Possiamo dire che la voce sia una delle cose più attraenti?

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Possiamo dire che la voce sia una delle cose più attraenti?

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SE GIOVANNI DA PROCIDA HA UN SOL CAVALIERE QUELLO SARÒ IO SE NE HA CENTO IO SON FRA DI LORO SE NE HA ZERO IO SON CADUTO
Mi sono stancata di sentirmi sola ogni sera e di lanciare segnali che non vogliono essere colti.
faremo seccare il mondo come gli ulivi colpiti dalla xylella lo stiamo facendo datemi una goccia di miele datemi umidità liberate i teatri dagli intellettuali, dai pensatori, dai canoni dall'insostenibilità dell'emancipazione liberate i teatri riaprite i teatri
eravamo pronti per cominciare si rompe la voce una crepa lì mi infilo lì è vero e tremano le mani ho solo il mio cuore che batte sono il mio cuore che batte togliete le sicurezze perché fa tanto paura mostrare la crepa? dove guardi? cosa cerchi? sono ben lavato? vado bene così per te? riesci a sentirmi? c'è un mondo dell'emozione che sta soffrendo c'è un respiro strozzato nel mondo dal petto alla gola che ne faremo di tutto questo? liberate il cuore datemi umidità c'è la luna stasera --- di là dal mare e tra gli ulivi, uno studio - Luigi D'Elia e Radiodervish per "Indovina chi viene a s-cena" Teatro Pubblico Pugliese E' successo l’1 febbraio in diretta dal Palazzo Marchesale di Taviano.
Con Luigi D’Elia, Nabil Salameh, Michele Lobaccaro, Alessandro Pipino Da un’idea di Luigi D’Elia Un racconto di Luigi D’Elia Musiche de I Radiodervish Bastian e Drissa, due fratelli in fuga da una guerra in Africa approdano in Salento . Li accoglie Totò, un produttore di olio, offrendogli lavoro per il tempo di una stagione. E in questa stagione sospesa tra la scomparsa degli ulivi e il ritorno dei lupi nel Salento, le sofferenze, i sogni e le incolmabili mancanze di tre uomini senza madre e mare si intrecciano fino all’anima in un racconto senza redenzione, se non per la luce della Terra rossa che generosa e antica prende in sé e trasfigura riflessi, luci e ombre di un’umanità in cerca d’Amore.
"La vita si ferma per uno solo di noi e gli altri nemmeno se ne accorgono, poi si ferma a loro e noi facciamo finta di non sapere cosa stiano passando."
- Paola Zanei

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III DOMENICA DI PASQUA
anno A (2020)
At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
https://predicatelosuitetti.files.wordpress.com/2020/04/iii-domenica-di-pasqua-anno-a-2020.mp3
Ed ecco, in quello stesso giorno, (il primo della settimana) due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
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Nello stesso grande giorno (Lc 24,13), il giorno fatto dal Signore (Sal 118,24), il giorno in cui tutto è cambiato, due discepoli di Gesù si allontanano da Gerusalemme, mentre parlano tra loro di quel che lì è accaduto. Mentre camminano, il Maestro si affianca a loro ma non è riconosciuto. Così accade al nostro discutere, al nostro conversare quando siamo tutti concentrati a dire la nostra su un evento, su qualcosa che è avvenuto e sta segnando la nostra vita. Come in questi tempi di pandemia, dove ci accorgiamo che qualcosa farà cambiare irrimediabilmente il nostro futuro, perché ha già cambiato il presente. Gesù cammina anche oggi con noi, al nostro fianco, riesci a riconoscerlo? O ti sembra andare ancora in incognito?
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Il ciclo di Emmaus, dipinti su tavola di J.M. Pirot, in arte Arcabas, chiesa della Resurrezione a Torre de’ Roveri (Bergamo), 1993-94
Parte da Lui la domanda: che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi? (Lc 24,17a) La domanda invita a penetrare nel nostro discorrere, non è semplicemente una richiesta di informazioni. E l’evangelista annota significativamente: si fermarono col volto triste (Lc 24,17b). Se è fondamentale fermarsi, come siamo stati costretti a fare quando ne va della nostra vita terrena, ancor più fondamentale è fermarsi per considerare attentamente cosa ci vuol dire la vita. È inevitabile. Come per i discepoli di Emmaus, ci troviamo anche noi difronte a un bivio. O si prende la strada che conduce alla vera vita, o si prende la strada che ti porta alla tristezza dell’ennesima delusione della vita. Cleopa è sorpreso dallo scoprire che il pellegrino non ne sappia niente (Lc 24,18). Se già gli sembrava un estraneo, adesso lo è ancora di più. Così ci sembra talvolta Dio di fronte alle notizie sconfortanti di questi mesi, così lo sentiamo a volte forse anche a casa. Dio lontano da noi. Dio che non può comprendere la nostra condizione.
