4 Dicembre 2019.
Stamattina mi hanno dato il compito di pensare fuori dai miei soliti schemi mentali (e quindi prevedere le mie risposte ovvie ad un dato accadimento) e di annotarmi in che cosa sono brava.
Personalmente è una cosa che odio fare. Non mi piace parlare di me in questi termini, non amo dire di essere brava in qualcosa, preferisco che siano gli altri a porci l’attenzione.
Mi ricordo l'unica volta in cui, sotto costrizione di una professoressa delle superiori, dissi in che cosa mi ritenevo brava. Si, dai, lo sapete, quei giochini del cavolo di "selfà-help" se così possiamo definirli, tutti una volta nella vita ne abbiamo fatto uno. Beh, io dissi una cosa. Ne andavo fiera, era un'attività che amavo molto, nella quale mettevo tutta me stessa e anche se non fossi proprio il top, mi ritenevo "sufficientemente brava".
Dopo averlo detto, per un attimo mi sono detta "Si cazzo, dai, sono brava in questo!"
Ma quello che ricevetti in cambio dai compagni furono occhiate al cielo, sorrisi e risatine di scherno.
Non mi sentii capita, compresa.
Agli occhi altrui potrebbe essere (anzi, lo è sicuramente) una cavolata, una leggerezza.
Beh, per una persona (iper)sensibile che coglie anche il gesto più sottile e impercettibile per un non iper, beh, fa male.
Da quel giorno ho deciso che nessuno si sarebbe più permesso di ferirmi così facilmente e in modo cosi intenso. Così ho costruito una maschera, una persona diversa da quello che ero e pian piano, mi sono accorta che quella maschera che avevo creato andava bene. Non mi esponeva troppo con i miei sentimenti e riuscivo a non sentire più niente che potesse farmi male, perchè quella non ero io.
E soprattutto, cosa ben più importante della maschera è che ho smesso di dire in che cosa sono brava.
Preferisco che siano gli altri a dirmelo.
E le molte volte che gli altri pongono l’accento sulla cosa in cui sono brava io non mi riconosco in tale bravura o descrizione.
Perché “non è mai abbastanza fatto bene per considerarmi io stessa brava in quella cosa”.
Arriva un momento nella vita in cui ti stanchi di indossare quella maschera perchè sei stanca di dire bugie. Vorresti essere autentica, ma la maschera te lo impedisce.
E hai paura che senza maschera, torneranno ad alzare gli occhi al cielo, a sghignazzare e a ridere con scherno.
E inizi a pensare che il mondo non ti accetterà per quello che sei davvero.
Perché sei solo un pezzo difettoso che non si può aggiustare.
E inizi a vedere il buio.
Mi hanno detto però che è una delle problematiche (se così possiamo chiamarle) sulle quali devo lavorare per sentirmi... bene.
Perché io non mi sento bene.
Oddio, si, ci sono delle volte in cui sto bene, ma è solo un "nascondere il tutto sotto un tappeto" - la maschera - e appena qualcosa non va secondo i miei piani, e' come se sul mio tappeto arrivasse una folata di vento e questa scoprisse una parte di quella sporcizia che ci avevo nascosto sotto.
Allora, pian piano prendi coraggio e - con vergogna, ma anche con il cuore in mano - ne parli con gli amici fedeli.
E la soluzione non è semplicistica come <<eeeh ma perché è tua madre che ti ha messo in questa situazione>> o <<è la tua testardaggine a stare in una relazione che non ti fa stare bene a ridurti così, vedrai se lasci tutto come stai meglio!>>
No, non è così.
E fatela finita di cercare, di dare delle soluzioni quando queste non sono richieste. A volte si cerca solo ascolto.
Comprensione.
L'assenza di giudizio.
Sapete, quando una persona parla con voi delle sue cose più intime, non chiede una soluzione. Io non sto chiedendo una bacchetta magica che risolva tutti i miei mali (che poi non sono tanti, anzi, ci sarebbero tante persone che farebbero a cambio con i miei problemi invece che avere i loro) chiedo solo ascolto. Chiedo di essere abbracciata, di essere circondata da calore quando tutto intorno a me è gelo e sentirmi dire: "Non so se andrà tutto bene. Lo spero. Posso solo assicurarti che non ti lascerò combattere da sola, lo faremo insieme".















