On the run! I was originally going to animate this for my birthday but i had a busy work week and lost patience hehe... I managed to line Karz's cycle before crumpling up

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IL MARE RACCONTA
Sono sceso sulla spiaggia e guardavo il mare che pigro e indifferente, lasciava che le sue correnti disegnassero pigre onde dai colori cangianti.
Gli ho chiesto âallora mare, quale storie mi hai portato oggi?â
âCâĂš un pullman azzurro, che corre lungo una strada vicino al mare, porta dei prigionieri che tornano a casa. Il pullman Ăš pieno di canzoni, di risate, e dai finestrini, uomini magri, deboli e stanchi, avvolti nelle loro bandiere salutano la gente che lungo la strada aspetta il passaggio del pullman che sventolano bandiere e lanciano fiori mentre li saluta felice. Il pullman Ăš diretto presso una piazza di una grande cittĂ dove si Ăš raccolta tanta gente: donne, soldati feriti o in libera uscita, vecchie donne con fiori e dolci e un generale e un una persona importante che guardano seri la strada dove deve arrivare il pulman, ripetendosi il discorso che hanno preparato copiandolo da vecchi giornali. Tutti attendono felici il pullman e chi trasporta, sorridendo e chiedendosi da quanti anni non avevano visto che aspettano, quando loro erano rinchiusi nelle baracche in mezzo al nulla, dove nonno gelo giocava a gelare il sangue nelle vene e la disperazione era il pane quotidiano.
Da parte, in un angolo della piazza câĂš una donna e un bambino che in silenzio guardano la strada. Hanno in mano una foto di uomo in divisa, fatta con una vecchia stampante. La madre vuole mostrarla ai soldati liberati nella speranza che qualcuno sappia dirle se lo ha visto, se Ăš vivo o se Ăš morto. Il bambino ha la faccia seria, quasi seccata. Non Ăš la prima volta che vengono in quella piazza e aspettano un camion azzurro e, come per le altre volte, torneranno a casa senza nessuna notizia o speranza. Sua madre chiederĂ , ma nessuno, nel risponderle, la guarderĂ negli occhi. Eâ questo il ragazzo ormai lo ha capito: se quando ti rispondono, non ti guardano negli occhi, o non dicono il vero o non sanno di cosa si parla. Ma la mamma ci vuole ancora credere, ci ha sempre creduto e se smettesse di crederci, ne morirebbe. Per questo il ragazzo tiene la foto sbiadita di fronte a se. Ha visto troppe macerie, troppe tombe, ha i piedi gelati dal freddo e il cuore senza piĂč sorrisi ma mostra alta la foto.
Quando arriva il pullman si alza sulla punta dei piedi per far vedere la foto in mezzo alla foto che si riunisce vicino al pullman e ripete forte il nome di suo padre anche se sa giĂ che quella notte, sua madre piangerĂ ancora.â
âEâ una storia triste â dico al mare che racconta le cose senza giudicarle o giustificarle â non ne sai un'altra?â
âCâĂš una lunga spiaggia sabbiosa vicino a una cittĂ distrutta dalle bombe. Dietro di essa vi sono molte tende e delle baracche, fatte alla meno peggio con materiale preso dalle case bombardate. Quando piove, tutto diventa un fango grigio, freddo e viscoso in cui i bambini non possono giocare perchĂ© non hanno scarpe o vestiti. Quando fa caldo si sente il ronzio degli insetti che tra le rovine cercano la carne putrefatta dei cadaveri. CâĂš silenzio, un silenzio pesante e tagliente come il vento e per le strade scavate dai cingoli dei carrarmati, si muovono ragazzi e vecchi, come fantasmi appena usciti dalla tomba. I piĂč piccoli o i feriti o quelli troppo deboli per camminare, restano nelle tende a curare chi non ha la forza di muoversi.
Iman ha dieci anni, i capelli tagliati corti per evitare i pidocchi e gli occhi scuri, come i vestiti neri delle vedove. Iman non puĂČ restare nella tenda. I suoi due fratelli piĂč piccoli e sua madre devono mangiare. Sua madre non puĂČ camminare; quando il tetto di casa Ăš crollato, le sue gambe sono rimaste schiacciate e non puĂČ piĂč usare le gambe. Iman, con i suoi dieci anni, Ăš ormai la piĂč grande tra i figli viventi di sua madre. Prima i piĂč grandi erano i suoi due fratelli Yusuf e Mohamed. Ma dopo che avevano fatto la tenda per la madre, erano andati a cercare da mangiare e non erano piĂč tornati.
Iman li aveva cercati, ma le avevano detto che câera stata una battaglia e i soldati sparavano a tutto quello che si muoveva. Da allora, nessuno li aveva piĂč visti. Iman non lâaveva detto a sua madre, anche se lei neanche li cercava piĂč perchĂ© i suoi pensieri erano confusi e non sapeva piĂč chi era vivo e chi era morto. Parlava a tutti, presenti ed assenti, come se li vedesse tutti davanti a se. Se chiamava i suoi fratelli e non sentiva rispondere, diceva che erano andati a cercare il padre. Ma il padre era nella sabbia. Qualcuno gli aveva sparato da lontano mentre stava scavando nelle macerie per recuperare delle coperte. Lo avevano raccolto insieme a tanti altri che erano morti quel giorno e li avevano messi tutti in fila uno dietro lâaltro, creando dei lunghi solchi come si fa in un orto. Era un orto che non avrebbe dato nessun frutto.