Cleopa parte con il suo racconto e manifesta con 2 verbi precisi dove lui e il suo compagno si sono arenati. Noi speravamo (Lc 24,21) e ci hanno sconvolti (Lc 24,22). La speranza oramai appartiene al passato, la speranza non c’è più, la speranza era poggiata su qualcuno che non ha corrisposto alle attese. Eppure delle donne hanno portato loro una notizia inaudita, quella della tomba vuota con tanto di visione angelica che afferma l’incredibile: Gesù è vivo. Pure una delegazione di discepoli si è mossa, ma non hanno visto il Signore vivo, come la mettiamo? (Lc 24,24) Dunque 2 discepoli tristi perché sconvolti e senza speranza. Che ne dite? Non assomigliamo tanto a questi 2 fratelli di fronte a quanto ci sta accadendo? Forse che io in questi giorni al telefono non sto ascoltando tanti animi sconvolti, nelle cui parole ogni tanto affiora uno status border line tra un inizio di disperazione e un desiderio di credere?
Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,25) Siamo alla svolta del vangelo. Ricevere queste parole, anche come cristiani, è una bella botta sui denti. Come mi accadde anni fa, quando mi trovai a un bivio fondamentale della mia vita, soffrendo in totale solitudine, senza alcun conforto umano. Era notte, avevo appena chiuso le comunicazioni, mi buttai sul letto chiedendomi ancora, per l’ennesima volta, cosa ci facessi lì dove ero. Ma proprio mentre stavo per addormentarmi con quella pena, avvertii con chiarezza queste parole di Gesù uscire da qualche buco della mia anima che nemmeno conoscevo. Il vero problema dell’uomo moderno e post-moderno è sempre quello: la sofferenza. Abbiamo preteso cancellare la sofferenza e la morte non solo dalla nostra vita, ma anche dal nostro lessico. Invece, nel lessico di Dio, la sofferenza ha uno spazio fondamentale e decifrante. È un segreto che si schiude solo a chi è disponibile a fare il percorso dei due di Emmaus.
Questa volta è Gesù a parlare. Magari lo facessimo parlare di più alla nostra vita! Invece, persino davanti a un virus che ha messo in scacco tutto il pianeta, c’è una umanità che parla in continuazione, perché importante è parlare, non ascoltare. La natura ci suggerisce di fare silenzio, ma a fatica lo reggiamo. La natura ci suggerisce di rallentare, ma noi non vediamo l’ora di riprendere a far correre l’economia, il nostro “modus vivendi” di prima con il suo benessere. Di cosa parla Gesù? Se lo si vuol veramente sapere, allora dobbiamo ritornare ad osservare attentamente la sua vita nei vangeli, il suo modo di parlare, di vivere e di morire, il suo spiegarci le Scritture. Se glielo permettiamo, ci ri-innamoreremo della vera vita, che non è questione di evitarci a tutti i costi sofferenze e imprevisti. Il segreto per noi cristiani è sempre quello: farlo parlare al nostro cuore, in tempo di abbondanza o di penuria, in tempo di serenità o di oscurità, in tempo di certezze o di incertezze.
I due discepoli hanno fatto proprio così, lasciando per strada le loro discussioni. Che ne dici di lasciare anche noi tante discussioni lanciate qua e là per i social? Che ne dici di dare più tempo al silenzio, grembo della parola di Dio e di ogni autentica parola umana? Se si prova a fare come loro, lungo il cammino che ci attende avverrà che diremo anche noi al Signore: resta con noi (Lc 24,29). E Lui non ci negherà di rimanere con noi, di essere per noi Presenza che rassicura. E lo farà prima di tutto proprio in quegli stessi gesti che fece con i suoi primi discepoli, quelli che ripetiamo insieme in ogni eucarestia (Lc 24,30). Lì, nella riscoperta di cosa sia celebrare l’Eucarestia, rivedremo con i nostri occhi e sapremo chi è il Signore Gesù e chi siamo noi per Lui. Lì, se Dio ci concederà questa grazia, sentiremo nuovamente ardere il nostro cuore nel petto, dopo aver accolto nuovamente la sua Parola. E’ quanto auguro sinceramente a tutti noi, quando ci sarà di nuovo permesso di celebrare insieme la nostra fede nella S.Messa.
