C’era una volta il NAS. Quello che mettevi sotto la scrivania, ci buttavi dentro i backup e te ne dimenticavi per mesi. Magari ci collegavi Time Machine, oppure lo usavi come archivio foto per la famiglia. E poi, un giorno, ti accorgevi che poteva sostituire Dropbox, Google Drive, forse anche pezzi di Google Workspace. Ecco, la Synology DS225+ nasce proprio in quel punto lì, nell’intersezione tra il vecchio concetto di storage domestico e qualcosa di decisamente più ambizioso.
Devo essere onesto: quando mi è arrivata in redazione, il mio primo pensiero è stato «ancora un refresh della DS224+?». Perché sì, parliamoci chiaro, dal punto di vista hardware siamo di fronte a un aggiornamento conservativo. Stesso processore Intel Celeron J4125, stessa base da 2 GB di RAM. La novità grossa, almeno sulla carta, è la porta 2.5GbE. Ma la vera sorpresa è arrivata dopo, quando ho iniziato a esplorare il lato software. Synology ha fatto un lavoro enorme sulla Office Suite con l’integrazione dell’intelligenza artificiale, e onestamente è lì che questo piccolo NAS a due baie guadagna senso nel 2025.
A chi si rivolge? Professionisti che lavorano da casa, micro-team, liberi professionisti, chiunque sia stanco di pagare abbonamenti mensili a Google o Microsoft per avere documenti condivisi e posta elettronica. Ma anche a chi vuole semplicemente un backup serio senza affidarsi al cloud di qualcun altro. Il concetto è semplice: i tuoi dati, a casa tua, sotto il tuo controllo. Nel panorama del 2025, dove ogni servizio SaaS aumenta i prezzi e riduce lo spazio gratuito (Google Workspace per le scuole che taglia lo storage illimitato, Microsoft che rivede i piani Education), l’idea di avere un’infrastruttura propria torna a fare gola. Ma di questo parlo tra poco. Attualmente può essere acquistato su Amazon Italia e per chi vuole maggiori informazioni può consultare dnltrading.
Unboxing e prime impressioni
La scatola Synology è la solita: cartone spesso, interno in polistirolo sagomato, zero fronzoli estetici. Niente packaging premium da instagrammare, niente bigliettini di benvenuto o adesivi brandizzati come fanno certi brand. Dentro ci trovi il NAS, l’alimentatore esterno (compatto, per fortuna, non il solito mattone che pesa quanto il dispositivo), due cavi RJ-45, un sacchettino con le viti per i dischi da 2.5 pollici e la guida rapida. Fine.
La dotazione è essenziale, ma non è che mi aspettassi chissà cosa. L’unità che ho in prova è arrivata con due dischi Synology HAT3300-2T da 2 TB (che mi sono stati inviati da Synology e quindi non inclusi), quindi ho potuto accenderla e partire quasi subito. Il primo impatto tattile è buono: la plastica è opaca, non si graffia facilmente, e il peso contenuto ti fa capire che è pensata per stare su una mensola o sotto un monitor senza dare fastidio. All’accensione niente ventole impazzite, niente LED accecanti. Il LED di stato fa un blu tenue che non disturba nemmeno di notte. Sobrio. Mi piace.
Un appunto sull’alimentatore: è esterno, il che significa che se devi portare il NAS in un altro ufficio devi ricordarti anche quello. Avrei preferito un alimentatore integrato, ma capisco che su un dispositivo così compatto sarebbe stato complicato gestire la dissipazione termica. Mah, vabbè.
Design e costruzione
Se hai mai visto una DS224+, sai già com’è fatta. Il design è identico — e dico proprio identico, senza esagerare. Stessa scocca nera opaca, stessi slot per i dischi con il meccanismo a slitta senza viti per i 3.5 pollici (che funziona bene, non è il solito giochetto traballante che ti fa temere di spezzare qualcosa). L’unico modo per distinguerla è guardare l’etichetta sul fondo. Dimensioni compatte: 165 × 108 × 232,2 mm, circa come un libro grosso. Pesa poco più di un chilo senza dischi.
