Inaspettatamente
Ho sempre creduto, forse con una certa presunzione, di poter aver il controllo, almeno su tutto ciò che mi riguarda. Ho lasciato ben poco al caso. Ho sempre cercato di prevedere ogni eventualità e di pianificare tutto nei minimi dettagli. Non ho mai voluto trovarmi impreparata alle circostanze. Ho voluto sempre anticipare gli eventi, costruire alternative, prevedere ogni possibile imprevisto. Credevo che la preparazione potesse proteggermi dall'incertezza e che avere tutto sotto controllo fosse il modo migliore per affrontare gli eventi. Poi ho capito che esistono situazioni che sfuggono a qualsiasi previsione e che, a volte, decidono di arrivare inaspettatamente, indipendentemente da quanto ci si sia preparati. Inaspettatamente un giorno ricevo una telefonata. Una di quelle che ti tolgono il fiato e le parole. La voce familiare di una persona cara dall'altra parte della linea mi parla con tono sommesso e pacato, solo poche parole. Poi pronuncia flebilmente il mio nome e, dopo un lungo silenzio, mi chiede di dire qualcosa...
Lascio cadere lo smartphone a terra e per qualche secondo, forse un minuto interminabile, rimango apatica a tutto ciò che mi circonda e a chi cerca di richiamarmi alla realtà. Sono caduta anch'io in un vuoto silenzioso.
Viene recuperato il telefono dal pavimento e stanno parlando per me. Ancora poche parole che mi arrivano ovattate. "Ho compreso, mi dispiace, ci sentiamo tra poco lascia che le parli io". La comunicazione viene interrotta.
Vengo stretta silenziosamente in un abbraccio. Nessuna parola, solo quel gesto che mi avvolge e mi trattiene. Rimango immobile tra quelle braccia, incapace di comprendere davvero cosa stia accadendo dentro di me. Anche il tempo sembra essersi fermato. I minuti scorrono eppure non li sento passare. Rimango sospesa in quell'istante che sembra dilatarsi all'infinito, mentre tutto intorno continua ad andare avanti. Come se ogni emozione fosse rimasta sospesa, troppo lontana per essere afferrata, troppo vicina per essere ignorata e troppo confusa per essere riconosciuta.
Non piango. Non parlo. Mi manca il respiro.
Ho perso tutte le parole. Quelle che vorrei dire restano ferme dentro di me, bloccate in un punto che non riesco a raggiungere, da qualche parte oltre un nodo che non riesco a sciogliere. Sento il loro peso, ma non la loro forma. I pensieri si affollano, ma nessuno riesce a trasformarsi in voce. E mentre intorno a me il tempo continua a scorrere, dentro sembra essersi fermato tutto. È come se tutto si fosse improvvisamente arrestato: i pensieri, il tempo, perfino la capacità di dare un nome a ciò che provo. Come se il mio corpo sapesse qualcosa che la mia mente non è ancora pronta a comprendere. Come se ogni emozione trattenuta occupasse spazio dentro di me, togliendo aria alle parole e fiato ai pensieri.
Resto senza fiato, ferma, mentre vengo travolta da quella sensazione di troppo grande e troppo intenso. Senza respiro, come se l’aria non riuscisse più a diventare davvero parte di me, come se si fermasse appena fuori, a un passo dal raggiungermi. Lì, sospesa, con il petto vuoto in una quiete irreale che non consola e non spiega.
Così resto in silenzio, aggrappata e trattenuta a quell'abbraccio, lasciando che siano quelle braccia a dire dove le parole non arrivano, lasciandomi sostenere da ciò che non chiede spiegazioni.
Inaspettatamente un giorno è successo quello che ho sempre temuto di più. Ricevo dall'Italia quella telefonata che non avrei mai voluto ricevere.
Ho sempre saputo, in un angolo silenzioso della mente, che prima o poi sarebbe arrivata, un giorno lontano, il più lontano possibile, quasi un mai, ma ho sempre evitato di darle spazio, di farla diventare pensiero.Mi sono sempre detta che non sarebbe stato così. Che ci sarebbe stato tempo.Tempo per l’ultimo bacio, per l’ultimo abbraccio, per l’ultimo saluto. Tempo sufficiente per prepararsi, per dire tutto ciò che si rimanda...
Invece mentre lui si spegneva io ero dall'altra parte del mondo, un oceano a dividerci. La consapevolezza arriva inesorabile e crudele nella sua semplicità: anche volendo il mio volo non sarebbe mai arrivato in tempo per sentire ancora una volta dire "ti voglio bene, bambina mia"...E resta addosso quel pensiero, immobile, definitivo, come qualcosa che non si può più cambiare né recuperare.
Hai scelto di andartene senza clamore, mentre dormivi, in silenzio, come se volessi risparmiarci dal rumore dell'addio e dal peso del dolore. Ma come mai potrò perdonarti per questo? E come potrò mai perdonarmi per non essere stata lì con te?
Mi hai voluto sempre forte. Mi hai insegnato a stare in piedi, a non cedere, a non tremare davanti alla vita. Ma quella tua bambina, quella che hai cresciuto con tanta forza, avrebbe tanto voluto un ultimo bacio sulla fronte...