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EN LA ENCRUCIJADA CON JESUS
En el mismo gran día (Lc 24, 13), el día hecho por el Señor (Sal 118:24), el día en el cual todo ha cambiado, dos discípulos de Jesús se alejan de Jerusalén, mientras se hablan entre ellos de lo que sucedió allí. Mientras caminan, el Maestro se acerca a ellos, pero no es reconocido. Así pasa en nuestro discutir, en nuestro conversar cuando todos estamos enfocados en decir lo que pienso sobre un evento, sobre algo que ha sucedido y está marcando nuestras vidas. Como en estos tiempos de pandemia, donde nos damos cuenta de que algo cambiará nuestro futuro irreparablemente, porque ya ha cambiado el presente. Jesús también camina con nosotros hoy, a nuestro lado, ¿puedes reconocerlo? ¿O te parece ir de incógnito aún?
Nace de Él la pregunta: ¿qué son estos discursos que están haciendo entre ustedes? (Lc 24.17a) La pregunta nos invita a penetrar en nuestro discurrir, no es simplemente un pedido de información. Y el evangelista señala significativamente: se detuvieron con sus rostros tristes (Lc 24.17b). Si es esencial parar, como hemos sido obligados a hacerlo cuando toca nuestra vida terrena, es aún más fundamental detenernos para considerar cuidadosamente lo que la vida quiere decirnos. Es inevitable. Como para los discípulos de Emaús, nosotros también estamos en una encrucijada. O se toma el camino que conduce a la verdadera vida, o se toma el camino que te lleva a la tristeza de otra decepción de la vida. Cleofás se sorprende al descubrir que el peregrino no sabe nada de ello (Lc 24.18). Si ya le parecía un extraño, ahora es aún más. Así nos parece a veces Dios frente a las angustiosas noticias de estos meses, así lo sentimos a veces tal vez incluso en casa. Dios lejos de nosotros. Dios que no puede entender nuestra condición.
Cleofás comienza con su historia y se manifiesta con 2 verbos precisos donde él y su compañero se han arenado. Nosotros esperábamos (Lc 24.21) y nos asombraron (Lc 24.22). La esperanza ahora pertenece al pasado, la esperanza ya no está allí, la esperanza estaba sobre alguien que no correspondió a las expectativas. Sin embargo, las mujeres les han traído noticias inauditas, la de la tumba vacía con una visión angelical que afirma lo increíble: Jesús está vivo. Una delegación de discípulos también se ha movido, pero no han visto al Señor vivo, ¿cómo lo decimos? (Lc 24.24) Así que 2 discípulos tristes porque están molestos y desesperanzados. ¿Qué les parece eso? ¿No nos parecemos tanto a estos dos hermanos frente a lo que nos está pasando? ¿Es posible que yo en estos días estoy escuchando por teléfono a tantas almas angustiadas, en cuyas palabras surge un estado border line entre un comienzo de la desesperación y el deseo de creer?
¡Oh insensatos, y tardos de corazón para creer todo lo que los profetas han dicho! ¿No era necesario que el Cristo padeciera estas cosas, y que entrara en su gloria? (Lc 24.25). Estamos en el punto del Evangelio. Recibir estas palabras, incluso como cristianos, es un buen golpe en los dientes. Como me sucedió hace años, cuando me encontré en una encrucijada fundamental en mi vida, sufriendo en total soledad, sin ningún consuelo humano. Era noche, acababa de cerrar mis comunicaciones, me arrojé a la cama preguntándome de nuevo, por enésima vez, qué estaba haciendo allí donde estaba. Pero justo cuando estaba a punto de dormirme con ese dolor, claramente sentí estas palabras de Jesús saliendo de algún agujero de mi alma que ni siquiera conocía. El verdadero problema del hombre moderno y posmoderno es siempre eso: el sufrimiento. Hemos exigido borrar el sufrimiento y la muerte no sólo de nuestras vidas, sino también de nuestro léxico. En cambio, en el léxico de Dios, el sufrimiento tiene un espacio fundamental y descifrador. Es un secreto que sólo se abre a aquellos que están disponibles para hacer el camino de los dos de Emaús.