Sul retro trovi la ventola da 92 mm, le due porte di rete (una 2.5GbE, una Gigabit — e qui bisogna fare attenzione a quale si usa, perché non sono intercambiabili), due USB 3.2 Gen 1 Type-A e il connettore di alimentazione. La porta USB-C che alcuni speravano di vedere? Assente, almeno come connettività generica. C’è il supporto per l’unità di espansione DX525 via USB-C, ma è un’altra cosa — e comunque quel connettore lavora a una velocità di 6 Gbps un po’ insolita che non corrisponde agli standard USB classici.
Il sistema di raffreddamento è silenzioso sul serio. In un ambiente tranquillo la senti appena, e durante l’ibernazione dei dischi è praticamente muta. Meno di 20 dB dichiarati, e nella mia esperienza mi sembrano credibili. L’ho tenuta accesa a fianco del monitor per due settimane e dopo il secondo giorno non ci facevo più caso. Dafne ci ha dormito vicino senza scomporsi, il che è la mia unità di misura personale per la silenziosità.
Specifiche tecniche
Specifica
Valore
Processore
Intel Celeron J4125 quad-core, 2.0 GHz (burst 2.7 GHz)
Architettura
64-bit, Gemini Lake Refresh (14 nm)
RAM
2 GB DDR4 non-ECC (espandibile a 6 GB)
Baie disco
2x 3.5” SATA / 2.5” SATA
Capacità massima raw
40 TB (2x 20 TB)
RAID supportati
SHR, RAID 0, RAID 1, JBOD, Basic
File system
Btrfs, ext4
Rete
1x 2.5GbE RJ-45 + 1x 1GbE RJ-45
USB
2x USB 3.2 Gen 1 Type-A
Espansione
1x DX525 via USB-C (6 Gbps)
Crittografia hardware
Sì (AES-NI)
Consumo
16,98 W in uso / 6,08 W in ibernazione HDD
Rumorosità
< 20 dB(A)
Dimensioni
165 × 108 × 232,2 mm
Peso
1,30 kg (senza dischi)
Sistema operativo
DiskStation Manager (DSM) 7.2+
Garanzia
3 anni (estendibile a 5)
Hardware e componentistica
Ok, parliamo dell’elefante nella stanza: il processore. È lo stesso J4125 che Synology usa dal 2020. Quad-core, architettura Gemini Lake Refresh a 14 nanometri, con un burst a 2.7 GHz che nella pratica vedi raramente. È datato? Sì, su questo non ci sono dubbi. Fa il suo lavoro? Anche. Per le operazioni tipiche di un NAS a due baie — backup, condivisione file, streaming diretto, sincronizzazione — va più che bene. Se però inizi a caricarci sopra Docker, Surveillance Station, un server di posta e magari ci aggiungi pure le funzioni AI, le cose si complicano in fretta. Nei miei test, con MailPlus e Office attivi contemporaneamente, la CPU toccava il 60-70% senza fare nulla di particolarmente impegnativo.
La RAM da 2 GB è il vero punto debole. Stavo per scrivere che è sufficiente, ma ripensandoci… no. Nel 2025, con DSM che diventa sempre più ricco di pacchetti e l’AI Console che richiede risorse, partire con 2 giga è un po’ tirato. Il mio consiglio spassionato: ordinate subito il modulo D4NS01-4G da 4 GB e portatela a 6. Costa una trentina di euro e cambia molto nella fluidità generale, soprattutto se avete intenzione di usare più pacchetti in contemporanea. La de-identification dell’AI Console richiede almeno 8 GB di RAM — che qui non si possono raggiungere dato il tetto massimo di 6 GB. Ci torno dopo, perché è un punto importante.
La connettività 2.5GbE è la novità hardware più significativa, e devo dire che si sente. Nei miei test con i due dischi HAT3300 in configurazione SHR ho visto velocità di trasferimento reali intorno ai 280 MB/s in lettura sequenziale e 260 MB/s in scrittura, un bel salto rispetto al limite del Gigabit della generazione precedente. Con file grandi il vantaggio è evidente; con tanti file piccoli la differenza si assottiglia perché il collo di bottiglia diventa il processore. Serve ovviamente uno switch o un router compatibile 2.5GbE — il Deco BE25 che uso a casa lo supporta, quindi non ho dovuto cambiare nulla.
