Per la prima volta sono andato in uno stadio. Non era, come potreste immaginare, gremito di persone che urlavano qualsivoglia ingiuria nei confronti dell’arbitro. Era un luogo silenzioso, isolato, intimo.
Era chiuso al pubblico.
Affacciato dagli enormi spalti, dall’orlo del burrone, col pathos della distanza, osservavo il manto erboso. Mi chiamava, risvegliando in me lo spirito da atleta sopito ormai da anni. Era una calamita, un magnete che contro ogni volontà mi trascinava giù, sempre più giù. Una volta arrivato al centro del campo mi sono sentito piccolo, perso, come se fossi nel deserto. Lo stadio ha la qualità di far sentire chiunque isolato e contemporaneamente parte integrante di un gruppo. Lo stadio è solo il luogo dove si svolge l’attività di aggregazione. Prendiamo ad esempio il calcio: undici persone sole che giocano in gruppo. In quel momento sfoghi tutta la rabbia, la gelosia, godi della felicità. Ma una volta finita la partita, ecco che tutti corrono negli spogliatoi a farsi la doccia, a chiacchierare nel bagno con l’accappatoio aperto, nudi. Senza vergogna mostrano le loro nudità mentre s’interrogano su chi possa esser stato il migliore in campo, il peggiore o chi abbia fatto il gol più bello. L’accappatoio rimane sempre aperto, disteso lungo il corpo, come un corpo morto, come un’appendice inutile. Eppure tutti fanno così.
No to racism: lo sport ci rende tutti uguali, tutti uomini, tutti nudi. Tutti, ma nessuno.