Un giorno Emma, alla fine di un'altra travolgente scopata, mi disse che tra noi sarebbe dovuta finire presto. Aveva iniziato a frequentare un uomo e per la prima volta nella sua vita pensava che valesse la pena dedicarsi a lui e lui solo. Aveva così iniziato a tagliare con le scopate occasionali e con tutti i suoi amanti. Io ero l'ultimo.
Le dissi che mi stava bene smettere di vederla, che rispettavo la sua scelta. Lei mi baciò e mi disse che stava preparando una specie di festa d'addio speciale per noi due.
Era domenica, e andai da Emma forse più emozionato che mai sapendo che sarebbe stata l'ultima volta che l'avrei rivista. Ero vestito un po' più elegantemente del solito, con una camicia chiara e un pantalone scuro, e un mazzo di fiori in mano. Emma, invece, mi accolse con indosso una maglietta che a stento conteneva le sue tette e una mutandina. Per il resto era nuda!
Mi accolse con il suo solito, caldo sorriso. Prese i fiori dalle mie mani, mi fece accomodare nel soggiorno e poi, dovo aver sistemato i fiori in un vaso, si avvicinò a me languida e lasciva. Portò quindi una mano dietro i miei capelli e iniziò ad accarezzarla, dicendomi:
"Sei troppo vestito, per i miei gusti!"
E iniziò a baciarmi con la lingua, strappandomi la camicia (persi metà dei bottoni): scopammo una prima volta lì, sul pavimento del soggiorno. Fu una delle migliori scopate di quella domenica: quando ci alzammo dal pavimento, questo era bagnato per quanto sudore avevamo lasciato.
Andammo a fare una doccia, insieme, ma il cazzo era ancora leggermente eretto, così, mentre Emma cercava di aprire la porta della doccia, glielo infilai nella fica. Lei protestò, senza neanche troppa forza:
"Aspetta... un... minuto... che... apro... la... por..."
Non concluse la frase e io venni una seconda volta, mentre lei gemette gorgogliante di piacere.
Poi si girò, mi pompò il cazzo per non so quanto tempo e quindi si allontanò mentre stavo venendo, senza aspettare il fiotto caldo che stavo producendo: doveva aprire la porta della doccia e l'acqua calda. Quindi, entrata dentro, mi disse:
"E' ancora presto per pranzare!"
Il mio cazzo, a queste parole, riprese vita ed entrai. Emma iniziò ad accarezzarlo, a toccarlo, avvicinando le labbra senza veramente baciarlo, ma semplicemente sfiorandolo, lasciandogli la promessa di una pompa eccezionale, e poi allargò la fica e iniziai a chiavarla. Mi bloccò la faccia con le due mani e mi costrinse a guardarla negli occhi: erano determinati e c'era in essi una luce che ritrovai in molte delle donne con cui sono stato, qualcosa che mi diceva che in quel momento l'unica cosa di cui aveva bisogno era essere scopata sempre più forte.
Eravamo due macchine del sesso, in quel momento, fatte solo per chiavare e fottere. Eravamo così concentrati una nell'altro, a muoverci con così tanta intensità e forza che nessuno dei due si accorse che ero venuto e che il mio cazzo, nonostante lo sfregamento sulla sua fica, si stava afflosciando. A dire il vero non sono nemmeno sicuro di essere venuto una volta e basta: secondo Emma le sborrai dentro almeno due volte. In ogni caso era venuto il momento di riposarsi e mangiare qualcosa.
Emma, così, andò in cucina, pregandomi di andare in terrazza, per evitare che le saltassi addosso. E così feci.
Mi rivestii e aspettai con calma, leggendo uno dei suoi libri. All'incirca un'ora dopo, mi venne a chiamare: il pranzo era pronto.
La conversazione non fu molto interessante: prima mi chiese qualcosa sul libro che stavo leggendo, poi iniziammo a parlare di sesso, delle scopate fatte e di come ci sarebbe piaciuto scopare nel pomeriggio, ma entrambi ci accorgemmo che in questo modo ci saremmo messi a chiavare sul tavolo, senza finire il pranzo, e allora restammo in silenzio.
Una volta finito, mi alzai dalla tavola e tornai in terrazza, senza nemmeno provare ad avvicinarmi: Emma non voleva lasciare nulla in disordine e, nonostante la lavastoviglie, decise che doveva lavare tutto lei.