Un dettaglio che non tutti sanno: solo una delle due porte è 2.5GbE. L’altra resta a 1 Gigabit. Puoi usarle in link aggregation o failover, ma non avrai 5 Gbps combinati. È un limite che su un modello entry-level ci può stare, ma vale la pena saperlo prima dell’acquisto.
DSM e l’ecosistema software
DiskStation Manager resta il vero asso nella manica di Synology, e lo dico senza troppi giri di parole: è il sistema operativo per NAS più maturo e completo sul mercato. Lo uso da anni su diversi modelli e ogni volta che provo un NAS di un’altra marca mi rendo conto di quanto DSM sia avanti. L’interfaccia web è reattiva, il Pannello di controllo è organizzato in modo logico (Condivisione file, Connettività, Sistema, Servizi — tutto dove te lo aspetti), e il Package Center ha un catalogo che fa impressione per varietà e qualità.
La configurazione iniziale è questione di minuti. Colleghi il cavo di rete, vai su find.synology.com dal browser, segui la procedura guidata e in meno di dieci minuti hai DSM installato, lo Storage Pool creato e sei pronto a lavorare. Con i due dischi da 2 TB in SHR (Synology Hybrid RAID, che in pratica con due dischi equivale a un RAID 1) il sistema mi ha dato 1.8 TB utilizzabili — il resto se ne va in ridondanza e overhead del file system Btrfs. Ho scelto Btrfs per gli snapshot, la protezione dall’integrità dei dati e il multiversioning, e a distanza di due settimane posso dire che non me ne sono pentito.
Quello che mi ha colpito, e che colpisce ogni volta, è la pulizia dell’esperienza. Non c’è quel senso di «software enterprise calato nel consumer» che a volte si percepisce con altri brand, dove sembra di stare dentro un pannello di controllo pensato per un datacenter. DSM è progettato per essere usato anche da chi non è un sysadmin, e si vede dai dettagli: le notifiche sono chiare, le procedure guidate spiegano cosa stanno facendo, i messaggi di errore sono comprensibili. Anche la gestione dello Storage Pool è trasparente: vedi a colpo d’occhio lo stato di salute dei dischi, il tipo di RAID, la capacità usata e quella libera, la pulizia dati (data scrubbing) programmabile. Tutto ordinato, tutto dove te lo aspetti.
Test sul campo
Ammetto che la parte di testing che mi ha preso più tempo non è stata quella classica — velocità di trasferimento, consumi, rumore — ma quella legata alla suite di produttività e alle funzioni AI. Perché è lì che il NAS cerca di differenziarsi, ed è lì che l’ho messo alla prova davvero.
La prima settimana l’ho usato come NAS tradizionale: backup dei MacBook via Synology Drive Client, streaming di qualche film con Video Station (il direct play funziona senza problemi, il transcoding hardware è un’altra storia che affronto dopo), configurazione di Time Machine che ha funzionato come un orologio svizzero, test delle app mobile DS File e Synology Photos. Tutto liscio, tutto prevedibile nel senso buono.
Dal terzo giorno ho cominciato a installare i pacchetti della suite Office. Synology Office, MailPlus Server, MailPlus Client, Synology Drive (che è il prerequisito per tutto il resto), Calendar, ChatPlus. L’installazione dei pacchetti dal Package Center è immediata: cerchi, clicchi, aspetti qualche secondo. In venti minuti avevo su tutta la suite.
Ho creato qualche documento di prova, un foglio di calcolo per tenere traccia delle spese del mese, una presentazione basilare. L’editor di testo mi ha sorpreso: non è Google Docs, sia chiaro, e certi limiti li vedi — le opzioni di formattazione sono più ridotte, i template sono pochi, la gestione delle immagini inline è un po’ grezza. Ma per il 90% delle cose che faccio nel quotidiano — scrivere bozze di articoli, prendere appunti strutturati, condividere documenti con i colleghi — funziona. La collaborazione in tempo reale c’è e funziona bene con due-tre utenti simultanei, con i cursori colorati che si muovono, i commenti laterali, la cronologia delle versioni consultabile.
