“Io non voglio far male a nessuno, ma voglio salvare me stesso, e non so come.”
Lev Tolstoj, “Anna Karenina”.

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“Io non voglio far male a nessuno, ma voglio salvare me stesso, e non so come.”
Lev Tolstoj, “Anna Karenina”.

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Ogni volta che mi viene detto “sei così gentile” sono molto felice di me stesso ma allo stesso tempo resto come stranito. È mai possibile che salutare sorridendo, dire buongiorno e buon lavoro ad un* commess* , rispondere sorridendo ad un* camerier* o ad un* barista in difficoltà senza metterlo sotto pressione, offrire una parola di conforto, del semplice ascolto, una semplice chiacchiera con calore, con affetto sia diventato così strano? Quand’è successo? Forse il mio essere un vero e proprio asociale mi ha tenuto a distanza da questa trasformazione o forse è stata proprio questa trasformazione ad allontanarmi dalle persone…credo fortemente che l’amore e la gentilezza possono salvare vite tanto quanto la medicina. Offrire conforto, ascolto, un sorriso sincero, un abbraccio, una risata quante persone potrebbe salvare? Quante persone si sentono sole, abbandonate, incomprese, strane, diverse, fallite, in ritardo col loro percorso di vita, impossibili da amare, impossibili anche solo da frequentare, perse, a pezzi, sbagliate? Ogni volta che scelgo consapevolmente di aiutare qualcuno con appunto dei piccoli gesti quasi innocenti mi sento effettivamente utile a questo mondo, importante. Perché io stesso sono passato per quelle sensazioni orribili, distrutto dai brutti pensieri, dall’ansia, facendo l’amore con l’idea di farla finita. Ed a volte quei momenti ritornano, alla fine ci impari a convivere non li lasci mai veramente. Chi ha abbracciato la vera oscurità se ne porta una parte con sé per sempre. Però quella parte di oscurità per quanto spaventosa ho scelto consapevolmente di utilizzarla come qualcosa di utile. Posso aiutare le persone a non sentirsi come mi sono sentito io per un sacco di tempo: posso ascoltare le persone mentre mi raccontano qualsiasi cosa per tutte le volte che nessuno l’ha fatto con me, posso offrire un abbraccio per tutte le volte che ho dovuto abbracciare il cuscino, posso congratularmi e festeggiare un successo di qualcuno per tutte le volte che ho dovuto dirmi da solo “bravo, ce l’hai fatta”, posso donarmi nella speranza di poter alleggerire anche solo per un minuto la sofferenza di qualcuno. E lo so che questa cosa non salverà il mondo, non posso salvare tutte le persone. Ma per le persone con cui entro in contatto assolutamente sì. Nessuno può conoscere le battaglie che le persone stanno combattendo dentro di loro o quanto siano a pezzi e penso che proprio per queste servirebbe gentilezza, un minimo di amore. Un semplice sorriso può riparare ferite enormi. Un abbraccio può rimettere assieme pezzi di anima. L’ascolto può alleggerire il peso anche solo per un secondo. Questo è quello in cui credo: in un mondo sempre più avvilente scelgo di credere nell’amore, la cosa più bella e potente che abbiamo.
In questo inferno pieno di fiamme tu sei il diavolo che mi ha salvata.
Lucrezia Beha
✍️🐦🔥🤲🏻🙏🏻💞
La geografia del dolore
Mi sono chiesta tante volte come si possa dormire dopo aver passato il giorno a distruggere qualcuno. Come si possano chiudere gli occhi sapendo di aver cercato il punto esatto in cui fare più male, preso una fragilità conosciuta, una paura confessata in un momento di fiducia, una ferita mostrata senza difese, e averla trasformata in un’arma.
Come si possa guardare una persona consumarsi lentamente e continuare a provocarla, umiliarla, farla dubitare di se stessa. Spingerla fino al limite e poi, quando finalmente esplode, indicarla e dire: «Vedete? È lei quella sbagliata.»
È una delle forme più crudeli di violenza: ferire qualcuno fino a farlo reagire e poi usare la sua reazione come prova della sua colpa.