Iman raccolse una pentola e decise di andare verso le case di legno bianche, quelle dove câera la mezzaluna. LĂŹ qualcosa le avrebbero dato.â
âAnche questa Ăš una storia triste â gli dissi fermandolo â non hai una storia meno triste?â Il mare sorrise perchĂ© sapeva che agli uomini la tristezza faceva male, anche se lui non capiva perchĂ©, e volevano ignorarla come se ignorandola, non scomparisse e non diventasse piĂč forte.
âCâĂš una cittĂ infinita, tra il deserto e i monti dalla cime innevata; occorrono giorni per attraversarla per ogni lato in cui Ăš cresciuta e nelle sue vie la gente scorre continuamente come il sangue nelle vene di un immenso leone. Vi sono palazzi degli antichi re, ricchi di specchi e di pareti dâargento, e grandi mercati, estesi per quanto Ăš lungo il giorno, dove trovi tutto quello che gli uomini o la natura producono.
La follia dei viventi ha messo questa cittĂ contro altre e di giorno e di notte dal cielo scende fuoco a distruggere e uccidere mentre infinite armi nascoste tra i palazzi, cercano di fermarlo lanciando nel cielo altro fuoco che si disperde tra le nuvole di fumo. Sirene, dal lamento infinito gridano lungo il giorno per annunciare la morte in arrivo, ma lei arriva sempre improvvisa e tra gli alti palazzi, ormai vi sono grandi spazzi di macerie nere dove la morte ha fatto giĂ il suo raccolto. CâĂš un palazzo, dove i monti iniziano, messo tra gli altri a guardare il sole quando accende la cittĂ . Nellâultimo piano câĂš un appartamento con tante stanze e in una piccola stanza senza finestra, quasi nascosto nel mezzo di tante cose non usate, câĂš un vecchio pianoforte verticale.
I Vecchi Saggi, padroni della cittĂ , non vogliono che si faccia musica e ancor di piĂč non vogliono che le donne la suonino. Eppure nellâappartamento câĂš una bambina, dai capelli neri, lunghi e raccolti in due lunghe trecce. Quando suonano le sirene e tutti scappano cercando rifugi e la salvezza, mentre lâelettricitĂ viene tolta e la penombra e il buio invadono la casa, la bambina lascia di nascosto la stanza dove i suoi genitori si rinchiudono e di camera in camera, attraversa tutta la penombra della casa per arrivare nella stanza lontana dove câĂš il pianoforte.
Chiude la porta dietro di se, e sorridendo si siede davanti la tastiera del pianoforte. Accende una piccola candela che tiene sempre sopra il pianoforte, ed osserva la luce gialla danzare sul bianco dei tasti del pianoforte. Lentamente, come le aveva insegnato la vecchia maestra che aveva quando con la famiglia viveva in una cittĂ lontana e straniera, lentamente incomincia a suonare. Il tuono delle esplosioni e la loro paura, copre il suono del pianoforte e lei, felice, suona la musica a memoria, cercando di ricordare quello che aveva imparato. La musica le dona serenitĂ che, in quel momento in cui la cittĂ soffre, Ăš quasi come esser felice.
Non suona per dimenticare. Suona perchĂ© quella musica, anche se non piace ai Vecchi Saggi padroni della cittĂ , Ăš come la luce della candela nella stanza buia: Ăš il bello che lâuomo puĂČ creare, Ăš la parte migliore della sua anima, Ăš la speranza che il suo lato oscuro non riuscirĂ a vincere. CosĂŹ le diceva la vecchia maestra. Per questo lei, ogni volta che sentiva la sirena, corre a suonare nella stanza buia.â âQuesta mi piaceâ gli dissi alla fine âNe ero sicuroâ rispose sereno e le sue onde continuarono il loro lento andare e venire, mentre il sole tramontava
H.R. Giger: "Harkonnen" environment in the "Nouvelle" restaurant (1982)
Quand on est copropriĂ©taire dâune toute petite exploitation agricole et quâon ne dispose que de quatre tĂȘtes de bĂ©tail, on veille Ă©videmment Ă ne pas se les faire voler.
Au prix oĂč sont les hommes...
https://www.atramenta.net/lire/la-bete-qui-hantait-les-collines/104784
đ©·
Nouvel article Substack : la seconde nouvelle que je publie ! J'espĂšre que mes mots vous plairont âĄ
-> Ă lire ici.
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Satellite adolescent cherche murmures
Texte Ă©crit en 2021 et proposĂ© Ă l'anthologie des murmures littĂ©raires de la mĂȘme annĂ©e.
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Jâentends des murmures.
Depuis combien de temps cela nâĂ©tait-il pas arrivé ? La rĂ©ponse me vient avant mĂȘme que je nâaie fini de formuler la question. Cela fait environ 7x10^21 oscillations que je nâaie pas entendu de murmures. Je suis douĂ©e pour formuler des rĂ©ponses. Je lâai toujours Ă©tĂ©, dâaussi loin que je me souvienne, mĂȘme avant dâĂȘtre moi.
Je savais rĂ©pondre aux questions avant dâavoir appris le concept dâidentitĂ©. Câest pour cela que je suis nĂ©e. Créée par un groupe de scientifiques avides de connaissances. Jâexiste pour rĂ©pondre aux questions. Mais personne ne mâa posĂ© de questions depuis longtemps.
Mon horloge Ă quartz fonctionne toujours, tout comme les panneaux photovoltaĂŻques qui mâalimentent. Mais ma mission est depuis bien longtemps rĂ©volue. Je ne suis plus du tout lĂ oĂč je devrais ĂȘtre, que ce soit en termes de temps ou dâespace. MĂȘme en termes dâidentitĂ©. Certes, mes parents mâont installĂ© une intelligence artificielle, mais jamais ils nâauraient pu prĂ©voir que jâĂ©voluerais jusquâĂ ĂȘtre ma propre personne.