Un test che mi interessava particolarmente era quello delle prestazioni di rete reali. Ho trasferito un archivio da 15 GB dal MacBook al NAS via 2.5GbE e il trasferimento si è completato in poco meno di un minuto, con velocità stabili intorno ai 275 MB/s. Provando lo stesso trasferimento sulla porta Gigabit, il tempo è quasi triplicato. La differenza è reale e percepibile nel quotidiano, soprattutto quando lavori con file pesanti come video o archivi fotografici RAW. Ho provato anche la sincronizzazione selettiva di Synology Drive con la cartella dei progetti: circa duemila file tra documenti, immagini e fogli di calcolo. La sincronizzazione iniziale ha richiesto poco più di un’ora, le successive erano istantanee perché il client monitora solo i cambiamenti. Buona, anche se il client desktop su macOS ogni tanto si prende qualche secondo di troppo per aggiornarsi.
Ho testato anche Synology Photos, che ha sostituito il vecchio Moments. Per chi cerca un’alternativa a Google Foto senza abbonamenti, funziona bene: il riconoscimento facciale è accurato (ci mette un po’ a processare la libreria iniziale, questo sì, ma poi va spedito), la condivisione degli album è comoda, e l’app mobile è decente anche se non brillantissima nel design. Il backup automatico delle foto dallo smartphone funziona senza intoppi: l’ho lasciato andare per una settimana e ha caricato tutto senza perdere un colpo. Non sarà elegante come l’interfaccia di Apple Foto, ma fa quello che deve fare senza mandarti pubblicità e senza analizzare i tuoi scatti per addestrare modelli AI di qualcun altro. E nel 2025, questo ha un valore. Sul serio.
Ho dedicato qualche giorno anche a testare Active Backup for Business, configurando il backup automatico di due notebook (un MacBook Pro e un ThinkPad con Linux). La procedura di setup è guidata e relativamente indolore, e la cosa bella è che non servono licenze aggiuntive. Backup incrementali, compressione, deduplicazione. Tutto incluso. Se pensi a quanto costa un servizio equivalente in cloud per due o tre macchine, l’investimento nel NAS si ripaga in un anno, forse meno.
Una sera, verso le undici, dopo aver messo Dafne e Anubi a cuccia, ho deciso di configurare l’AI Console per curiosità. Ho aperto il Package Center, installato il pacchetto (disponibile nella sezione beta), e mi sono ritrovato davanti a un’interfaccia pulita che mi chiedeva di scegliere un provider AI. Ho inserito la mia chiave API OpenAI, selezionato GPT-5.2 come modello generativo (la lista dei modelli supportati include anche GPT-5, GPT-5-mini, GPT-4.1, GPT-4.1-mini e GPT-4o), e ho abilitato l’AI sia per MailPlus che per Synology Office. Tempo totale di configurazione: forse cinque minuti, inclusa la verifica della chiave. E la mattina dopo, quando ho aperto un documento in Office, c’era il pulsante dell’assistente AI. Lì. Nel mio NAS. Sul mio server privato. Che dire? Mica male.
Approfondimenti
Synology Office Suite: l’alternativa che non ti aspetti
Facciamo un passo indietro. La suite di produttività di Synology esiste da dieci anni — il primo lancio risale al 2015 con Spreadsheet, poi ampliata con documenti e slide nel contesto di DSM 6.0. Ma solo negli ultimi due anni ha raggiunto una maturità tale da poter essere presa sul serio come alternativa a Google Workspace o Microsoft 365. E il bello è che non costa nulla. Zero abbonamenti, zero canoni mensili, zero costi per utente. Installi i pacchetti dal Package Center e sei operativo. Fino a quando il NAS resta acceso, la tua suite office funziona.
Synology Office include documenti, fogli di calcolo e presentazioni, tutto utilizzabile via browser da qualsiasi dispositivo. L’interfaccia è pulita, non sovraccarica, e risponde bene anche su connessioni non rapidissime perché il rendering è lato server. La collaborazione in tempo reale funziona davvero: più utenti possono lavorare sullo stesso file contemporaneamente, con evidenziazione dei cursori, commenti nei margini, menzioni con la chiocciola e cronologia delle versioni. Il multiversioning protegge da errori e cancellazioni accidentali — puoi tornare indietro a qualsiasi versione precedente con un paio di clic.
