Il viso è una tela dove poter creare un dipinto.
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Spegno la paura di rimanere sola.
La poesia dell’estetica: il mondo beauty come ricerca del vero
Era uno di quei giorni in cui il mondo sembrava sul punto di cambiare pelle, l’aria aveva quella trasparenza fragile che precede il freddo e ogni cosa pareva respirare lentamente. Io camminavo come si cammina dentro un pensiero che non vuole finire, avevo nelle mani un libro e un rossetto color borgogna: due oggetti molto diversi, che parevano contenere tutto ciò che sono. Ripensai a quando qualcuno volle sapere in che modo la mia fedeltà alla parola e all’arte di scrivere potessero convivere con la mia devozione alla forma, alla luce e al colore: come se il pensiero e la bellezza appartenessero a regni separati, come se la poesia abitasse il pensiero e la bellezza la superficie, come se le due non potessero specchiarsi l’una nell’altra senza perdere profondità. La domanda era semplice, ma dentro di me aprì un varco. Non perché avesse messo in dubbio qualcosa, ma perché mi costrinse a guardare con più chiarezza ciò che per me è da sempre un’unica luminosa verità, dove bellezza e poesia convergono. Davanti a uno specchio, come davanti a una pagina bianca, si compie un atto di verità: si sceglie chi essere, si ordina il caos e si disegna una misura. Ogni gesto, ogni parola, ogni sfumatura di colore è un modo per dichiarare la propria esistenza. La società odierna vive nel preconcetto che la bellezza sia frivola, io credo, invece, che essa rappresenti una delle forme più alte di responsabilità. Chi cerca la bellezza, cerca l’armonia, chi cerca armonia lavora con cura, e la cura per me è la prima forma d’etica che conosciamo. Nel dipingere un volto, come nello scrivere un verso, ci si prende cura del mondo, lo si guarda con attenzione, lo si ascolta e gli si restituisce dignità. In quel giorno di ottobre, con gli alberi che si piegavano come versi non ancora scritti, compresi che non stavo scegliendo tra due mondi, ma stavo finalmente abitandoli entrambi, e che forse la mia vita intera non è altro che questo: un esercizio di fedeltà alla bellezza, alla poesia e al mistero che le tiene unite.
In Plotino la bellezza è il principio che attraversa e ordina tutte le cose. Ciò che chiamiamo “bello” non è una forma in sé, ma la sua partecipazione a un’armonia più alta, riflesso dell’Uno nel molteplice. La bellezza, dunque, non appartiene al dominio dell’apparenza, essa è il segno visibile di una coerenza interiore, di una misura che unisce l’essere e il bene, e da questa visione nasce un’idea di bellezza inseparabile dall’etica. Contemplare il bello significa riconoscere l’ordine che struttura il reale e, in qualche modo, assumerlo come norma del proprio agire. L’anima che si eleva verso la bellezza non lo fa per diletto estetico, ma per una forma di fedeltà al vero, per un bisogno di purificazione e di giustizia interiore. È nella tensione tra luce e responsabilità, tra splendore e misura, che la bellezza rivela la sua natura morale. Lungi dall’essere un lusso o un ornamento, essa diventa la più esigente delle forme del pensiero: un modo di abitare il mondo con verità. Guardare il bello, dunque, significa riconoscere, attraverso la luce delle forme, la presenza di un principio etico e intelligibile che le governa. In questa prospettiva, la bellezza non è un’emozione, ma un esercizio dello spirito: un movimento dell’anima che, riconoscendo l’armonia del mondo, si dispone a imitarla, a custodirla e a renderla atto. È in questo gesto di cura e di partecipazione che l’estetico incontra l’etico nella consapevolezza che non può esserci bellezza senza giustizia, né splendore senza bontà. Per Plotino, il bello è lo splendore del vero: in quel bagliore si specchia ogni forma di creazione, dalla poesia all’arte, dalla parola al gesto più umile e quotidiano, persino quello di chi, con un pennello da trucco, scolpisce e armonizza la luce sul volto di una persona. Il volto, infatti, è la nostra prima tela: il luogo in cui l’essere