Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Trilussa

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Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Trilussa

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Un cane lupo, ch'era stato messo de guardia a li cancelli d'una villa, tutta la notte stava a fa' bubbù. Perfino se la strada era tranquilla e nun passava un'anima: lo stesso! nu' la finiva più! Una Cagnola d'un villino accosto je chiese: — Ma perché sveji la gente e dài l'allarme quanno nun c'è gnente? — Dice: — Lo faccio pe' nun perde er posto. Der resto, cara mia, spesso er nemmico è l'ombra che se crea pe' conservà un'idea: nun c'è mica bisogno che ce sia. Trilussa, “Er nemico”
Ma dove ve ne andate, povere foglie gialle, come tante farfalle spensierate? Venite da lontano o da vicino? Da un bosco o da un giardino? E non sentite la malinconia del vento stesso che vi porta via?
Libbro muto
Ner mobbiletto antico, che comprai tant’anni fa da un antiquario in Ghetto, c’era, sott’a la tavola, un cassetto che tira tira nun s’apriva mai: finché scoprii er segreto e fu una sera che nun volenno spinsi una cerniera.
Subbito, da la parte de l’intacco, la tavoletta fece un mezzo giro e er cassetto s’aprì con un sospiro ch’odorava de pepe e de tabbacco. Guardai ner fonno e viddi in un incastro un libbro intorcinato con un nastro.
Un libbro rosso rilegato in pelle dove spiccava, tra li freggi d’oro, un’arma gentilizzia con un toro e un mago che giocava co’ tre stelle: e, sott’all’arma, er titolo in cornice: «La Regola per vivere felice».
— Dati li tempi, — dissi — è una fortuna! — Ma in tutt’er libbro nun trovai nemmanco una parola scritta. Tutto bianco. Riguardai le facciate, una per una: zero via zero. E chi sarà er sapiente che fece un libbro senza scrive gnente?
L’avrà lasciato in bianco co’ l’idea de minchionà la gente che lo sfoja, o avrà capito che la vera gioja finisce ner momento che se crea? Era un matto o un filosofo? Chissà come sognava la felicità?
(Versi di Trilussa tratti dalla raccolta Libro muto, prima edizione: A. Mondadori, Milano, 1935)

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"La Lumachella de la Vanagloria, ch'era strisciata sopra un obbelisco, guardò la bava e disse: — Già capisco che lascerò un'impronta ne la Storia".
(Trilussa, La lumaca, da Libro muto).
"Un giorno 'na Lumaca forastiera, che venne a Roma in mezzo a la verdura, trovò un Grillo e je disse: — So' sicura che faccio una bellissima cariera, ché qui qualunque fregno se presenta diventa granne subbito, diventa...
E, in fonno, me lo merito. Pur'io m'arampico striscianno e vado avanti. Eh, si sapessi! Ce ne stanno tanti che so' arrivati cór sistema mio! Basta sapé striscià su l'ideale, qualunque strada è bona... Dico male?
— Ma indove passi tu ce lassi er segno, — je fece er Grillo — e questo è 'no svantaggio: perché ogni tanto capita un passaggio commodo, forse, ma nun troppo degno, e nun sta bene che la gente scopra su quante puzzonate passi sopra.
Io, invece, che m'aregolo ar contrario, arivo a zompi, ma nessuno vede in quali pistarecci metto er piede quanno trovo un appoggio necessario: volo su tutto, sarto allegramente e passo per un Grillo indipennente".
(Trilussa, L'arrivismo, da Lupi e agnelli).
Roma 9. Omaggio a Trilussa su un muro di Testaccio
Quando la terra
comincia a dormire
sotto una coperta
di foglie leggere,
quando gli uccelli
non cantano niente.
Quando di ombrelli
fiorisce la gente,
quando si sente
tossire qualcuno,
quando un bambino
diventa un alunno.
Ecco l’autunno!
Trilussa 🖋