E’ perciò necessario esplorare e studiare ogni elemento nella propria scala locale per poter conoscere e comprendere al meglio la sua portata a scala globale.

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https://storymaps.arcgis.com/stories/7da29cb12e6f425ca1b54c1c0b5a1b3a
CORONAVIRUS - il tema della PANDEMIA nel discorso antropocenico
La città cinese di Wuhan oggigiorno si trova al centro delle chiacchiere dei media, proprio perché ritenuta il focolaio del Coronavirus, che sta spaventando la Cina e anche il resto del mondo.
Si tratta di un tema che interessa la geografia medica (ora chiamata come geografia della salute); fiore di ricerca della geografia, nata ancor prima dell’800, che studia la diffusione delle malattie e spesso utilizzata come campo di analisi di indicatori socio-ambientali.
Talvolta i geografi medici lavorano insieme ai medici stessi perché, uno dei campi di applicazione di questo filone di ricerca è anche quello dell’organizzazione delle strutture sanitarie, quindi decide dove localizzarle e determina il modo più rispettoso verso le esigenze del territorio per agire.
Si cerca di scovare il vettore della malattia, ma ad oggi ne sappiamo pochissimo, a parte il fatto che sia passata dagli animali all’uomo e che si diffonde molto velocemente. Tutte queste mutazioni e il passaggio dei batteri da animali a uomini viene spesso imputato ai sistemi attuali di allevamento intensivo di bestiame, in particolare suini e polli, molto pericolosi da un punto di vista igienico a causa delle condizioni degli animali.
Il tema della pandemia, discusso da molti anni perché uno dei rischi sistemici più grandi che abbiamo sulla Terra, che si collega alla globalizzazione, ovvero al tempo di diffusione della malattia sul pianeta, e che perciò ha una componente di diffusione sulla prossimità.
L’umanità non è la prima volta che si ritrova ad affrontare pestilenze a livello globale (peste nera), ma oggi la nostra reazione è cambiata perché possediamo tempi di capacità di comprensione di una patologia e di creazione di terapie molto emancipate rispetto a secoli fa. Ma allo stesso tempo, proprio a causa della globalizzazione, il tempo di espansione di un virus è ridotto a tal punto che potrebbe fare il giro del mondo nell’arco di poche settimane.
La diffusione del Coronavirus per adesso è contenuta, ma la cosa che preoccupa è la velocità del contagio che blocca non solo le società, bensì anche l’economia e la politica di tutti gli stati aventi a che fare con il paese colpito; inoltre anche da un punto di vista umano abbiamo dei problemi, a causa dell’allarmismo dovuto dalla psicosi da infezione ma quali saranno le conseguenze è ancora da vedere. Se crolla l’economia Cinese crolla anche tutta l’economia mondiale portando alla povertà molte persone e anche molte morti, causate non direttamente dall’infezione della malattia.
Qualche anno fa si è presentato un problema simile: la diffusione della SARS, che ha avuto un’evoluzione poco contenuta nonostante la rapidità di trasmissione e che, nonostante gli allarmismi, di colpo è sparita. Proprio perché la trasmissione viene alimentata dagli scambi e dalle relazioni intercontinentali tra le città sviluppate maggiormente, un virus come la SARS o il Coronavirus contagerà le aree più ricche; in Africa non tenderà a circolare proprio perché le relazioni con essa sono nettamente minori.
Una ripresa nel 2013/2014 della Poliomielite che è una malattia che ogni tanto si da per estinta ma non lo è completamente, tra Nigeria, che è un paese dove la Poliomielite è considerata endemica cioè non è mai stata radicata completamente, alcuni paesi vicini e poi anche Afghanistan e Pakistan. Questa mappa ci mostra di nuovo la diffusione di un agente patogeno e nel mostrarci questa diffusione ci mostra uno scenario possibile di connessione con paesi che hanno con la Nigeria una connessione legata a legami di tipo religioso, metà della Nigeria è Islamica metà è Cristiana. Questo corrisponde anche ad una maggiore concentrazione del problema nel nord della Nigeria, perché lì si concentra la maggioranza Islamica del paese.
TEORIA DELLE RETI MIGRANTI
“La situazione di un uomo immigrato da poco sarebbe qui di totale disorientamento se egli non trovasse alcuni punti fermi di identità rispetto alla propria vita passata, e li trova proprio tra coloro che appartengono al suo gruppo o alla sua nazionalità e che lo hanno preceduto. Quasi sempre arriva presso amici; spesso sono stati loro a mandargli il biglietto della nave, e sono loro a ospitarlo finché non trova un lavoro e non restituisce il costo del biglietto” (Thomas, 1921).
