All’inizio si è presentato con il volto di un principe. Le parole giuste, il sorriso che incanta, le attenzioni che fanno abbassare ogni difesa. Sembrava il compagno perfetto, quello che leggeva nei miei silenzi, che sapeva colmare i miei vuoti con promesse e carezze. Io, ingenua, ho creduto alla favola, mi sono lasciata avvolgere dalla sua rete di menzogne, convinta che fosse un dono, che fosse destino.
Ma i mostri non si rivelano subito. Si nascondono dietro maschere affascinanti, ti lasciano credere di essere al sicuro prima di svelare la loro vera natura. E così, giorno dopo giorno, la sua pelle si è squarciata, lasciando emergere il suo vero volto. Non era più il compagno premuroso, ma un’ombra fredda e distante. Un predatore emotivo che si nutriva delle mie insicurezze, che giocava con la mia mente per tenermi incatenata.
Ogni sua parola era un veleno sottile, ogni gesto calcolato per confondermi, per farmi dubitare di me stessa. Quando cercavo di avvicinarmi, si ritraeva. Quando cercavo di andarmene, mi gettava addosso briciole di affetto, abbastanza per farmi restare. Mi ha spogliata della mia sicurezza, mi ha fatta sentire piccola, sbagliata, mai abbastanza. Mi ha legata a lui con fili invisibili, intrecciati con il senso di colpa, con la speranza che un giorno sarebbe tornato quello di prima.
Ma il mostro non cambia. Il mostro si nutre del tuo dolore.
E io gliene ho dato troppo. Ho sacrificato il mio tempo, il mio sonno, la mia gioia, mentre lui restava impassibile, spettatore del mio tormento.
Ora, mentre guardo scorrere sullo schermo migliaia di messaggi che una volta ho riletto fino allo sfinimento, sento il peso della verità: non erano parole d’amore, erano catene. E cancellarle non è solo un gesto, è un atto di ribellione. È il mio modo di strappargli il potere che aveva su di me, di distruggere l’ultima illusione rimasta.
Ogni messaggio eliminato è una ferita che si chiude.
Ogni riga che scompare è un passo verso la libertà.