Esta vez es Jesús quien habla. ¡Ojalá pudiéramos hacerle hablar más a nuestras vidas! En cambio, incluso ante un virus que ha puesto en jaque a todo el planeta, hay una humanidad que habla todo el tiempo, porque es importante hablar, no escuchar. La naturaleza nos sugiere que permanezcamos en silencio, pero difícilmente podemos sostenerla. La naturaleza sugiere que nos desaceleremos, pero no vemos la hora que la economía vuelva a la normalidad, nuestro modus vivendi primero con su bienestar. ¿De qué está hablando Jesús? Si realmente queremos saberlo, entonces debemos volver a observar cuidadosamente su vida en los Evangelios, su forma de hablar, de vivir y morir, de explicarnos las Escrituras. Si se lo permitimos, nos volveremos a enamorar de la verdadera vida, que no es cuestión de evitarnos a toda costa sufrimiento e imprevistos. El secreto para nosotros los cristianos es siempre eso: hacerlo hablar a nuestros corazones, en tiempos de abundancia o escasez, en tiempos de serenidad o de oscuridad, en tiempos de certezas o incertidumbres.
Los dos discípulos hicieron justo eso, dejando sus discusiones en la calle. ¿Qué dicen si dejamos también nosotros tantas discusiones lanzadas aquí y allá por las redes sociales? ¿Qué dices de dar más tiempo al silencio, el seno de la palabra de Dios y de toda auténtica palabra humana? Si tratamos de hacer como ellos, por el camino que nos espera sucederá que también nosotros le diremos al Señor: quédate con nosotros (Lc 24, 29). Y Él no nos negará de quedarse con nosotros, para ser para nosotros Presencia que tranquiliza. Y lo hará en primer lugar precisamente en esos mismos gestos que hizo con sus primeros discípulos, los que repetimos juntos en toda Eucaristía (Lc 24, 30). Allí, al redescubrir lo que es celebrar la Eucaristía, veremos con nuestros propios ojos y sabremos quién es el Señor Jesús y quiénes somos nosotros para Él. Allí, si Dios nos concederá esta gracia, sentiremos nuevamente arder nuestro corazón en el pecho, después de haber acogido nuevamente su Palabra. Esto es lo que sinceramente deseo a todos nosotros, cuando se nos permitirá una vez más celebrar juntos nuestra fe en la Santa Misa.
AL BIVIO CON GESÙ, un commento al vangelo della 3a domenica di Pasqua, disponibile anche in file-audio e in lingua spagnola, entrando nella sezione "Commenti al vangelo" del menu principale III DOMENICA DI PASQUA anno A (2020) At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35 Ed ecco, in quello stesso giorno, (il primo della settimana) due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
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“Ogni scrittura è apocrifa. Sono sbalordita nel vedere tanti romanzi inoffensivi nelle librerie, privi del rischio di ardere”: una lezione di Ingeborg Bachmann
Una lezione di Ingeborg Bachmann (1947), dal titolo originario “La febbre e il limite”, in difesa della scrittura apocrifa, perché sia realmente “questione di vita e di morte trascrivere voci”.
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Signore e signori,
sono qui ancora una volta a parlarvi di scrittura. Non di commemorazioni, convegni, centenari, bicentenari, genetliaci, riscoperte postume, ma della scrittura.
E allora comincerò a dirvi la mia verità: ogni scrittura è apocrifa. Ogni scrittore, in quanto opera nel segreto del suo spirito, è apokriphos, segreto, e il suo apprendistato si esercita con una lingua scritta e consumata nei secoli da altri scrittori, vissuti prima di lui e alla ricerca della loro anima. Cosa significa tutto questo? Che lo scrittore, proprio perché è autentico, si abbevera alla fonte da cui altri hanno già bevuto. Non vi sembra straordinario e contraddittorio? Una sincerità dell’anima che si basa su una forma di vampirismo? A me sembra splendido e assoluto. Dirò di più: inevitabile.
