Provavo per lui la stessa dolcezza che si ha verso una stanza in cui si ha il permesso di stare soli.
Lillian Fishman, Servirsi
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Provavo per lui la stessa dolcezza che si ha verso una stanza in cui si ha il permesso di stare soli.
Lillian Fishman, Servirsi

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Avevo il corpo teso, dolorante di consapevolezza per quel rispecchiamento, un dolore simile a quello che provavo guardando una foto di me adolescente. La tentazione di dimenticare la bruttezza della metamorfosi, l’amarezza di ricordarla.
Fateci caso: quando spariscono con la scusa “sei cambiata, non ti riconosco più”, è perché non possono più servirsi di voi.
Tutto, in lei, chiedeva protezione. Eppure ero affascinata dalla temeraria sregolatezza che scorgevo sotto la superficie, evidente nella sua ossessione per Nathan – o, se non proprio sregolatezza, qualche altro desiderio disperato che la spingeva fino al limite.
La sera sentivo l’assenza di Romi come una fitta lancinante ai muscoli di petto e braccia. Forse non era tanto l’assenza di Romi a farmi male, quanto l’assenza della convinzione che un giorno sarei potuta diventare, come lei, premurosa e devota. Si può nutrire un amore che non sia autoreferenziale? E in che fase della vita si è capaci di un sentimento del genere? In assenza di Romi, ogni riparo era stato abbattuto, non solo quelli in cui già vivevo ma ogni rifugio in lungo e in largo, ogni possibile stanza calda e accogliente del mio mondo, e nessuno di quei ripari sarebbe più stato ricostruito sino alla fine dei miei giorni. Romi mi aveva lasciata perché ero egoista – incapace di amare con generosità. Ennesima prova: volevo che le capitasse qualcosa di brutto, ma non troppo brutto. Che la metropolitana che prendeva per andare al lavoro avesse ogni giorno un’ora di ritardo bloccandosi in una galleria sotto il fiume. E anche ammesso che Romi non fosse così buona come avevo pensato, che fosse fallibile come tutti noi, questo in che modo poteva consolarmi? Rappresentava soltanto la fine di un sogno avuto un tempo, un sogno di un amore altruista e disinteressato.

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So che posso essere un po’ aggressiva.
È vero, disse Nathan. Ma sai anche quanto mi piaci.
La sensazione che provai sentendolo pronunciare quelle parole fu diversa da ogni altra provata prima – o meglio, fu come innamorarsi ancora e ancora, senza mai abituarsi a quella vertigine. In bocca a chiunque altro sarebbe stata un’affermazione blanda, insufficiente. Eppure ogni volta che me la rigiravo in testa era più scioccante della precedente. Tutti i termini in base ai quali pensavo di piacergli erano stati esauriti: il modo in cui facevo sesso non era più una sorpresa, né il mio corpo una novità. Ma per qualche motivo la mia bellezza gli sembrava così raffinata da continuare a incantarlo. O, se non era la mia bellezza ad accendere il suo desiderio, aveva trovato in me qualcosa da ammirare.
Provavo per lui la stessa dolcezza che si ha verso una stanza in cui si ha il permesso di stare soli. Sapevo che sarei stata felice sia non vedendolo più, sia incontrandolo un attimo dopo, e mi chiedevo come fosse possibile. In quella sensazione non c’era nulla di razionale, ma ogni volta che pensavo di agire razionalmente stavo soltanto cercando di giustificare un desiderio confuso. Sì, quella sensazione non aveva nulla di razionale, ma era la più generosa di cui avessi memoria.
Amiamo ciò che ci turba, se ci sceglie e ci dice quanto siamo importanti. Non ci piace forse un assegno appena incassato, un passaporto, la stretta di mano di un presidente, benché ognuno di questi piaceri si fondi su una crudeltà che è soltanto nascosta alla vista? Il dito indica, inequivocabilmente, noi, e ci meravigliamo di essere scelti.
So che mi ami, disse Romi. O credi di amarmi. Ma penso che a piacerti sia l’idea che ti sei fatta di me – come se fossi perfetta. Non è giusto. Ho sempre paura di deluderti.