Spuntare schedine ha a che fare con la statistica, la fredda statistica, direbbero alcuni, chissà perché. Non nel senso nobile della parola – non la statistica di Gauss o di Bayes (che so a malapena chi siano…) – ma in un senso più elementare e un po’ malinconico: guardando quelle sequenze di 1, X, 2 capivi che le persone si comportano in modo prevedibile. E che anche tu, allora, eri prevedibile. Quasi nessuno (o nessuno) scriveva 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, anche se statisticamente (forse non calcisticamente) quella sequenza ha la stessa probabilità di qualunque altra. Quasi tutti mettevano una X ogni tre o quattro caselle, come se il pareggio fosse un’entità che doveva presentarsi a intervalli ragionevoli, come un autobus alla fermata. Qualcuno compilava a zig-zag, qualcuno seguiva schemi geometrici, altri si affidavano ai sogni o alla numerologia o alle indicazioni di un parente con pretese di competenza calcistica.
1 1 X X X X X X 2 1 1 1