Rileggo ancora la tua lettera, le parole che avrei voluto sentirmi dire da te, pronunciate con la voce, guardandoti negli occhi, e non affidate al silenzio della carta. Invece quelle lettere, una per me e una per Massi, ci sono state consegnate con freddezza da un notaio, insieme alle tue volontà. Nessuna intimità, nessun tempo sospeso: solo un passaggio formale che chiudeva ciò che dentro di me era ancora aperto.
E proprio come ti si addice, avevi già predisposto tutto da tempo. Ogni dettaglio estramamente ordinato e curato, ogni parola scelta prima, come se anche l’assenza dovesse avere una sua forma precisa, controllata, definitiva.
E io resto lì, tra quelle righe, cercando la tua voce dentro frasi che non possono più cambiare. Le tue scuse per essere stato il padre che sei stato con tutti i tuoi difetti, per non essere stato all'altezza della mamma, per le tue mancanze. Per tutte le volte in cui la tua presenza è stata più promessa che realtà, più pensata che vissuta. Per gli appuntamenti mancati, per le risposte arrivate troppo tardi o mai arrivate, per quel tempo condiviso sempre troppo breve rispetto a quello che avremmo avuto bisogno di avere. Per essere stato vicino a tratti, ma non abbastanza da colmare le distanze e le mancanze. Per avermi amata a modo tuo, anche quando quel modo non coincideva con la presenza, con la costanza, con la continuità che una figlia avrebbe voluto poter chiamare “certezza”. Per le assenze che si accumulano senza rumore, per i vuoti che non fanno scena ma restano dentro, per tutte le volte in cui ho imparato a farcela da sola anche quando avrei voluto semplicemente poter contare su di te.
Io ti avrei voluto dire quel “ti perdono” che hai aspettato tutta una vita, anche senza mai chiederlo davvero. Te lo avrei voluto dire guardandoti, con la semplicità e tutto l'amore di una figlia che sei sei stato l’Uomo più importante della mia vita. E nonostante i tantissimi sbagli, che sbagli non erano, nonostante le distanze, le incomprensioni e i silenzi, mi hai comunque amata e tantissimo. A modo tuo, da solo, con le tue fragilità e le tue contraddizioni, mi hai insegnato a diventare la donna che sono oggi. Tutto quello che sono non sarebbe stato possibile senza di te.
E forse è proprio questo che rende tutto così difficile da contenere: il fatto che dentro lo stesso legame possano convivere dolore e gratitudine, assenza e radice, perdita e origine.
Io te lo avrei voluto dire che ho compreso, solo col tempo, che non è stato facile per te crescere due bambini senza la loro mamma. Che dentro quel vuoto hai dovuto inventarti una presenza che bastasse per tutti, anche quando non bastava per te stesso. Che prima ancora di aver perso troppo presto la nostra mamma, hai lasciato andare anche il tuo amore, o forse lo hai visto scivolare via senza riuscire a trattenerlo. E da lì, in qualche modo, hai continuato a stare in piedi, ma su un equilibrio fragile, imperfetto, umano. Da quel momento, tutto è diventato più fragile, più silenzioso, più difficile da tenere insieme.
Ci hai cresciuto a modo tuo, tra presenze e assenze, tra ciò che c’era e ciò che mancava, ma con amore. E anche quando non eri pienamente lì, anche quando eri lontano o chiuso dentro il tuo dolore, hai continuato a esserci sempre, come potevi.
E forse è proprio questo che oggi riesco a vedere con più chiarezza: che dentro tutte le tue mancanze c’era comunque un tentativo, imperfetto ma vero, di esserci con amore per noi.
Inaspettatamente non ero pronta. Nonostante dentro di me sapessi che sarebbe dovuto accadere, non c’era nulla che mi avesse davvero preparata a quel momento. Hai lasciato un grande vuoto che ancora oggi, dopo molti mesi, resta incomprensibile e incolmabile. Un’assenza difficile da collocare, da accettare, da rendere reale senza che faccia ancora male.
Un vuoto che, a pensarci oggi, fa ancora tanto male. Non un dolore che si attenua con il tempo, ma qualcosa che si trasforma e si sposta, cambiando forma ma restando lì, presente, silenzioso, sempre vicino.
Ho solo un’immagine che, quando penso a te, riesce ancora a farmi sorridere e a farmi stare meglio. Si forma nella mia testa in modo dolce, quasi naturale, come se fosse l’unico modo possibile in cui riesco a reggere ciò che è accaduto. Ti sei addormentato, sereno, e la mamma è venuta a prenderti per mano. E insieme siete andati via così, leggeri, come se vi foste finalmente ritrovati, felici, con amore come vi apparteneva.
Da qualche parte vi immagino di nuovo insieme, a vivere il vostro amore senza più distanze, senza più interruzioni, senza tutto ciò che la vita vi ha tolto troppo presto. E in quell’idea, fragile ma necessaria, trovo la mia pace.
Cià Pà… guardateci da lassù. Massi e Ginevra vi hanno voluto immensamente bene e ve ne vorranno sempre, in ogni forma possibile del tempo, anche quando le parole non basteranno più e resterà solo il sentimento e il flebile ricordo che non si spegne.
























