" Al tavolino accanto c’è un uomo che mangia da solo. Un professionista in giacca e cravatta, forse un impiegato delle banche che proliferano in questo quartiere, o un dirigente di qualche tipo. Sui quarant’anni. Stempiato. Si accorge che sto piangendo. Alza gli occhi dal suo piatto e mi guarda. Non un’occhiata veloce, mi fissa. Il suo sguardo all’inizio è quasi divertito. Un uomo che piange in pubblico: deve trovare la cosa imbarazzante e ridicola. Io naturalmente me ne frego. Sono al di là del bene e del male, delle opinioni della gente, del senso dell’opportunità, dei criteri che qualificano determinati comportamenti come idonei o meno alla vita sociale. Io sono solo sofferenza, in questo momento. Piangere mi rappresenta e mi identifica. Le regole del mondo non mi appartengono più. Vuole guardare? Guardi.
Lui ha perso il ghigno in volto. Ha smesso di trovarmi divertente, ora è curioso. Vuole capire perché stia piangendo. Non mi toglie gli occhi di dosso, le mie lacrime sono il suo intrattenimento: la sera cena davanti alla TV, oggi pranza davanti al mio strazio. Non mostra il minimo ritegno, io sto offrendo uno spettacolo patetico e lui è intenzionato a goderne fino in fondo. Anche Maria Teresa ha smesso di mangiare. Non sono discorsi che conciliano l’appetito. Mi propone di uscire. Io acconsento, per accontentare lei, non perché abbia preferenze. Per piangere un posto vale l’altro. Mentre mi alzo, punto lo sguardo sul mio spettatore. Neanche il confronto diretto lo intimidisce. Continua a fissarmi senza alcun imbarazzo. Usciti in strada, mi giro un’ultima volta verso l’interno dalla vetrina. Lui è ancora là, che mi segue con gli occhi: non si capacita che io abbia la sfrontatezza di piangere anche per strada. "
Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta, Mondadori, 2023¹; pp. 75-76.















