Tiepido, cala, l'inaspettato silenzio, sopra il Belvedere, alla vista della nascente primavera che porta, al contempo, distruzione e rigenerazione: è un istante di godimento, di insperata soddisfazione, che giunge con sopresa all'udito dell'inattento ascoltatore; nascosto dietro le fronde degli alberi, alto a scrutare l'orizzonte dell'umana civiltà - oh, quanta ce n'è! tanta, troppa, a perdita d'occhio! -, colto alla sprovvista da tutto questo nulla a cui, costui, non riesce a dare un nome e che sbaraglia, in quanto a prepotenza, qualunque altro rumore.
Il silenzio, che cresce dentro sè stesso, si crea da sè medesimo: è qui, è ora.
Alle orecchie di quell'uomo - così misero, così insignificante, al suo cospetto! - è destabilizzante.
Persino il suono del tabacco che brucia è violenza, in questo momento, persino il respiro è un peccato - un'interruzione, una deviazione di un progetto più grande, già scritto, all'interno dell'oblio stesso -, figurarsi essere! Un così significativo bisogno dell'umano, che in questo istante - qui, ora! - diventa disgustoso tripudio d'imbarazzo, motivo di rossore.
Così, nel mutismo del cosmo, cresce la necessità di conoscere il motivo di questa assenza - che parrebbe incombente e tediosa presenza, se soltanto non si avessero termini di paragone -, di intenderne il perchè.
E volge, il timido uomo, il suo sguardo alla luna: così come essa splende della luce del sole, ormai calato all'estremità dell'orizzonte, l'essere umano risplende del caos riflesso dal mondo, ha bisogno di quest'ultimo per poter essere qualcosa, qualcuno, e si trova, per sempre, inglobato da esso, irrimediabilmente costretto a viverci dentro, perso, senza nessuna possibilità di distaccarsene.
È qui, tra il silenzio e l'oblio, soli, sperduti, che finalmente riusciamo a divergere, a essere.