Plastica.
Hermann era seduto al piccolo tavolo assemblato davanti al divano, nella cucina del sul monolocale in periferia di Londra. Guardava fisso una figura femminile posata sulla tappezzeria mantenuta ancora nuova dai rivestimenti di cellophane che aveva pazientemente applicato ovunque così come gli aveva sempre fatto vedere sua madre, ossessionata dalla perfetta conservazione dei divani al punto da far diventare questa pratica una sorta di teoria scientifica. Bisognava stendere la plastica perfettamente, senza lasciare bolle d'aria, perché, come sosteneva la donna, in ogni bolla possono annidarsi funghi che in una sacca cosi umida potrebbero proliferare su tutta la zona e costringerti a gettare il divano per un'infestazione. I 3 divani che aveva ormai da 20 anni erano ancora in condizioni perfette, e non a caso quello di Hermann (perfettamente intonso) era appartenuto addirittura alla nonna, che condivideva con la madre questa come unica passione comune. Ma torniamo a noi. Hermann fissava questa donna e le parlava; parlava molto, alzava la voce, cambiava tono a seconda delle variazioni tematiche che dava al suo discorso, spingeva all'esasperazione le sue capacità espressive. Si può tranquillamente dire che in fondo, tralasciando il dramma che stava vivendo, era quasi intimamente soddisfatto delle sue qualità di oratore, sopratutto su un argomento che gli faceva esprimere tutta la sua emotività. Diceva che quel periodo di distanza non aveva cambiato nulla per lui, che non l'aveva sostituita mai con nessun'altra, che dal principio il suo sguardo lo aveva catturato, e tutto quello che vedeva era connesso a quegli occhi. Diceva che nessun'altra poteva sostituirla, che l'amava alla follia, che non voleva abbandonarla che si, da quel momento non l'avrebbe mai più lasciata, che due anni assieme erano forse pochi, ma lui forse iniziava a sentirsi pronto per uno stadio successivo. Si lamentava poi, si, si lamentava del suo essere così distratta, sempre con lo sguardo fisso altrove, il suo bellissimo sguardo che doveva degnare solo lui della sua presenza, era sempre rivolto più a destra dei suoi occhi. Gli occhi sono lo specchio dell'anima, cazzo! E tu non mi degni della tua anima! Piangeva, Hermann, piangeva e la pregava di guardarlo , ma nulla, lo sguardo di lei era sempre fisso altrove, perso da qualche parte, forse su una spiaggia del mar nero, o magari nelle immense foreste dell'Est Europa. Si doleva molto per questo, si doleva e tormentava le unghie aspettando una risposta dalla donna che aveva lasciato sola per due anni. Senza considerare la fatica che aveva fatto per arrivare fin li; i rischi corsi, le prove superate. Tutto solo per lei. Effettivamente evadere da una clinica psichiatrica era un'impresa piuttosto ardua, ma la bambola gonfiabile di Hermann questo non lo poteva capire. E con lo sguardo perso, fissava un po' più a destra del suo sguardo. Ti prego, amore, guardami negli occhi... Seduta li sul divano. Sono sempre io il tuo Hermann... Nel tardo e piovoso pomeriggio Parlami, dici qualcosa, ti prego... In un monolocale. Muoviti almeno, cazzo! A Londra. Il sole illuminando con i suoi ultimi e rossissimi raggi la pioggia, faceva rifrangere la luce in migliaia di splendidi colori primari che formando un arco si spendevano per il cielo. L'aria sapeva di plastica.















