“Ora non ho bisogno di nulla. Un tempo di tutto. Ma allora non ci fu nessuno per me. Ora mi tengo il molto male che nessuno può togliermi, e il poco bene che nessuno può attribuirsi.”
Giovanni Pascoli, Aforismi.
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“Ora non ho bisogno di nulla. Un tempo di tutto. Ma allora non ci fu nessuno per me. Ora mi tengo il molto male che nessuno può togliermi, e il poco bene che nessuno può attribuirsi.”
Giovanni Pascoli, Aforismi.

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Ti guardavo e non facevo che pensare a quella poesia di Pascoli, ricordandone piccoli pezzi. Lo scalpitio, il “trap trap” degli zoccoli, pensavo a quel verso finale e alle varianti che per qualche motivo mi sono rimaste in testa, come mi è rimasta in testa la “cadenza anapesto-dattilica”. Come qualcosa di cui ricordi il suono e non il significato.
Qui ti hanno immaginata molto carina, colorata,
più appariscente e sgargiante di come ti ho conosciuta io fino ad ora, ma accurata nel tuo essere ingiusta, inaspettata anche quando attesa, incessantemente in avvicinamento.
Giovanni l’ha pensata proprio bene, una volta che ne senti lo scalpitio non puoi più fare finta, sai che per quanto lontano il rumore dal piano si avvicina.
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"Perché dolore è più dolor, se tace"
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
Pascoli

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Perché dolore è più dolor,
se tace.
- G. Pascoli
Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. [...] Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perché accarezza esso come sorella [...], accarezza e consola la bambina che è nella donna. [...] Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. [...] E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.
C'è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi...
Il fanciullino - Giovanni Pascoli
[...] Era Odisseo: lo riportava il mare / alla sua dea: lo riportava morto / alla Nasconditrice solitaria, / all’isola deserta che frondeggia / nell’ombelico dell’eterno mare. / Nudo tornava chi rigò di pianto / le vesti eterne che la dea gli dava; / bianco e tremante nella morte ancora, / chi l’immortale gioventù non volle. / Ed ella avvolse l’uomo nella nube / dei suoi capelli; ed ululò sul flutto / sterile, dove non l’udia nessuno: / — Non esser mai! non esser mai! più nulla, / ma meno morte, che non esser più! —
Giovanni Pascoli, Poemi Conviviali, “L’ultimo viaggio”, canto XXIV: “Calypso“