Questa è una descrizione dell'immigrazione di un secolo fa, che nonostante ciò resta una descrizione molto attuale proprio perché una serie di ricercatori hanno studiato le migrazioni recentemente notando quanto le reti migratorie siano più importanti dei flussi migratori.
Entra dunque in gioco il fattore sociale, ovvero il fatto che il migrante ha bisogno di un appoggio economico, concreto. Oppure necessita di una mediazione per entrare all'interno della società in cui va a cercare fortuna. Questa migrazione è in genere possibile tra due tipologie di soggetti con cui è in relazione: mediazione o tramite famigliari-amici, o tramite la cultura, l’etnia, e l’ambiente di lavoro.
Legame forte: legame famigliare. Legame debole: legame culturale, etnico, lavorativo. Centralità degli aspetti relazionali della vita sociale: radicamento storico e i legami basati su reti culturali, economiche, politiche e sociali tra il paese d’origine e quello di destinazione.
L’importanza dei legami deboli nelle reti sociali
Grieco e Wegener, due studiosi molto influenti che sostengono che l’uso dei legami deboli dipende dallo status del soggetto.
Granovetter: la ricerca di lavoro da parte delle persone di ceto più basso passa prevalentemente da legami forti→informazioni ridondanti e riduzione della mobilità sociale.
Maggiore efficacia dei legami deboli nella ricerca di un posto di lavoro:
• veicolano informazioni maggiori e diversificate;
• possibilità di trovare lavoro diverso da quello dei propri famigliari, aumenta il proprio status sociale.
Elizasbeth Grieco: “Le motivazioni sottostanti all’emigrazione sono riconducibili alla struttura di opportunità che si presenta al migrante. Tali opportunità hanno una base relazionale: la decisione di partire è influenzata dai flussi informativi alimentati da chi ha compiuto tale scelta in precedenza, mentre i comportamenti dei migranti nel Paese di accoglienza, ma anche la percezione della propria eticità, sono collegati al network in cui è il migrante si inserisce una volta arrivato a destinazione” (1998).
“Economie” illegali legate ai movimenti migratori
Contrabbando
traffico di esseri umani (smuggling “importazione di migranti”) ha luogo quando qualcuno viene trasportato illegalmente (a piedi, con camion, ecc) attraverso le frontiere internazionali.
compenso pagato direttamente dal migrante al trafficante
è un’operazione ai fini di lucro
Le migrazioni hanno effetti sia sui Paesi di partenza, che su quelli di arrivo. Sui luoghi di partenza, gli effetti negativi sono la perdita di forza lavoro giovanile (fuga di cervelli) e dunque perdita di capacità di innovazione del Paese. In questo caso il migrante deve avere alte capacità di progettazione del proprio viaggio e deve organizzarsi per riuscire a trovare un posto di lavoro nel Paese di arrivo. Vi è anche una perdita di investimento del Paese, in quanto esso investe nell’istruzione di una persona che poi attraverso la propria forza lavoro contribuisce alla società, ma questo contributo viene a mancare nel momento in cui il soggetto sceglie di migrare verso un altro luogo. Gli aspetti positivi sono : la migrazione vista come valvola di sfogo dell'eccesso di popolazione, il fatto che il migrante trovato lavoro in un altro Paese scelga di utilizzare i propri guadagni investendo nel paese di partenza, con la speranza di tornare un giorno (si compra una casa ad esempio). Oppure un altro tipo di entrata economica del paese di partenza che guadagna da i migranti è quando questi inviano denaro alla famiglia rimasta nel proprio luogo d'origine.

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COSA SONO LE MIGRAZIONI?
Perché le persone migrano? Cosa li spinge? In questa tabella è riportato lo schema tradizionale secondo il quale i si analizzano questi fenomeni: teorie “push and pull”, ovvero analisi dei fattori di attrazione (quello che spinge ad andare in un posto) e fattori di espulsione (quello che spinge a partire).
Per quanto riguarda i primi due fattori di attrazione, essi si rifanno spesso a un progetto migratorio basato sul ricongiungimento familiare; ovvero partire verso un altro Paese per poi farsi raggiungere dal resto della famiglia il prima possibile, in modo tale da garantire loro un futuro migliore. Si pensa soprattutto al futuro per i propri figli, tenendo conto che nel Paese di origine servizi quali l'istruzione e l'assenza di vaccini possano essere trovati in un luogo diverso nel quale i servizi primari ed anche una forma di previdenza sociale sono garantiti.