E tu rimani lì, incredula, a chiederti come sia possibile che nessuno abbia visto tutto ciò che è accaduto prima di quell’ultimo istante.
Io sono stata stanca.
Stanca di dover spiegare ciò che sentivo. Stanca di difendermi da ferite che non avevo provocato. Ferite che non sanguinano, non lasciano lividi, non compaiono nelle fotografie. Eppure entrano lentamente dentro di te e si siedono nelle stanze più profonde dell’anima.
Stanca di sentirmi dire, in modi diversi, che ero troppo sensibile, troppo fragile, troppo emotiva, troppo difficile.
Quando, in realtà, stavo semplicemente cercando di sopravvivere a qualcosa che mi stava consumando.
La cosa più dolorosa non è stata soltanto essere ferita. È stato essere ferita proprio da chi avrebbe dovuto proteggermi. Da chi conosceva le mie debolezze perché gliele avevo affidate, le mie paure perché mi ero mostrata senza maschere, i miei punti più fragili perché avevo avuto il coraggio di fidarmi.
E forse è questo che fa più male: scoprire che la fiducia, nelle mani sbagliate, può diventare una mappa per arrivare al cuore.
Non immaginavi che un giorno qualcuno avrebbe imparato a memoria la geografia del tuo dolore, soltanto per sapere esattamente dove colpire.
Essere consumati lentamente è difficile da spiegare.
Non succede tutto in un giorno. Succede una parola alla volta, un silenzio alla volta, una provocazione alla volta. Una piccola umiliazione nascosta dentro una frase. Un gesto che ti fa dubitare di te. Un’accusa che ti costringe a difenderti per qualcosa che non hai fatto.
E tu resisti.
All’inizio resisti perché ami. Poi perché speri. Poi perché vuoi capire. Poi perché vuoi salvare ciò che resta.
E infine resisti soltanto perché non sai ancora come si fa a smettere di combattere per la propria vita interiore.
E allora ti domandi:
«Come ho potuto permettere che arrivasse così lontano dentro di me?»
Ma non eri debole.
Eri fiduciosa.
Non eri ingenua.
Eri capace di amare.
Non eri incapace di reagire. Stavi cercando disperatamente di non distruggere ciò che avevi costruito.
Hai sopportato perché speravi che l’amore potesse ancora riconoscere l’amore. Hai perdonato perché dentro di te c’era ancora una parte che aspettava di essere vista. Hai dato possibilità perché non volevi credere che una persona che avevi amato potesse diventare proprio il luogo da cui avresti dovuto proteggerti.
E questa è forse la parte che nessuno vede: mentre ti ferivano, tu continuavi a cercare una spiegazione che potesse salvare anche loro.
Persino quando avresti avuto mille ragioni per andartene, una parte di te continuava a chiedersi: «E se domani cambiasse?»
Ma il domani è arrivato.
E non ha cambiato loro.
Ha cambiato te.
Poi arriva un momento in cui qualcosa dentro si spezza. E finalmente inizi a smettere di essere ciò che gli altri hanno bisogno che tu sia.
Per molto tempo ho pensato di dover diventare diversa. Più forte. Più fredda. Più distante. Meno capace di sentire.
Poi ho capito.
Non devo diventare una persona che non può più essere ferita. Devo diventare una persona che, quando viene ferita, sa tornare a se stessa.
Perché io non sono le parole che mi sono state dette. Non sono le umiliazioni che ho subito. Non sono le accuse, le provocazioni, né il momento in cui ho perso la pazienza dopo essere stata spinta oltre ogni limite.
Io sono anche tutto ciò che è rimasto vivo nonostante tutto.
Sono quella parte di me che, mentre tutto crollava, continuava a cercare una finestra.
Sono la donna che ha pianto, ma non ha smesso di guardare avanti. Quella che ha avuto paura e ha continuato a camminare.
E allora raccogli la donna che eri prima di cominciare a dubitare di te.
Quella che rideva senza chiedersi se disturbasse. Quella che amava senza paura. Quella che entrava in una stanza senza domandarsi se fosse abbastanza. Quella che non aveva ancora imparato a chiedere permesso per esistere.