La scrittura, quando espelle i suoi prodotti letterari, diventa quello che deve essere: un’etica del pensiero, una direzione del sentire: una forza che ci strige lì, nel regno della parola a sperimentare, in modo scandaloso, l’inadeguatezza dei nostri strumenti. Ma ognuno canta con la sua voce, indossa la sua maschera, cammina con il suo passo. Ed è osando il proprio tono e non un altro, preso a prestito dalle tradizioni della letteratura, che la scrittura smette di essere inoffensiva e diventa energia pulsante e trasgressiva, diagramma spezzato di una febbre.
Anche un romanzo di successo, con le sue psicologie logore e i suoi paesaggi dèja vus, è apocrifo perché un autore inventa comunque un personaggio altro da sé: comico è il sussiego con cui le azioni e i pensieri del tronfio protagonista sono descritti dall’occhio vanesio dell’io scrivente come tappe esemplari dello sviluppo di una verità. Divagazioni impressioniste, biografie romanzate, cronache giornalistiche, resoconti storici: stupisce la volgare sicurezza con cui la scrittura pretende di dipanare, risolvere, classificare, con l’Autorità della scrittura.
Ma, dentro questa ridicola autorità si può essere scrittori? Si può realmente evitare, nel momento in cui si dice io, l’identificazione allucinatoria con il personaggio che osa dire io? I veri poeti sentono questa folle adesione a una forma di bellezza e scrivono un’opera poetica sempre coerente, non casuali raccolte di versi.
Sono sbalordita nel vedere tanta scrittura dilapidata nelle librerie, inoffensivi esercizi stilistici, trattati di cucina e di ginnastica, pamphlets sulle regole del benessere, e quanto l’utopia della letteratura, il rischio di ardere delle proprie parole, il gettarsi allo sbaraglio con lo scopo di trasformare, influenzare, mescolare passati e futuri, sia considerata solo un’antiquata retorica da “romantici maledetti”.
Non sto parlando, ovviamente, di trasformazioni linguistiche: con la lingua hanno giocato e sperimentato non solo le avanguardie. Riscopriamo alcuni autori barocchi o medioevali e vedremo che il surrealismo è una rivelazione già preannunciata dalle bibbie dei monaci e dai trattati di oniromanzia.
Ma il gesto – quello che determina la scrittura – dove trovarlo? Lo scrittore apocrifo non gioca con la storia, non divaga con i destini, non costruisce biografie: prende una vita umana, consegnata all’erbario delle storie dell’arte, della poesia e della filosofia, e la provoca, la smaschera, la interroga: le fa rivelare sorprendenti segreti, fantasie più vere della realtà, che fanno esplodere tutte le storie e tutti i cimiteri, riconsegnando alla vita quanto di una vita è stato immaginato vivente.
Ecco di cosa ci parla sempre la scrittura apocrifa: di questa scandalosa, calda, insopprimibile vita. La vita di chi ha vissuto o tentato di vivere con l’etica del suo pensiero è ancora tutta da esplorare. Il suo destino terreno si è concluso ma solo in parte. Bisogna perturbare il passato per scoprire le prospettive nascoste da altri destini: ma il compito è immane perché alle nostre spalle non ci sono solo enciclopedie letterarie o biografie romantiche ma anche tutta quella sterminata popolazione di anime ignote che solo nella folle fantasia dello scrittore apocrifo possono ritrovare la voce. Sarà sempre una voce falsa, come sempre falsa è la scrittura, ma di un falso assolutamente vero, sostenuto da una necessità etica: quella di dare forma all’impossibile e pensiero all’impensabile.
Non saprei concepire migliore utopia: scrivete in questo senso, se volete scrivere. Se invece amate l’ars scribendi, crepate pure nei vostri peccatucci lirici. Io vi consiglio di pensare la scrittura come io penso il mio corpo percorso dal sangue. Non godete delle singole immagini, non rendete l’arte una consolazione da femminucce. Pensate che è vostra, nell’arte, se lavorerete come ossessi, la scelta di una traiettoria e di un destino che non vi consentirà scampo, e questo destino è apocrifo: sia che parli di sé, del fratello, del padre, della madre o di un altro personaggio, lo scrittore è condannato a essere apocrifo, a dire quanto sarebbe indicibile, a parlare di quanto varca i confini della parola.