Le migrazioni possono essere indotte da catastrofi ambientali che eliminano la possibilità di poter vivere in un determinato luogo; ad esempio la desertificazione nell'Africa sub-sahariana oppure un terremoto. Anche in Italia abbiamo aree che sono state colpiti da forti sismi e le varie infrastrutture non sono state ricostruite adeguatamente (come è successo nell'Aquila), questo dunque porta allo spopolamento di tali zone.
Insicurezza politica e sociale → ad esempio in zone come Le Favelas a Rio de Janeiro, dove si rischia di morire ogni qualvolta si esce dalla propria abitazione, quindi ci si sposta verso Paesi più sicuri. Conflitti→ Stati colpiti da guerre o attraversato da guerre civili quali cittadini fuggono verso luoghi pacifici. Persecuzioni di natura personale (per motivi politici) o di natura etnica. Presenza di riferimenti sociali e culturali vicini ai propri riferimenti che si hanno nel Paese di origine; andare in un luogo dove si parli la stessa lingua del migrante, si professi la stessa religione anche solo siano presenti dei compaesani che vengono presi di riferimento.
L'Italia è stata meta molto scelta dalla comunità romena sia per fattori religiosi e linguistici. La Germania è, per fattori storici, la meta più scelta di migrazione da parte della popolazione turca.
Migrazione economica:
• qualificata
• poco qualificata
Altro criterio di distinzione è il reddito:
• Migranti ad alto reddito: chi migra per inseguire e sa che avrà maggiori possibilità di retribuzione
• Migranti a basso reddito: di solito fa anche parte della migrazione poco qualificata, ha meno carte da spendere sul mercato del lavoro. Il lavoratore poco qualificato può fare di tutto ma purché non serva una qualifica.
Un migrante è fondamentale per l’economia di un paese. Apparentemente ci sono più posti per il basso reddito ma ci sono meno protezioni, poca retribuzione, alta competizione. Dal punto di vista economico la migrazione quindi è una necessità, un paese ha bisogno dei migranti, soprattutto nei paesi dove c’è sviluppo economico ma calo nascite, e quindi richiedono manodopera che altrimenti non sarebbe presente. (E’ il caso dei braccianti).
QUESTIONE DEL DIRITTO
• migranti regolari: hanno un permesso di soggiorno, presenza normata e riconosciuta dalla legge • migranti irregolari: chi emigra e non è tutelato dalla legge
Essere fuori dal diritto causa molti problemi anche per i diritti di base, perché c‘è sempre rischio di rimpatrio forzato.
• migrazioni forzate: intesa come quelle in cui qualcuno parte pur non volendo partire perché qualcuno o qualcosa li obbliga (Profughi, richiedenti asilo, rifugiati) • migrazioni volontarie: di solito migrazione economica, si parte per avere maggiore ricchezza, fortuna
Quest’ultima distinzione è al centro di una discussione, in quanto i motivi che spingono le persone ad emigrare sono un insieme di questi due fattori: volontari e forzati.
Fattori che stanno dietro i processi migratori:
- Povertà - Disoccupazione - Salari bassi - Malattie - Denutrizione - Crisi ambientali - Conflitti - Motivi di studio o lavoro
RIFUGIATI
La Convenzione di Ginevra del 1951 dichiara che un rifugiato è colui che “avendo il fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può, o a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno”
Questo status dà diritto a delle tutele nel paese ospitante.
Profugo ҂ rifugiato: chi è profugo spera di diventare rifugiato, la sola condizione di profugo non è tutelata allo stesso modo.
MIGRANTI
La definizione di migrante è una convenzione che può avere valore in certi contesti, soprattutto in ambito legislativo, quando distinguere tra profugo o rifugiato, ad esempio, è fondamentale. Ma la migrazione è molto più flessibile di qualsiasi definizione. Lo status del migrante è qualcosa in continuo cambiamento e coinvolge territori geografici multipli. Il migrante attraversa più paesi quando si sposta.
CATEGORIE DI FLUSSI MIGRATORI
•migrazioni interne: chi migra all’interno di uno stesso paese; •migrazioni esterne o internazionali: tra diversi Stati.
Questo è importante dal punto di vista politico perché chi migra all’interno del suo paese non cambia la sua nazionalità; chi invece cambia paese, modifica il suo status e spesso non acquisisce la nazionalità del paese in cui arriva, è un processo lungo con regole che variano da paese a paese. Ci sono vari livelli: di accesso, di riconoscimento di status e infine di possibile acquisizione di una cittadinanza. Il migrante internazionale ha inizialmente la cittadinanza del suo paese d’origine. Alcuni paesi impongono restrizioni in base al luogo di partenza, quindi l’idea della cittadinanza ha varie implicazioni. In UE c’è la libera circolazione delle persone e dei lavoratori, le cose cambiano quando si va in paesi extra-comunitari.