E lentamente torni.
Un giorno, forse senza nemmeno accorgertene, smetterai di chiederti perché qualcuno abbia scelto di farti male.
Perché alcune domande non meritano tutta la vita che consumano.
Non avrai più bisogno che la persona che ti ha spezzata sia anche quella che deve ricomporti.
Quel giorno non avrai bisogno di vendetta.
Avrai qualcosa di molto più grande:
la tua libertà.
Non tornerai quella di prima. Sarai diversa.
Più silenziosa davanti a ciò che non merita spiegazioni. Più attenta a chi lasci entrare. Più fedele a te stessa. Meno disposta a confondere l’amore con la sopportazione.
E finalmente capirai che non sei rinata quando qualcuno ha smesso di ferirti.
Sei rinata quando hai smesso di permettere a ciò che ti aveva ferita di decidere chi saresti diventata.
Allora raccoglierai i pezzi.
Non per ricostruire la donna che eri, ma per costruire, pezzo dopo pezzo, quella che nessuno potrà più convincere di non meritare la luce.
Perché dopo essere stata spinta così tante volte verso il buio, hai finalmente imparato una cosa:
non tutto ciò che viene spezzato è perduto.
A volte, proprio nelle crepe, entra la luce.
E questa volta,
la luce
la scegli tu.
Un mattino ti sveglierai e ti accorgerai che qualcosa è cambiato.
Non avrai dimenticato.
Ma non farà più rumore.
Il passato sarà ancora lì, ma non avrà più le chiavi di casa tua.
E guardandoti allo specchio non vedrai più una donna distrutta.
Vedrai una donna che è passata attraverso il fuoco senza diventare cenere.
E forse allora comprenderai che la tua rinascita non sarà diventare più dura.
Sarà diventare più vera.
Non chiuderai il cuore.
Lo proteggerai.
Non smetterai di amare.
Smetterai di tradire te stessa per essere amata.
Non diventerai fredda.
Diventerai libera.
E quando qualcuno proverà ancora a convincerti che sei troppo fragile, troppo intensa, troppo sensibile, troppo difficile da amare, sorriderai piano.
Perché saprai finalmente che la sensibilità non era la tua condanna.
Era la parte di te che è rimasta viva.
Quella che, nonostante tutto, ha continuato a sentire, a sperare, a cercare la luce.
E sarà proprio quella parte, quella che credevi distrutta, a prenderti per mano e portarti fuori.
Verso una vita che ancora non conosci.
Verso una casa interiore dove nessuno potrà più entrare con le scarpe sporche sul tuo cuore.
E lì, finalmente, respirerai.
Non perché il dolore non sia mai esistito, ma perché avrà smesso di decidere chi sei.
E allora potrai dirgli:
«Ti ho attraversato.
Mi hai cambiata.
Mi hai tolto molto.
Ma non mi hai tolto me.»
E sarà quello il giorno in cui capirai davvero di essere rinata.
Non quando avrai dimenticato ciò che ti è stato fatto, ma quando, guardando tutto ciò che è rimasto di te, scoprirai che la cosa più importante è ancora intatta:
la tua capacità di amare senza più abbandonare te stessa.
E quella volta, quando tornerai a casa dentro di te, non te ne andrai mai più.
“Ascolta sempre il tuo sesto senso.
Quella sensazione tra pelle e sangue che sa molto prima di te cosa e chi potrà salvarti o distruggerti.
L'anima non mente, non zittirla. metti in salvo ogni respiro.”
— Natascja Di Berardino

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“Nella mia vita?..
Ho visto molto..
Ho salvato il mondo mentre morivo..
Ho perso pezzi di me stesso solo per spingere più forte per gli altri..
Sono stato usato.. Abusato.. E tradito..
La mia innocenza, la mia lealtà e il mio amore..
Tutti usati come pezzi su un tavolo.
Ho avuto il mio corpo e la mia anima spezzati più di una volta..
Eppure ho affrontato la notte..
E ora per una volta?..
Vorrei vivere un po' a mie spese.”
“Anche oggi cercheremo una breccia. Una parola che ci possa salvare." E. Montale.