si fa immagine, dove vita e arte si incontrano. Leonardo vi cercava la proporzione divina, la misura segreta che unisce microcosmo e cosmo, l’eco della stessa legge che regge i moti delle stelle. Botticelli, invece, faceva del corpo un pensiero visibile, un equilibrio fragile tra materia e idea, sensualità e purezza, terra e cielo. Così, dal neoplatonismo di Plotino fino ai maestri del Rinascimento, la bellezza resta un atto di conoscenza e di responsabilità: il tentativo, sempre rinnovato, di dare forma al vero. Così, nel mondo del make-up, come in quello della pittura, il colore è linguaggio, la forma è pensiero, e l’armonia, ancora una volta, è etica. La poesia, la letteratura e l’arte visiva condividono con il mondo beauty un gesto comune: trasformare. Come scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, ogni cosa vive di un continuo mutamento e il trucco, esattamente come la parola poetica, non nasconde, ma svela e costituisce una forma. La bellezza, dunque, non è frivolezza, è linguaggio politico, etico e spirituale, esattamente come la poesia. Quando Simone de Beauvoir scriveva che non si nasce donna, ma lo si diventa stava parlando della libertà di scegliere la propria forma e di costruire la propria immagine come gesto di autodeterminazione. E se è vero che non c’è forma senza ideologia, allora anche il trucco, il gesto estetico, può essere un atto poetico e politico insieme, una ribellione contro l’omologazione e una dichiarazione d’identità. Ogni rossetto, ogni verso e ogni pennellata nascono dallo stesso desiderio: dare forma all’invisibile. La bellezza, dunque, non toglie spessore al pensiero, ma lo amplifica. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, la moda e il make-up sono arti sorelle, perché nascono tutte dal bisogno umano di testimoniare la propria presenza al mondo con grazia, consapevolezza e responsabilità.
Oggi comprendo che poesia ed estetica non sono mondi opposti, ma coincidono nell’attimo in cui lo sguardo si trasforma in amore, e l’amore, facendosi forma, diventa la più alta espressione dell’essere.
Ho rivisto alcune conoscenze dei tempi del liceo...dio mio ma come invecchia male la gente mi ritengo fortunata (non è fortuna ma tanta cura che dedico a me e al mio corpo✨️✨️)
Ragazze che:
Trucco impeccabile
Unghie appena fatte
Capelli perfetti
Scarpetta tacco 12
Minigonna
Scollatura che non lascia nulla all'immaginazione...
E poi aprono la bocca e ti ritrovi, non sai come, a parlare con un camionista ucraino!
...🤦🏻♀️

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Non mi trucco da più o meno un mese, per via di un problema alla pelle e, nonostante questo, vedo che vengo percepita e trattata in maniera del tutto immutata. Permettetemi d'essere un po' sorpresa, in un mondo dove l'apparenza è tutto.
Tammuz - Artpril 16
Artpril Motividee 16: Make Up. Ich hatte so 'ne Idee, die sieben Unterweltsgötter der Mesopotamischen Mythologie so wie Videospielbosse zu zeichnen. Und Tammuz wäre dann so eine Art Totenbeschwörer gewesen, der Leichen gegen den Spieler schickte. Und ich dachte mir "würde er dann halb tot aussehen, weil er in der Unterwelt gefangen ist?" und ich sag mir "Nein. Er würde sich nur so schminken, um zu den anderen chthonischen Gottheiten mitzugehören.
Artpril prompt 16: make up. I had an idea, to draw the seven gods of the mesopotamian Underworld as videogame bosses. And Tammuz would have been some sort of summoner, who would conjure up corpses to fight the player. And I thought "would look withered, because he was trapped in the Underworld?" And I said to myself "no, he would totally put make up on to fit in with the other chthonic gods!"
Spunto d'Artprile 16: trucco. Di recente ho avuto un'idea di disegnare i sette dei dell'Oltretomba mesopotamico come boss dei videogiochi. E Tauz sarebbe stato una specie di evocatore che mandava cadaveri a combattere il giocatore. E mi son chiesto "ma avrebbe un aspetto cadaverico, perché intrappolato negli Inferi?" E mi son detto "no, di sicuro si è truccato così per trovarsi meglio con gli altri dei ctoni!