• migrazioni circolari (includono il ritorno a casa: A → B → A) • migrazioni temporanee (ci si sposta in un altro territorio per un max di 3 mesi) • migrazioni permanenti (non includono il ritorno a casa: A → B)
Secondo la definizione dell’ONU, il migrante è colui che si sposta in un paese diverso da quello di residenza abituale per un periodo di almeno un anno.
Lo status di migrante è in continuo cambiamento e coinvolge traiettorie geografiche multiple, difatti ad un certo livello è bene non dare troppa importanza alle classificazioni, preferendo invece una condizione fluida del migrante.
Anche gli animali e le piante migrano, seppur con tempistiche diverse, al fine di trovare l’habitat ideale. Le piante migrano anche grazie all’azione umana e gli animali, ad esempio certi semi sono trasportati da alcuni uccelli migratori. Questo è molto interessante perché mostra come specie viventi diverse hanno un meccanismo di collaborazione adattativa.
A questo si aggiunge oggi molto più che in passato l’azione dell’uomo. La migrazione di viventi più rapida della storia dell’umanità è avvenuta in conseguenza della scoperta dell’America. Evento che ha profondamente modificato sia la cultura europea sia la cultura americana, con i conseguenti cambiamenti del panorama animale e vegetale in entrambe le aree (basti pensare ai passaggi di batteri che hanno decimato le popolazioni autoctone).
Siamo molto più attenti a ciò che è accaduto nel passato, invece a ciò che potrebbe accadere nel futuro. Concetto di bene culturale: si pensa a qualcosa che sta nel passato, che sia un lascito di qualcosa/qualcuno, simbolo e/o patrimonio che ci arriva dal passato e che va conservato.
Nel tempo umano bastano 50-100 anni perché una cosa esotica diventi tipica e tradizionale: il kiwi largamente coltivato nelle vicinanze di Saluzzo e proveniente dall’ Australia, oggi è un frutto tipico. Altro esempio è l’arancia, prodotto che rappresenta la punta di diamante per l’agricoltura sicula, che arriva invece dal Brasile.
Vedere le cose nella loro dimensione spaziale e temporale è importante per capirle, per relativizzarle e smontare alcuni meccanismi per cui oggi le trasformiamo, le rendiamo oggettive; mentre in realtà sono qualcosa di flessibile e destinato a cambiare.
Stranamente siamo molto più attenti, come cultura occidentale, a ciò che è accaduto nel passato rispetto a quello che il futuro ha in serbo. Si tende a considerare il passato come “bene culturale”, concetto che fa pensare a qualcosa che sta nel passato, un simbolo, un patrimonio. Mentre non esiste un simile concetto per il futuro, al quale solitamente ci riferiamo in quanto futuro a breve termine e solitamente in chiave tecnologica o disastrosa.

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La perdita della biodiversità : non esistono più le piante originarie, ma varietà risultato dalla domesticazione dell’uomo.
Meno del 5% della popolazione si occupa di agricoltura, grazie a petrolio, carbone -combustili fossili (con la nascita dell’industrializzazione globale ancora in atto), mentre un tempo occupava il 95% della popolazione.
L’alimentazione cambia il senso del luogo ed è segno delle sue relazioni geografiche.
Esempi educativi e didattici:
Il mais viene domesticato in Centro America e introdotto in Europa solo nel 1500. Tanto che all’inizio viene chiamato “grano turco” (turco come sinonimo di straniero). La polenta, prima che un piatto tipico è stata un piatto esotico, quello che oggi chiameremmo un piatto etnico.
Anche il pomodoro è domesticato in Centro America e viene diffuso in Europa dagli spagnoli, ma come pianta ornamentale. Nel Sud Italia inizia a diffondersi nel Settecento. Negli anni ‘50 del Novecento, a Torino, la pastasciutta al pomodoro è ancora un piatto etnico. I piemontesi mangiano minestrone.
Il doner kebab viene inventato a Berlino da un immigrato turco nel 1972. Molti pensano sia arabo, invece è turco-tedesco.
Il vento fa il suo giro, girato in valle Maria, è un film del regista Giorgio Diritti che racconta la storia di un ex professore francese che vuole spostarsi in montagna, ma viene boicottato dagli autoctoni.