L'attesa che in questo modo creò in entrambi fu tale da rendere ancora più travolgente quello che seguì: Emma venne direttamente in terrazza e si sedette sopra di me. Senza parlare iniziò ad accarezzarmi, e mentre io ricambiavo, mi tolse la camicia e mi sbottonò i pantaloni. Iniziò allora, senza togliersi la mutanda, a massaggiarmi il cazzo con la fica e dopo un quarto d'ora io ero esploso e la sua mutandina era bagnata all'inverosimile. Quindi si abbassò sul mio stronzo e prese a succhiarlo.
Quando ritornò ben duro, si sollevò, si tolse maglietta e mutandine e ripresi a penetrarla. Saliva e scendeva, le tette ballavano davanti alla mia faccia, mentre ogni tanto mi si appoggiava sopra: il contatto con la sua pelle, con i suoi seni rotondi e grandi mi eccitava ancora di più, mentre lei si muoveva intorno al mio cazzo in modo da far durare la trombata il più possibile. Scopammo altre due volte, oltre quella, prima di provare a fare una nuova pausa per la cena.
In effetti non mangiammo per nulla: a mia parziale discolpa devo ammettere che ci provai a stare lontano da lei, ma rimasi sono una decina di minuti in terrazza e poi tornai in cucina. Qui mi avvicinai Emma e la afferrai per i fianchi appoggiando il mio cazzo eretto al suo culo e intanto leccandole il collo.
"Vai via! Sto cucinando! Non vorrai digiunare!"
Mordicchiandole il lobo dell'orecchio destro, le dissi:
"Non ho nessuna intenzione di digiunare: quello che voglio è una patata... cruda!"
Detto questo feci scivolare la mano destra lungo i fianchi e dentro la mutandina per toccarle la figa, infilandole dentro le dita e iniziare ad allargarla, prepararla ad accogliere il mio cazzo impaziente.
Emma, allora, si girò. Penso che per un attimo ebbe la tentazione di allontanarmi, ma alla fine avvicinò le sue labbra alle mie.
Le nostre lingue si attorcigliarono una nell'altra riempiendo le bocche come due contorsionisti. Poi iniziai a sciogliere l'abbraccio e la stesi sul tavolo, le allargai le gambe, e dopo aver leggermente spostato le mutandine, iniziai a chiavarla.
Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori, sempre più forte fino a riempirle la fica dei miei umori. Poi Emma scese dal tavolo, si inginocchiò, e iniziò a leccarmi le palle e il cazzo, fino a che non tornò di nuovo eretto. A quel punto alzò lo sguardo e vidi nei suoi occhi un desiderio profondo, inesauribile di sesso. La abbassai schiena a terra e ricominciai a trombarla lì, sul pavimento: la penetrai per non so quanto tempo, cambiando ogni tanto posizione, più o meno senza tregua, a volte con dolcezza, altre aumentando il ritmo. Le guardavo le tette, e la fica e a volte la faccia, per capire se le stava piacendo oppure no: mi sorrideva, ogni tanto, ma il più delle volte aveva la faccia di quando la fottevo bene. Venni tre volte prima di stancarmi abbastanza da dirle "Basta!", mentre lei non so quante. E nonostante questo ne voleva ancora.
Anche io, a dire il vero, però non ce la facevo veramente: la stavo fottendo da quella mattina, così concludemmo lì, con lei che mi fece un pompino finale, mentre io ero troppo stanco per protestare per quest'ultima cosa.
Alla fine mi rivestii alla meglio, cercando di tenere un po' chiusa la camicia che aveva perso buona parte dei suoi bottoni. Emma mi guardava ancora felice per quella bella giornata, e anche io le sorrisi soddisfatto.
Mi disse che questa giornata avrebbe lasciato un buon ricordo, in lei, ma pensava che la scelta di non vederci più fosse quella giusta: con me in giro non sarebbe mai riuscita a costruire il sogno che stava accarezzando da un po' di tempo.
Rispettavo la sua scelta, e d'altra parte sapevo che avrei avuto molte altre donne e ragazze a disposizione nel mio futuro, per cui non mi pesava troppo dover interrompere questo rapporto così fisico tra noi.
Così ci baciammo un'ultima volta sulla sua porta, pensando che quella sarebbe stata l'ultima volta che ci saremmo visti.
Ma ci sbagliavamo entrambi.