La parte piÚ lunga e difficile per una persona intelligente è riuscire a perdonarsi il fatto di aver commesso un errore molto stupido.
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La parte piÚ lunga e difficile per una persona intelligente è riuscire a perdonarsi il fatto di aver commesso un errore molto stupido.

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Posso solo immaginare il dolore al petto di un grande scrittore del passato che muore due volte quando si ritrova citato sotto la foto di un culo nel 2026.
Mi perdono, perchĂŠ piĂš le cose sembrano ovvie piĂš ci vuole una vita per capirle.
devi perdonare la parte di te che non sapeva gestire quello che gli stava accadendo.

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di Silvia Cuevas Morales
Io non so se questa mia vita sta spianata su un buco vuoto. Non so se il silenzio che indago è intrecciato alla mia sostanza molle. Io non so se quello che cerco e ho cercato e cercherò, non so se quello che cerco è un insulto a quel vuoto. Non so se questo fatto di non avere un paio di ali, sia premio o castigo, io non so se la polveriera della mia inquietudine sia un trono su cui mi siedo minacciato, se la fuga che a scatti regolari mi pungola, se quel puerile sogno di fuga sia uno sgambetto dâangelo, dâun buffone dâangelo che mi vuole inciampare.
Io non so se lâamore sia una guerra o una tregua, non so se lâabbandono dâamore sia una legge che la vita cuce fino al ricamo finale. Io non so che farmene di questi nemici che premono, non so che farmene oggi di questo oggi e me lo ciondolo fra le dita perplesse, non so parlare quello che è sentito nel profondo me, non so parlarlo quellâessere qui presente fra le vite degli altri.
Io non so spiegarmi lâimperturbabilitĂ di Dio, e non mi spiego di non udire il suo grave lamento, il suo urlo di collera o dâamore, e non so vederlo che sono in cecitĂ ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io guardando le facce indolorate, guardando le facce con grave malattia terrestre, io non so invocarlo nĂŠ bestemmiarlo che è troppo nella sottrazione e troppo astratto per i miei chili umani.
Io non so forse non voglio consegnarmi negli uffici del mondo, e stare buono nelle sale dâaspetto della vita. Io non so nientâaltro che la vita e molte nuvole intorno che me la confondono me la confondono e non so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo sporgermi al tempo che viene. Io non so e vorrei, vorrei, non so stare fuori misura, fuori misura umana, fuori da questa taglia finita.
Io non so perchĂŠ guardando lâacqua del mare mi salta in petto una gioia di figlio con la madre. Non so se questa uscita mia in un secolo a caso, se questo essere qui a casaccio, io non so spiegarmi questa malattia allâattacco del mondo, non so guarire questa malattia che indolora e vorrei sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di tregua, in unâarcadia anche retorica, in un dormire abbracciato dei guerrieri che si innamorano.
Io non ho capito e dovrei, non ho capito il mondo della vita, io non ho capito la legge sottostante e non ho da fare la consegna a questi eredi cuccioli che aspettano, che esigono da me lâaver capito. Io non so la canzone che spensiera e non so soccorrervi non so pur volendolo con quella forza di cagna che dĂ il latte, non so soccorrervi nel vostro sbando, io non so farvi un canto della guarigione, non so farvi da balsamo io non so mettervi nel coraggio essenziale, nello slancio, nel palpito.
Il mio Graal lâho ritrovato e perso cento volte.
Io non so se le particelle piriche del mio disagio fanno una miccia che incendia. Non so se lâAttila del mondo ha una forza che straborda le mie dita pacifiche, non so se indurlo a guerrigliare, non so se indurlo se sedurlo se ridurlo a sagoma di sogno, non so se alzare bandiera bianca o finirò impantanato nella sua normalitĂ stupefacente, nella sua normalitĂ di Attila che fa terra bruciata, non so se battermi, essere patriota di unâidea sollevata, non so se fare il giuramento alla primavera che dice la sua infiorando e incantando, non so se slanciarmi nel cataclisma barbarico e dare un goccio dâacqua alle bocche screpolate dei fratelli, non so se fare il giuramento a questa tregua domestica, se fare il giuramento delle pance satolle o azionare un voltafaccia che strozza ogni boccone. Non so se nellâuno o nellâaltro caso sono salvo, se sono salvo quando viene lâangelo col suo atto dâaccusa, e ci condanna ancora ad una logica finanziaria e poi dĂ lâordine di sospendere le vite.
Io non so se la bellezza è questa accademia di centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa carnevalesca decadenza di saltimbanchi, io non mi spiego la crocifissione della grazia, e non mi spiego perchĂŠ mi trovo qui, in questo covo rivoltato in questa fossa con gli orchi attuali in questo lato barbarico della specie, e non so perchĂŠ stando ad occidente non si ode quellâalleluia delle cose. Io non so se in questa schiena senza ali ci sono grandi pianure da cui fare il decollo, se in questa spina dorsale ci sono istruzioni per la manovra di decollo, se sono io la freccia di questo arco della schiena, se sono io arco e freccia, non so in quale mano non mano o zampa di Dio mi stanno torchiando, e sottoponendo al duro allenamento dei dolori terrestri.
Io non so se la solitudine, se quello strazio chiamato solitudine, se quellâandare via dei corpi cari, se quel restare soli dei vivi, io non so se quel lamento della solitudine, se quel portarci via le facce se quel loro sparire di facce che avevamo dentro il respiro, non so se il dono sia questo portarci via le carezze, questa slacciatura. Ă poco il poco che so e di questo poco io chiedo perdono. Io chiedo perdono per quello che so, perdono io chiedo per tutto quello che so.
Mariangela Gualtieri
da âFuoco centrale e altre poesie per il teatroâ, Einaudi, Torino, 2003
Traballo tra abissi dinamici che m'afferrano