I fogli di calcolo hanno pivot table, formule avanzate (ne supportano centinaia) e importazione da file Excel. Non siamo al livello di Google Sheets per quanto riguarda le integrazioni con servizi esterni, ma per l’uso quotidiano di un piccolo team — budget, tracking, inventari, reportistica — ci siamo. Le presentazioni sono la parte più debole: funzionano, ma le opzioni di design sono limitate e non aspettarti effetti da Keynote o PowerPoint. Per un pitch o una riunione interna vanno bene; per una presentazione a un cliente importante, meglio esportare e rifinire altrove.
Ora, la domanda vera è: può davvero sostituire Workspace? Per un team di cinque-sei persone che usa documenti e fogli di calcolo in modo standard, sì. Con l’aggiunta dell’AI, il gap si riduce ulteriormente. Per un’azienda con cinquanta dipendenti e workflow complessi, probabilmente no. Ma per quel target, Synology non è la scelta giusta comunque.
AI Console: il cervello che scegli tu
Ecco, questo è il pezzo forte. Arriviamo al dunque. La Synology AI Console è un pacchetto che si installa dal Package Center (al momento ancora in beta, ma già perfettamente funzionante nella mia esperienza) e che funge da ponte tra il NAS e i provider AI esterni. La cosa intelligente è che non sei vincolato a un solo fornitore: puoi collegare OpenAI, Azure OpenAI, Amazon Bedrock, Google AI Studio, Google Vertex AI, Baidu AI Cloud, oppure — dalla versione 1.2 — qualsiasi provider compatibile con le API OpenAI. Questo significa anche modelli self-hosted su un server locale, il che apre scenari interessanti per chi vuole tutto in casa.
La configurazione è disarmante per quanto è semplice. Inserisci un nome per l’integrazione, scegli il provider dal menù a tendina, incolla la chiave API, seleziona il modello generativo dalla lista e premi «Verifica e Salva». Nel mio caso ho usato OpenAI con GPT-5.2 e in meno di un minuto ero operativo. Poi vai nelle impostazioni e assegni l’integrazione ai singoli pacchetti: abiliti l’AI per MailPlus, per Office, puoi escludere gruppi o utenti specifici.
Il punto è questo: Synology non processa nulla. Non fa da intermediario, non conserva nulla, non tocca i tuoi dati. Le chiavi API restano memorizzate localmente sul NAS, le richieste partono direttamente dal dispositivo verso il provider scelto, senza transitare per alcun server di Synology. E l’AI entra in azione solo quando l’utente la invoca esplicitamente — niente analisi automatiche in background, niente invii silenziosi di dati. Per chi ha a cuore la privacy, e nel 2025 dovremmo averla a cuore tutti, è un approccio estremamente sensato.
AI dentro Office: scrivere, correggere, tradurre
Una volta configurata l’AI Console, aprire un documento in Synology Office e ritrovarsi con un assistente AI integrato è un’esperienza curiosa. Un po’ surreale, a dirla tutta: il tuo NAS sotto la scrivania che ti aiuta a scrivere. Ma funziona. Puoi chiedere all’AI di riscrivere un paragrafo, renderlo più formale o più colloquiale, accorciarlo, allungarlo, correggere la grammatica, generare un outline a partire da un’idea. Puoi tradurre l’intero documento in un’altra lingua con un singolo clic — e per chi lavora con clienti internazionali questo è un game changer.
Nei fogli di calcolo la magia succede con le formule. Puoi descrivere a parole cosa vuoi ottenere e l’AI genera la formula corretta. «Calcola la media dei valori nella colonna B dove la colonna A contiene Roma» — e ti restituisce la AVERAGEIF o la SUMPRODUCT giusta. L’ho provata con formule progressivamente più complesse e il tasso di successo è stato sorprendentemente alto, almeno con GPT-5.2 come modello sottostante.
Ma la funzione più interessante, quella che secondo me giustifica davvero l’integrazione AI, è la capacità di referenziare i file archiviati su Synology Drive. L’assistente può attingere ai documenti presenti sul tuo NAS per generare risposte contestualizzate. Se gli chiedi di preparare un riassunto di un progetto e hai i file relativi sul Drive, li usa come contesto per la risposta. Non è magia, è RAG fatto bene — Retrieval-Augmented Generation, per chi mastica il gergo — ma nel tuo cloud privato. Il fatto che i tuoi documenti non escano dal NAS (a parte il testo inviato al provider AI per l’elaborazione) è un vantaggio concreto rispetto a caricare tutto su ChatGPT.
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