Germania in Crisi: il collasso di Merz, la deindustrializzazione e l'Italia
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il rimpasto che ha smascherato il Cancelliere
Il 18 luglio Jens Spahn si è dimesso da capogruppo della CDU/CSU al Bundestag. La ragione formale l'ha scritta lui stesso: la sua scelta di diventare padre con il marito ricorrendo a una madre surrogata negli Stati Uniti — pratica vietata dalla legge tedesca — era diventata «incompatibile» con la carica. Merz ne aveva chiesto le dimissioni, definendole poi «giuste e inevitabili». Qui il punto non è la vita privata di un uomo, ma la contraddizione oggettiva tra la cultura politica del partito che quel divieto lo difende in Germania e la scelta di aggirarlo altrove: uno strappo che ha esposto la dirigenza dell'Unione a critiche venute dall'interno del partito e dalla Chiesa, e che ha innescato la reazione a catena.
Per riassorbire lo shock, Merz ha tentato la strada del rimpasto. In un sistema parlamentare come quello britannico il rimescolamento dei ministeri è routine; nella cultura di coalizione tedesca, dove le squadre di governo nascono da negoziati programmatici minuziosi, sostituire ministri a mandato in corso segnala un cedimento. E il modo in cui è stato gestito lo ha confermato. Merz ha rimosso il ministro dei Trasporti Patrick Schnieder, ritenuto responsabile del lentissimo risanamento della rete ferroviaria e stradale, ma venerdì ha annunciato solo una parte del rimpasto senza riuscire a indicare il successore.
Il successore designato, il deputato della Bassa Sassonia Fritz Güntzler — profilo di area fiscale e finanziaria — aveva accettato, salvo poi tirarsi indietro nel cuore della notte. Merz è stato costretto a cercare in fretta un altro nome e a scusarsi in pubblico: «Mi rammarico profondamente per la situazione che si è creata». La CDU della Renania-Palatinato, terra di Schnieder, ha annullato per protesta l'incontro strategico di settembre con il Cancelliere. La vera lezione dell'episodio è politica, non tecnica: la convinzione che si risani un sistema-paese affidando i trasporti a un revisore dei conti tradisce l'idea che la crisi industriale sia un problema di bilancio, non di indirizzo. È il bilancismo scambiato per governo.
L'Est che Berlino non ascolta
La miopia di queste manovre berlinesi risalta se la si colloca davanti al calendario elettorale dei Länder orientali. In quelle terre Alternative für Deutschland guida i sondaggi, e il prossimo appuntamento — il voto in Meclemburgo-Vorpommern, atteso in autunno — rischia di trasformarsi in un test devastante per i partiti tradizionali. Non è una mutazione improvvisa: è la fattura di decenni di politiche che hanno penalizzato la Germania orientale a vantaggio di un modello finanziarizzato e orientato all'export extra-europeo, oggi entrato in crisi.
L'errore di lettura che Berlino continua a commettere è trattare il dissenso dell'Est come un tradimento morale anziché come un dato economico. Invece di interrogarsi sulle cause del disagio in territori deindustrializzati ed esposti ai costi della transizione energetica, la dirigenza reagisce con la chiusura moralistica: chi non si allinea è collocato fuori dal recinto della rispettabilità.
Da qui la tentazione più pericolosa. Negli ambienti della Cancelleria circolano con insistenza voci su piani per contenere il risultato delle assemblee locali o per far cadere il Cancelliere per via interna, così da risparmiargli l'umiliazione di una sconfitta alle urne. In una democrazia matura, uno stallo di queste proporzioni si scioglie restituendo la parola agli elettori. Che la classe di governo tema il voto più della crisi che dovrebbe risolvere è, di per sé, la diagnosi. Barricarsi nelle istituzioni per tenere in vita una maggioranza senza consenso non è stabilità: è la sua contraffazione.
La deindustrializzazione come scelta, non come destino
Il collasso della leadership si intreccia con la crisi del manifatturiero, storico motore dell'egemonia economica tedesca. Il modello che ha reso grande la Germania — energia primaria a basso costo, export di beni ad alto valore aggiunto — è stato smontato dalle scelte geopolitiche degli ultimi anni. La fine delle forniture di gas a prezzi competitivi ha colpito tanto le piccole e medie imprese quanto i colossi della chimica e della meccanica di precisione. Quando i costruttori annunciano chiusure di impianti sul suolo nazionale e la delocalizzazione verso le Americhe o l'Asia diventa condizione di sopravvivenza, non siamo davanti a una congiuntura passeggera.
L'economista Michael Hudson ha sostenuto a più riprese che la recisione dei legami commerciali ed energetici tra l'Europa occidentale e l'Eurasia ha condannato il continente — la Germania per prima — a una dipendenza onerosa e strutturale da fornitori d'oltreoceano, minando alla radice la sostenibilità del bilancio industriale. È l'anello che tiene insieme il crollo dell'automotive e la fragilità del governo: una potenza che si priva del proprio vantaggio competitivo di base non può poi finanziare né il welfare né il riarmo che le stesse cancellerie continuano a promettere. La deindustrializzazione strisciante prosciuga il gettito fiscale; il gettito che manca è lo Stato che si indebolisce; lo Stato debole è il governo che perde autorità. Il cerchio si chiude.
