Mi capita spesso di vedere la Stazione Spaziale Internazionale passare, e siccome non è una cosa che puoi vedere così di frequente ho realizzato che passo una discreta quantità di tempo a guardare il cielo. È una di quelle esperienze non replicabili. Foto e video non sono all'altezza di raccontare una realtà che sembra così lontana ma in cui invece siamo immersi e avvolti a 360 gradi. Quelle che riusciamo a vedere a occhio nudo sono appena una parte delle stelle della sola Via Lattea, che però ospita qualcosa tra 200 e 400 miliardi di stelle. Non sono un matematico, ma 200 miliardi di stelle mi sembrano tante. Dopo venti minuti al buio (a patto di non guardare il display del cellulare, ma diciamo che questo potrebbe essere il presupposto di partenza per fare qualsiasi cosa nella vita) gli equilibri del terso cielo notturno si capovolgono, le stelle aumentano fino a che si vede più bianco che nero, i gas nel mezzo tra noi e loro distorcono la curvatura della luce e si crea quell'effetto di brillantezza che le distingue dai pianeti, relativamente vicini. È chiaro che nessuna foto, scattata da smartphone o da Hubble, è in grado di restituire neanche in parte l'esperienza data dagli occhi, collegati a filo diretto al cervello. E più o meno è quello che succede con le parole. Il linguaggio è un repertorio finito di regole grammaticali e segni arbitrari che ci fornisce i mezzi per condividere un illimitato numero di combinazioni di idee su chi ha fatto cosa a chi e dov'è cosa, eppure non si può trascendere dal fatto che non c'è un linguaggio definito per una gran fetta dell'esperibile, perché la parola, proprio come la foto, è una digitalizzazione di un mondo analogico pluridimensionale. Se vedo un pappagallo e dico pappagallo tutti abbiamo un pappagallo nel nostro mondo delle idee a cui possiamo far riferimento (il mio è l'ara, forse per via della settimana enigmistica però credo più per la rappresentazione stereotipata dei pirati), ma la questione si complica quando si parla di musica, odori, sapori, di emozioni. La speranza può essere intesa positivamente o negativamente, come la diversità, la tradizione, l'autorità. Sono parole che già a pronunciarle mettono tutti in disaccordo. L'amore, l'odio, il dolore, la rabbia, il piacere, sono solo esperienze e sensazioni, spesso intrecciate o separate da confini poco nitidi, che abbiamo goduto e sofferto senza che possano averci detto nulla di loro stesse, ma abbastanza di noi, che comunque saremo già un po' cambiati stasera rispetto a com'eravamo oggi a pranzo. Una soluzione per avvicinarci a questa parte così irriferibile dell'esperienza è quella di servirci di metafore empiriche, ma il fatto è che ci sono alcune cose che non siamo tenuti a raccontare, e per provare a coglierle davvero ci si può solo fermare ed aspettare, dargli venti minuti perché la vista possa abituarsi e le stelle siano percettibili. Non so se mi sono spiegato bene con questa metafora, che insomma è proprio quello che stavo dicendo.