L’atto di scrivere è apocrifo perché la pagina nata dalla volontà dello scrittore parla della sua alienità dalle forme sociali, del suo scaraventarsi verso il proprio destino, oltre le rassicuranti leggi della grammatica del ‘bello scrivere’, derise in modo implacabile e definitivo dal Bouvard et Pecuchet. Ma nella pagina scritta vibra anche tutta la determinazione del gesto che è stato svelato e non ci sono esercizi, favole, generi e nuore letterarie: solo un fuoco che brucia del suo essere fuoco, che scrive e riscrive l’impulso da cui è generato.
In questo secolo gli scrittori si cercano in chi, per somiglianza di passione e di follia, nei secoli passati, ha cercato ciò che loro vanno cercando: una verità etica, un momento in cui il dire, simile al non-dire, espone con ardore il suo tormento. La maschera dell’apocrifo diventa così la via della scelta, la tensione del proprio destino. L’uccello canta o la pianta fiorisce, ma quell’uccello e quella pianta parlano delle stagioni passate e future che giustificano quella presente come la luce le ombre infinite che l’hanno generata.
Ci sono coincidenze che rendono l’immaginazione un povero riflesso che graffia appena la realtà sommersa. C’è sempre un momento in cui la mano che scrive, mozzata dal corpo, non ha necessità di avere un nome che la definisca, un’identità che la giustifichi.
Io ho sempre cercato una lingua universale, la lingua dei perduti e dei giusti; l’ho cercata nel passato, la cerco nel presente, la cercherò nel futuro: ma in realtà non è una lingua, è un gesto costruito dalle unghie della mano, una carezza modellata dalla carne delle dita, una posizione conquistata, una strategia di difesa. È una lingua del tatto, fatta di lacrime e di voci, con cui la sentinella-vedetta esprime il suo lamento.
L’opera è sangue. Ma costrizioni e fantasmi hanno bloccato il fluire naturale della circolazione sanguigna. Allora, per sopravvivere, abbiamo sviluppato le anastomosi vicine, i circoli collaterali, abbiamo ingigantito vasi fragili e sottili, che non potevano sopportare tutta la pressione del flusso, e tuttavia ne abbiamo fatto il nostro regno assoluto, rischiando sempre l’emorragia del delirio, la rottura della parete. Il non senso della morte. Ma siamo ancora qui, oggi, a conservare questi fragili vasi perché il sangue continui, nonostante gli ostacoli, a scorrere. E non solo nei nostri corpi incompiuti ma anche in altri corpi, che hanno condiviso il nostro stesso destino. Per questo vogliamo la scrittura apocrifa: per trovare corpi fratelli in cui il sangue non è circolato abbastanza, per rimuovere i trombi e gli emboli da quelle arterie, per cercare nuove strade al vecchio sangue che non ha mai pulsato come doveva pulsare.
E se la scrittura apocrifa, che tutti suppongono vampira, invece di nutrirsi del sangue dei morti nutrisse lei i morti, trasformando antiche scritture ghiacciate e compatte in diagrammi discontinui e convulsi che cercano, azzerando le differenze fra i secoli, quell’enigma indecifrabile, quell’impensabilità dell’arte che si nasconde sotto la greve superficie dei capolavori e dei monumenti? Chiedo che il paradosso della scrittura sia accettato, tollerato, rispettato, e pertanto non risolto. Ciò che in arte chiamiamo imperfezione non fa che rimettere in moto ciò che perfetto non è. Una volta spenti i riflettori e ogni altra forma di illuminazione, la letteratura, lasciata in pace e al buio, risplende di luce propria, e le sue creature vere, commuovendoci ancora oggi, emanano bagliori. Le opere sono punti morti e punti di luce, frammenti in cui si avvera la speranza della lingua intera, che dirà i mutamenti dell’uomo e i mutamenti del mondo: questa lingua, questa koiné dell’arte nei secoli, è il frammento di confessione che non smette di agitare la lingua del morente per l’ultimo respiro. E il morente è l’esegeta, il traduttore, il posseduto, il camaleonte di questo sospiro: abbandonato dai destini che lo avevano invaso, tace e torna a vegliare, in attesa che l’aria vibri ancora e torni questione di vita e di morte trascrivere voci…
Ingeborg Bachmann
A cura di Marco Ercolani
L'articolo “Ogni scrittura è apocrifa. Sono sbalordita nel vedere tanti romanzi inoffensivi nelle librerie, privi del rischio di ardere”: una lezione di Ingeborg Bachmann proviene da Pangea.
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