L'effetto domino sull'Europa
La debolezza di Merz travalica i confini della Repubblica Federale e scompagina gli equilibri dell'Unione. Le cancellerie comunitarie avevano riposto su Berlino le loro speranze proprio mentre gli altri pilastri cedevano. A Londra il quadro è cambiato di segno: Keir Starmer si è dimesso e Andy Burnham è diventato premier il 20 luglio 2026, un leader che arriva a Downing Street con un mandato più orientato a ricucire le macerie interne del Regno Unito — costo della vita, sanità, servizi — che a finanziare escalation esterne. È un'inferenza sul suo posizionamento, non ancora un fatto acquisito, ma la direzione della sua retorica la rende plausibile. A Parigi, la parabola presidenziale di Emmanuel Macron è nella sua fase discendente. Restava la Germania a garantire la coalizione europea e il sostegno indefinito alla contrapposizione a Est. Con Merz fragile, quel perno vacilla.
Le crepe si aprono così nell'architettura stessa dell'Unione. La tecnocrazia di Bruxelles osserva il mutamento degli scenari con crescente solitudine, consapevole che il fallimento politico del Cancelliere può far deragliare la strategia costruita nell'ultimo triennio. Come sostiene Yanis Varoufakis, il vero deficit europeo non è di bilancio ma di democrazia: un potere che decide lontano dai popoli e poi si stupisce di non essere seguito da nessuno. La narrazione ufficiale continua a dipingere un continente compatto e risoluto; la realtà è quella di un'Europa divisa, priva di risorse strategiche autonome e guidata da élite senza visione. Quando la propaganda politica incontra i bilanci industriali e le schede elettorali, il crollo delle illusioni è solo questione di tempo.
L'Italia di Meloni nella morsa
Il vuoto al centro del continente proietta la sua ombra più netta sulla periferia, e in primo luogo sull'Italia. Il governo Meloni vive una contraddizione strategica che si fa ogni settimana più visibile. Eletto su un mandato di sovranità nazionale e di rottura con il centralismo di Bruxelles, ha progressivamente riallineato la propria azione sull'asse fissato dalla Commissione e dalle grandi diplomazie atlantiche. Aver legato la propria sopravvivenza politica a quella delle correnti comunitarie mainstream è una scommessa che appare oggi fragilissima: se il quadro continentale venisse travolto da un'ondata guidata da figure come Alice Weidel in Germania e Marine Le Pen in Francia, Roma si ritroverebbe isolata, relitto di una fase conclusa.
Le tensioni, del resto, sono già dentro la maggioranza. La presenza di Matteo Salvini e l'emergere di figure esterne al perimetro tradizionale come l'ex generale Roberto Vannacci segnalano un malcontento diffuso verso la linea di continuità geopolitica dell'esecutivo. Vannacci in particolare ha intercettato un sentimento che serpeggia nell'elettorato, con una critica radicale al coinvolgimento finanziario e militare nel conflitto ucraino e al modello di governance sovranazionale. Se il voto nei Paesi fondatori premiasse le forze sovraniste e critiche verso la guerra, la narrazione di Palazzo Chigi subirebbe un colpo duro, con il rischio di uno svuotamento del proprio bacino di riferimento. È lo stesso nervo scoperto — la percezione di insicurezza e di distanza tra governanti e governati — che ho analizzato a proposito del ritorno del "nemico interno": il consenso non si difende con la fermezza esibita nei consessi europei se poi, a casa, gli elettori si sentono amministrati e non rappresentati.
L'illusione odierna — gestire una crisi di competitività strutturale con la compressione del dissenso, il rinvio delle elezioni o l'aggiramento delle assemblee locali — è un errore già commesso. Lo sguardo cristiano sulla storia non consola con l'idea che il peggio sia inevitabile, ma non permette neppure l'ottimismo cieco di chi crede che le comunità reali rinuncino indefinitamente ai propri interessi vitali per compiacere agende distanti. I popoli hanno una pazienza lunga, ma non infinita. E l'autorità che dimentica di essere al servizio di qualcuno, prima o poi, resta sola.
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Riferimenti
Il Sole 24 Ore – Volkswagen: utile -32,9% nel secondo trimestre, taglia le stime 2026 (https://www.ilsole24ore.com/art/volkswagen-utile-329percento-secondo-trimestre-taglia-stime-2026-AJjb2SU)
ANSA – In Germania il capogruppo Cdu Jens Spahn si è dimesso (https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/politica/2026/07/18/in-germania-il-capogruppo-cdu-jens-spahn-si-e-dimesso_5d0a6916-a988-4582-b255-794ede39f071.html)
Adnkronos – Germania: Merz in difficoltà, rimpasto di governo scuote la Cdu (https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/germania-merz-in-difficolta-rimpasto-di-governo-scuote-la-cdu_6VDYnK4CiFqV5GS0p1UzvX)
RSI – Il rimpasto di Merz per ridare slancio al Governo tedesco (https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-rimpasto-di-Merz-per-ridare-slancio-al-Governo-tedesco--3910570.html)
NPR – Andy Burnham succeeds Keir Starmer as the U.K.'s 7th prime minister in 10 years (https://www.npr.org/2026/07/19/nx-s1-5895993/andy-burnham-prime-minister-keir-starmer)


















